L'opera, tra perplessità e Storia: la trattazione del libretto per musica nella CDD (MELODRAMMA) ~ di Gabriella Minarini - TeclaXXI
MELODRAMMA
Gabriella Minarini
L'opera, tra perplessità e Storia: la trattazione del libretto per musica nella CCD
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Introduzione
L’Opera in musica? Cos’è costei? Vari
saggi, testi di storia della musica, grandi dizionari, ne danno molteplici
spiegazioni ma tutte, alla fine, non sono completamente esaustive. Ai fini
dello studio per la sua trattazione nella CDD[1]
proviamo a evidenziarne due delle più qualificate.
Si legge nel grande Dizionario della musica e dei musicisti:
Il
vocabolo O.[pera] (che deriva dal lat. opus/opera = «lavoro», genericamente), come
il suo sinonimo melodramma (dal greco
μέλoς = «melodia», «canto», unito al termine dramma, dal greco δϱᾱσμα = «azione scenica»), indica la
rappresentazione scenica di un’azione in cui i personaggi si esprimono con il
canto. Perché un O.[pera] sia considerata tale non è sufficiente che un testo
drammatico sia accompagnato dalla musica. Più arti concorrono alla formazione
di un melodramma: la poesia, la musica – nelle varie espressioni di canto solistico
e corale e dall’orch. –, la scenografia – arti figurative, architettura –, la
recitazione, la pantomima, la danza.[2]
Da
queste poche righe possiamo ricavare che l’Opera è un’arte estremamente
complessa nella sua realizzazione, apparentemente ‘volatile’, effimera alla
percezione, si consuma nel suo divenire - momento per momento - e di cui, alla
fine, di concreto rimangono solo le sensazioni che avrà saputo suscitare. Ma
come ‘arte’ - seria o buffa che sia - l’Opera si è potentemente codificata nel
tempo ed è questa ferrea codificazione che ne fa, per la CDD, un tema piuttosto
difficile da trattare.
Nel Dizionario
enciclopedico dell’opera lirica troviamo elencate, dopo la spiegazione su cosa
sia l’Opera, tutte le sue varie forme:
Opera. Per
antonomasia e per abbreviazione è l’«opera in musica». Con questo termine vengono
indicati i diversi tipi di teatro musicale, nei quali la musica, fondendosi con
l’azione, abbia il peso più qualificato e determinante, prevedendo l’impegno di
orchestre, cantanti, cori, anche corpi di ballo, naturalmente metteurs-en-scene. Può indicare numerose
categorie, a seconda del carattere particolare dello spettacolo in musica «opera seria», Grand-opéra, «opera buffa»,
«opéra-comique», Singspiel, tragedia lirica,
dramma musicale, ecc.[3]
Detto questo non siamo nemmeno a metà
nello spiegare la complessità di questa arte, di questo ‘Teatro’, il - luogo
dove andare «per guardare e essere guardati»[4]
- dove sia l’Opera seria che l’Opera buffa hanno sottovarianti nel dramma, nella tragedia, nel dramma giocoso,
nella farsa, nel dramma buffo,[5] nell’opera semi-seria ecc. ecc. Tutte queste varianti dovevano avere, per
appartenere ad una di queste categorie, forme indispensabili e inamovibili sia nella
drammaturgia che nella composizione. La più conosciuta di queste categorie è
sicuramente il grand-opéra, e tutti i
nostri operisti - tra i quali Rossini, Donizetti e Verdi - si sono cimentati
con le sue rigide e complesse strutture per poter lavorare sulla ambita piazza parigina. Il grand-opéra era un «aggiornamento ottocentesco del genere serio» che
doveva svolgersi «in spazi aperti» e avere «complicate trame storico-romanzate,
medievali e moderne, imperniate su conflitti civili e religiosi oltre che
amorosi», e musica ariosa per i ballabili e descrittiva per «tempeste,
battaglie, congiure, incoronazioni, processioni, riti vari».[6]
Queste erano condizioni imprescindibili (che necessitavano di un grande
palcoscenico) con una codificazione e una regolamentazione rigorosa, ripetitiva,
frutto delle necessità dei Teatri per rispondere in modo funzionale alle
richieste del nuovo pubblico borghese che, sempre accorto a quello che accadeva
nelle piazze principali desiderava,
attraverso questi fasti, celebrare sé stesso. Per cui ogni Teatro,
limitatamente alle proprie entrate (dote comunale o imperiale, affitto palchi,
vendita biglietti, affitto sale da gioco e caffetteria e quant’altro) cercava
di assicurarsi stagioni prestigiose,
ingaggiando compositori di fama, cantanti di cartello,[7] ballerini di prima parte[8]
e scenografi di grande fama.[9]
Alla luce di questa piccola premessa, per
essere precisi, quando parliamo di ‘Opera’ dovremmo pensare a un ‘contenitore
madre’ che racchiude in sé tutte le modalità nella quale sono state composte,
variate[10]
e rappresentate.
Come poter includere sotto uno stesso, rigido,
numero, una disciplina che per poter esistere aveva bisogno di larghe
competenze, un impegno energetico-economico e un movimento di persone e denaro
di grandi proporzioni?
-
La trattazione dell’Opera nella CDD
Nella CDD per trovare il lemma ‘Opera’
bisogna andare nella Classe 7 - (Arti attività decorative); poi nella divisione
79 - (Divertimenti, Spettacoli, giochi e sport); quindi alla sezione 792 -
(Teatro); e poi scorrere fino al 792.542 - (Opera. Spettacoli. Singole opere);
oppure alla 792.545 - (Rappresentazioni sceniche. Forme vocali drammatiche
opere. Due o più opere).
Dobbiamo però ricordare che, nella CDD,
l’opera come forma musicale, è trattata anche all’interno del numero 780 (Musica);
al 782 – (La musica vocale); al 782.1 troviamo - (Opere e forme vocali
drammatiche e affini);[11]
ed è questo numero che ci interessa perché l’opera lirica nasce dalla combinazione di vari contributi artistici
completamente separabili e sfruttabili singolarmente. Pochi e
ristretti numeri per poter classificare e contenere tutte le varianti
storico-esecutive e, soprattutto, produttive di questa arte. Dobbiamo anche
tenere presente che nell’Opera concorrono due fattori importanti per la sua
composizione: un poeta-scrittore e un musicista-compositore.
Come classificare un libretto che già dal
nome è rivelatore della sua forma? Mioli ne scrive:
Questo
«piccolo libro», in genere modesto anche nella sua qualità editoriale […]
contiene il testo letterario di un’opera, cui classicamente fornisce una
regolare struttura di atti e scene, pezzi solistici e pezzi d’assieme,
recitativi, (di versi endecasillabi e settenari) e arie (spesso senari,
settenari, ottonari, decasillabi). A parte alcuni casi di grande, originale,
travolgente personalità da parte del musicista […]. I libretti d’opera non sono
quasi mai originali, ma derivano da romanzi, drammi, storie, novelle poemi,
tragedie, commedie, fiabe, balli, altri libretti, tutte «fonti» che sono opere
anche di penne illustri come quelle di Euripide, Virgilio, Ariosto, Tasso,
Shakespeare, Corneille, Racine, Voltaire, Goethe, Schiller, Scott, Byron, Hugo.[12]
Infatti, Giuseppe Verdi, a proposito dei
libretti, non si peritava di travolgere (e stravolgere) il poeta per avere delle ‘misure’ sillabiche atte a far risaltare la
sua intenzione drammatica con la «parola scenica» quella che il Maestro in una
lettera a Antonio Ghislanzoni, autore del libretto di Aida, richiede con la sua
solita determinazione:
Di
ritorno a casa ho trovato sul mio scrittojo la sua poesia. Se debbo dirle
francamente la mia opinione … mi pare che questa scena della consacrazione non
sia riuscita dell’importanza che m’aspettavo. I personaggi non dicono sempre
quello che devono dire, ed i preti non sono abbastanza preti. Parmi altresì che
la parola scenica non vi sia, o se vi
è, è sepolta sotto la rima, e sotto il verso, e quindi non salta fuori netta ed
evidente come dovrebbe. […] È certo che a questa scena, dal momento che si deve
fare, bisogna darle tutta l’imponenza e la solennità possibili. Non parlo del
resto, perché avrei bisogno che quest’Atto fosse finito completamente onde
poter mettermi anch’io a lavorare di proposito.[13]
Verdi, prima di Ghislanzoni, aveva
martirizzato con le sue richieste - già dalla sua ‘prima assoluta’ per il Teatro
la Fenice di Venezia - il ‘povero’ Piave.[14]
La ‘selva’ che gli aveva sottoposto, quella dell’Opera Cromwell non era stata di suo gradimento. Verdi, allora, non si
perita a gettare il suo ‘amo’alla Presidenza:
Questo
Cromvello certamente non è di grande interesse
considerando le esigenze del teatro. […] Oh, se si potesse fare l’Hernani, sarebbe una gran bella cosa!
[…] Il Sig. Piave ha molta facilità nel verseggiare, e nell’Hernani non vi sarebbe che di ridurre e
stringere; l’azione è fatta; e l’interesse è immenso.[15]
L’Hernani ebbe un grande successo di
pubblico e Verdi trasse un altro soggetto da un ‘fosco’ dramma uscito dalla
penna di Victor Hugo: Le roi s’amuse.
Il dramma era andato in scena una sola sera e fu subito censurato perché vi si
rappresentava il tentativo di un regicidio. Se Le roi s’amuse rimase
fuori dai palcoscenici per trenta anni, dal 1851 l’Opera[16] - grazie
alla poesia di Piave liberamente
tratta da quel soggetto e alla musica di Verdi - girò il mondo come Rigoletto.
Il drammaturgo francese, se per Ernani
ebbe solo di riflesso il successo e la stima del pubblico, per la riduzione
da Le roi s’amuse - oserei dire
reinvenzione - anche per le mutilazioni volute dalla censura, cercò a lungo -
invano - di averne i diritti di autore.
Ma se il libretto non è la ‘sintesi’ perfetta del libro al quale si è
ispirato il poeta, così, come scrive
Baldini, l’Opera non è «una illustrazione del libretto ma è solo la costruzione
di cui il libretto è solo l’impalcatura».[17]
Un esempio chiaro lo vediamo nel libretto per l’Attila verdiano[18] dove
la fonte dichiarata, il dramma di Zakarias Werner - Attila König der Hunnen -,[19] supporta,
con i suoi cinque atti, la composizione solo fino ai tre quarti del prologo.
Verdi, come da subito nella sua carriera, fa il narratore di sé stesso e insoddisfatto
della poesia, e per avere sempre delle azioni incisive, chiede a Piave di
far:
giocare [Gualtiero]
forse nella scena del veleno, ma soprattutto nel quarto atto, d’intelligenza
con Hildegonda [Odabella] per far
morire Attila. Non mi piaceva che Azzio morisse prima, e farlo figurar nel
quarto con Hildegonda etc… A me pare
che si possa fare un bel lavoro …[20]
«ma con il ‘riesumare’
Walther-Gualtiero, Verdi non solo ha stabilito quello che mancava per arrivare
con maggior coerenza alla fine del prologo ma ha materializzato l’antagonista
amoroso mancante in Werner ma presente negli altri libretti da noi esaminati, e
che sarà funzionale nella catarsi finale».[21]
Potremmo dire che, con il riesumare quello che in realtà nel dramma era
stato solo ‘nomato’, Verdi afferma di fatto quanto le fonti siano importanti
per il ‘tema’ - e per l’impalcatura d’insieme - ma assolutamente ininfluenti
per la trama (e di conseguenza per le ‘azioni’) il numero dei personaggi, le
modalità compositive e interpretative. Da questo potremmo altresì dire che un
libretto, anche se non sempre ispirato al lavoro di un grande drammaturgo (vedi
l’Otello[22] verdiano che ha come fonte
Shakespeare) può avere una vita propria e, con questa, la
possibilità di avere l’onore di una classificazione.[23]
- - Piccola considerazione
L’Opera in musica è stata, ed è ancora, una delle più belle espressioni
artistiche che l’uomo abbia potuto ‘creare’ per accompagnare il suo vivere
nell’evoluzione temporale! Se andiamo a indagare la sua struttura, come scritto
sopra, troviamo che con il tempo si sono evolute forme sempre più complesse per
far sì che il lavoro in scena fosse sempre più aderente alla vita dei vari
fruitori, così che in tanti potessero riconoscersi! Ricordiamo quanti bambini
hanno avuto il nome di personaggi che nell’Ottocento si ‘affacciavano’
al proscenio di teatri più o meno grandi!
In questa ricerca ho potuto vedere, proprio per la rappresentazione di
vari vissuti umani, quanto pochi fossero i poeti rispetto alla richiesta
dei musicisti-compositori! Così ho scoperto - il plagio - che, soprattutto nel
primo cinquantennio dell’Ottocento, era una vera e propria piaga. Ho, per mia
curiosità, iniziato a indagare sulla CDD come si posizionavano l’opera e i
libretti e mi sono sorti molti dubbi e molte domande. Quello che mi ha lasciato
perplessa è il fatto che, spesso, un libretto che è stato oggetto di più plagi
e con vari cambi di titolo - restando però quasi intatta la sua struttura -
rimaneva con lo stesso numero CDD. Quello che lo differenzia, semmai, dal
libretto plagiato è l’apporto del nome del poeta, qualora venga
aggiunto! Personalmente trovo che, in questi casi, la trattazione non sia poi
così funzionale perché implica che - chi cerca - sappia il contenuto del
libretto indipendentemente dal poeta o, in certi casi, anche di quello del
compositore altrimenti, se viene cambiato il titolo dell’Opera, il plagio non
è di facile rilevazione.[24]
Trovo però che questa ‘piaga dei plagi’ (che permetteva a musicisti e
poeti “minori” di accrescere le loro ‘fatiche’ che potevano così arrivare a
teatri di livello più economico) metta in rilievo il bisogno di una società di
elevarsi tanto da ‘istigare’ il nutrimento da una forma d’arte che permetteva
anche agli analfabeti di immergersi in favole, drammi, amore, ecc. … Ma
questa è un’altra storia.
[1] C. Lois Mai –
M. Joan S. a cura di F. Paradisi, Classificazione Decimale Dewey, Teoria e
Pratica, ed. AIB, Roma, 2009.
[2] Dizionario Enciclopedico Universale Della
Musica E Dei Musicisti, diretto da A.
Basso, Il Lessico, vol. III, UTET, Torino, 1984, pp. 394-395.
[3] H. Rosenthal - J. Warrack, Dizionario
Enciclopedico Dell’Opera Lirica, Edizione
italiana a cura di L. Alberti,
Firenze, Le Lettere, 1991.
[4] F.
Cruciani, Lo spazio del teatro,
Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 13.
[5] Il Don Giovanni (Praga 1786) di W.A.
Mozart fa parte, per dicitura voluta dal compositore, di questa
categoria.
[6] P.
Mioli, Manuale del Melodramma, Milano,
BUR, 1993, p. 173.
[7] Cantanti che avevano il nome sulla
locandina a caratteri grandi.
[8] Primi ballerini solisti.
[9] Vedi a Venezia, e nel Veneto, i Bertoja (Giuseppe,
1804-1873) – (Pietro, 1828-1911).
[10] Tutte le opere di Verdi per l’Opéra Garnier sono state rivedute e ampliate almeno
con un balletto.
[11] C.
Lois Mai
– M. Joan S. a cura di F. Paradisi, Classificazione
Decimale Dewey cit., pp. 11-29.
[12] P.
Mioli, Manuale del melodramma,
Milano, BUR, 1993, pp. 203-204.
[13] Lettera di G. Verdi a A.
Ghislanzoni, Sant’Agata, 14 agosto 1870, in Giuseppe Verdi Lettere, a cura di E.
Rescigno, Torino, Einaudi, 2012, p. 588.
[14] Francesco
M. Piave, (1810-1876). Iniziò la sua collaborazione con G. Verdi nel 1842 in occasione della
prima opera, Hernani, che il
compositore scrisse per il Gran Teatro la Fenice.
[15] Lettera di G. Verdi a A. Mocenigo,
Milano 5 settembre 1843. In Verdi e la Fenice, scritti di D. Valeri e altri. Ente Autonomo del Teatro La Fenice
nel cinquantenario della morte del Maestro. Venezia, Officine grafiche Ferrari, 1951, pp. 19-20.
[16] G.
Verdi, Rigoletto, Venezia, Fenice, prima ass. 11 marzo 1851; vedi
G. Minarini, Rigoletto dalla genesi alla scena,
Il Successo Di Un Fotisterio Mancato, Milano, Piccoli
Giganti Edizioni, 2015.
[17] G.
Baldini, Abitare la battaglia,
La storia di Giuseppe Verdi, a cura
di F. d’Amico, Milano, Garzanti, 2001, p. 84.
[18]
G. Verdi, Attila,
Venezia, Fenice, prima ass. 17-3-1846. Libretto di T. Solera - F.M. Piave.
[19] Z. Werner, Attila, König der Hunnen: Eine
romantische Tragödie in Fünf Akten, Kupfern,
Berlin, 1808.
[20] Lettera di G. Verdi a F.M. Piave,
Milano 12 aprile 1844, in I Copialettere
di Giuseppe Verdi, a cura di G. Cesari e A. Luzio, Milano 1913; rist. anast. Bologna, Forni, 1987, pp. 437-438.
[21] G. Minarini,
Attila, da Werner a Solera-Verdi, La
scarnificazione di un dramma; in La
vera storia ci narra, Verdi
narratore, Atti del Convegno internazionale (Saint-Denis, Université Paris
8, Parigi, Institut National d’Historie de l’Art, 23-26 ottobre 2013), Lucca,
LIM, 2014, pp. 165-179.
[22] G.
Verdi, Otello, prima ass. Milano, Scala, 5 febbraio 1887.
[23] Anche nell’Attila verdiano è il 782.1, numero base per l'opera lirica - partiture complete; 782.12 per la partitura vocale e 782.10268 per il libretto.
[24] Vedi, G. Minarini, Victor
Hugo: Marie tudor, Poteri
e Sogni di Una regina. Il Libretto Di Leopoldo Tarantini Per Maria Regina D’Inghilterra Di
Giovanni Pacini, in Die Musik Des Mörders,
Les Romantiques e l’Opéra, a cura di C.
Faverzani, Lucca, LIM, 2018, pp. 183-198.
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GABRIELLA MINARINI
BIONOTA
Gabriella Minarini ha fondato e diretto l’Atelier della Voce di Firenze per cantanti e musicisti.
Laureatasi a Firenze con Stefano Mazzoni con una tesi su L’allestimento di “Attila” a La Fenice – Venezia 17 marzo 1846 – ha portato avanti la sua ricerca sul teatro di Verdi e su quello di Pacini (con varie pubblicazioni).
Attualmente è impegnata in una ricerca sul Carteggio di Giovanni Pacini con il Teatro la Fenice di Venezia.


Gabriella Minarini! Ringrazio Alessandro Iovinelli, e la redazione tutta di Teclarivistaonline, per il grande lavoro che portate avanti! Le vostre presentazioni sono impregnate di una grande Poesia ...
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