L’inaspettata vicissitudine del Marte pacificatore di Antonio Canova (STORIA DELL'ARTE) ~ di Jacqueline Spaccini - TeclaXXI
STORIA DELL’ARTE
L’inaspettata vicissitudine del Marte
pacificatore di Antonio Canova
di Jacqueline Spaccini
Da oltre vent’anni, Antonio Canova è uno scultore di successo, il più celebre in assoluto, quando viene convocato a Parigi dall’allora Primo Console Napoleone Bonaparte, il quale gli commissiona un monumento raffigurante sé stesso, dopo i ritratti dell’anno precedente.
Siamo nel 1803: Canova
provvede dunque a disporre di marmo bianco di Carrara per una statua in
grandezza naturale, anzi no, più grande. Se infatti il Perseo trionfante
(1797-1801, Musei Vaticani, Roma), terminato due anni prima, misura 2,35 m, si
capisce che Napoleone nelle «vesti» del dio Marte debba essere molto più alto
(3,40 m).
Per realizzare quest’opera, lo
scultore di Possagno impiegherà 3 anni. Prima però crea il busto che è conservato presso Chatsworth House,
nella collezione di marmi del duca Devonshire (qualcuno ricorderà di averla
vista nel film Orgoglio e Pregiudizio, per la regia di Joe Whrigt, 2005).
Naturalmente, come suole fare Canova, lavora dapprima il gesso e poi passa al marmo per questo Napoleone Bonaparte come Marte
pacificatore[1].
Antonio Canova, Autoritratto (1792, Uffizi, Firenze) Wikimedia commons
Sta di fatto che termina il lavoro nel 1806, ma la statua
giunge a Parigi solo nel 1811. Nel frattempo, il Primo Console è divenuto
Imperatore da ben 7 anni. Perché l’opera impiega così tanto tempo per lasciare
lo studio di Canova? Non è dato sapere; o
più semplicemente io non lo so.
E qui inizia il mio lavoro che è quello di leggere e raccontare
– al riguardo – il succo di uno scambio di lettere tra Canova, Dominique Vivant
Denon, Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy e qualcun altro, dal 2 aprile
al 18 agosto 1811[2].
Nella prima lettera a Vivant Denon,
direttore dei musei imperiali, lo scultore italiano è preoccupato per
l’integrità della statua (che ha viaggiato per mare): temendo che le macchie di
umidità possano inquietare il destinatario, cerca di rassicurare il francese
dicendo che si tolgono facilmente con l’acqua. E subito chiede un giudizio
sull’opera. Canova ne è fiero, ma vuole sentirselo dire anche da chi è
competente e chiede a Vivant Denon di esaminarla tenendo la finestra chiusa
e con la luce che scende dall’alto. Meglio se «a lume di notte con torcie (sic)
accese» (p. 189), per apprezzare l’amore e la cura che lo scultore vi ha
profuso.
Nella risposta del 10 aprile, Vivant
Denon afferma che Napoleone non ha ancora visto la statua, non ha avuto tempo,
malgrado la sua premura quotidiana nel ricordarglielo. Tuttavia, Sa Majesté
ha visto la stampa consegnatagli dal conte Marescalchi[3]. Pertanto, si pensa di sistemare
la statua al Senato. Vivant Denon deve calmare l’inquiétude di Antonio
Canova, promettendo di riscrivergli dopo la visita dell’imperatore.
Ma Canova è preoccupato. Sicché il 25
aprile scrive ad A. Ch. Quatremère de Quincy:
Amico mio carissimo,
Monsieur Denon mi scrive (…) che Sua Maestà non ha veduto
ancora la mia statua. Bisogna veramente credere, come Denon mi dice, che l’Imperatore
sia adesso occupatissimo più che in altro momento[4].
Inoltre, non riesce a capire perché Napoleone
tardi ancora a renderne pubblica l’esposizione. Canova commette però l’errore
di non tenere troppo in conto il giudizio dell’imperatore, giacché non è un
esperto d’arte. Vedremo perché sbaglia. È invece in tensione per il giudizio
dei professori e per la sentenza del pubblico.
Nella lettera del 15 aprile Vivant
Denon comunica a Canova che Bonaparte ha visto la statua. E aggiunge il
giudizio critico:
Sa Majesté a vu avec intérêt la belle
exécution de cet ouvrage et son aspect imposant, mais Elle pense que les formes
en sont trop athlétiques et que vous vous êtes un peu mépris sur le caractère qui
le distingue éminemment, c’est-à-dire le calme de ses mouvements[5].
Non bastasse, mentre distribuisce
parole di elogio e di maestria per il collo e la testa, le cosce e il mantello,
il francese comincia a enumerare le imperfezioni rilevate da taluni: il torso è
forse troppo lungo; per non dire del braccio che porta la Vittoria alata. Lui
stesso, Denon, ci mette del suo: la testa non ha il bandeau impérial[6], i piedi e le gambe non
hanno il cothurne antique[7]. E quanto alla destinazione
dell’opera, Napoleone – riferisce lo stesso – non si è ancora pronunciato. Di
che intaccare il morale e l’autostima di Canova.
Il 3 maggio 1811 Quatremère de Quincy
scrive da Passy allo scultore che la sua bella statua non è esposta al pubblico
e giustifica così il mancato atto: «le circostanze politiche non si sono trovate
propizie a l’esibizione (sic) di tal monumento»[8]. Si è dato ordine di
collocarlo a parte e di non farlo vedere al pubblico… per il momento. Poi anche
lui enumera le critiche degli artisti:
S’è detto
1.
Che la testa era troppo rissentita per il resto del corpo.
2.
Che il deltoide destro, o sia il braccio che tiene la Vittoria, volta un
poco troppo addietro e fa quella parte un poco troppo larga cioè quella del pettorale
destro.
3.
Che il torso pare un poco longhetto per il resto.
4.
Che il panno che fa fondo al torso, non è abbastanza nudo mosso [meso indietro] a dietro, e fa da
quella parte, comparir il torso troppo di basso rilievo.
5.
Che le ruotole vanno un poco in difuora.
6.
Che la statua principalmente dal lato destro ha qualche punti [sic] di vista poco felici[9].
Per conto suo, lui, Quatremère de Quincy, è d’accordo sul
deltoide, il torso e l’eccesso di panneggio. Ma non se la sente di infierire
sullo scultore trevigiano e conclude la lettera con queste parole: «lavora a
tuo gusto e secondo il tuo ingegno». Difficile, a fronte delle tante critiche.
Si raccomanda con Antonio di scolpire il proprio autoritratto, cosa che il
trevigiano farà nel 1812. Quando morirà nel 1822, questo busto sarà collocato sulla
tomba di Possagno.
Quasi contemporaneamente Canova scrive all’amico poliworker
con una lettera datata 7 maggio:
Amico
carissimo.
Monsieur Denon mi scrive che Sua
Maestà ha veduto finalmente la mia statua e che dopo averne lodata l’esecuzione
e la maestà dell’aspetto imponente, ha trovato che le forme n’erano troppo
atletiche, e l’attitudine alquanto meno conforme a quella sua calma, che
accompagna i suoi movimenti. Qualche altro crede poi il torso più lungo del
dovere, e un non so che nell’attaccatura del braccio che porta la Vittoria. Io mi
aspettava tutt’altri peccati che questi: e sono intimamente persuaso che la
mole gigantesca abbia potuto indurre in errore Sua Maestà[10].
Canova non si capacita. A lui sembra
di aver ritratto l’imperatore in un movimento naturale. Dice di aver voluto
scolpire «l’eroe quasi in atto di camminare, sulla similitudine presso a poco dell’Apollo
del Belvedere»[11]. Non trova difetti al suo
lavoro: né il torso troppo lungo, né sbagliata l’attaccatura del braccio destro.
Ma ecco entrare in scena – epistolarmente
parlando – il conte Marescalchi che scrive da Parigi il 16 maggio 1811 a Canova.
Costui conferma al nostro scultore che l’opera non è stata giustamente
apprezzata, per quanto – confessa – non l'abbia ancora veduta, perché non è
stato invitato a vederla[12]. Anche lui riporta gli
altrui giudizi: statua troppo colossale, troppo erculea, troppi muscoli, ma
soprattutto è un atleta, non un eroe[13]. E comunque il
Marescalchi non sa che fine farà questa statua, se resterà al museo, se verrà
mai esposta oppure no.
Del 30 maggio 1811 è la risposta scritta
di Canova a Marescalchi, in cui lo scultore ribadisce che la statua magnifica l’eroe
e non l’atleta (e qui fa un paragone con i Colossi di Monte Cavallo). E conclude
con un laconico «Bisogna adattarsi ai tempi e aver pazienza»[14].
È affranto. Sta lavorando al
monumento da erigere in onore di Maria Luigia d’Asburgo, seconda moglie dell’Imperatore,
nelle vesti di pacificatrice, è ben pagato, ma ormai Napoleone è lontanissimo
da lui.
Ed ecco che all’improvviso arriva una
missiva inaspettata: è il 25 giugno 1811 e l’autore della lettera è Jacques-Louis
David.
Mon cher Canova,
Vous avez fait une belle figure
représentant l’Empereur Napoléon. Vous avez fait pour la postérité tout ce qu’un
mortel pouvoit [sic]
faire : la calomnie s’y accroche, cela ne vous regarde plus ; laissez
à la médiocrité sa petite consolation habituelle. L’ouvrage est là, il
représente l’empereur Napoléon et c’est Canova qui l’a fait. C’est tout dire.
Votre dévoué,
David[15].
David lo riscatta, lo elogia, lo
incensa, lo difende a spada tratta contro tutti, gli invidiosi che lo
calunniano e gli ignoranti che nulla capiscono della vera e grande arte. Canova
non risponde subito, ma avrà modo di ringraziarlo e di ricompensarlo nel tempo[16].
Tuttavia, la statua non sarà esposta.
Con una lettera del 28 giugno 1811, Vivant Denon scrive ad Antonio Canova che
la statua di Marte pacificatore è stata spostata perché l’imperatore non
l’ha destinata alla visione del pubblico. Dove è stata messa? In luogo
accessibile solo ad artisti, intenditori e distinti stranieri nella Sala del
Torso[17]. E oltrettuto viene posta
dietro a «un rideau mobile pour en jouir toutes les fois que cela sera
nécessaire»[18].
Nel frattempo, il 2 luglio 1811, da
Roma, Canova invia per il tramite del ministro Marescalchi tre copie della
statua di Napoleone: una a David (con mille complimenti[19]), una a Gérard e una a
Percier.
E proprio Gérard è uno di quelli che
ha criticato il Marte pacificatore. Piccatissimo, Canova scrive all’amico
Quatremère de Quincy il 18 agosto per conoscere le critiche del collega
pittore.
Ne approfitta per menzionare l’unico
suo aperto difensore:
Come infinitamente mi ha consolato in
questi giorni una lettera dell’immortal David, il quale spontaneamente, e senza
invito alcuno, mi fa con poche, ma fortissime parole, un elogio dell’opra mia,
che io non mi sarei mai aspettato. Vi assicuro che ne sono meravigliatissimo e
contento[20].
Il giorno della «revelazione» (nel senso dell’esposizione
pubblica) della statua velata nel museo, auspicata da Quatremère de Quincy, non
arriverà. Paradossalmente, come molti sanno, il Napoleone di marmo, magnificato
nella sua nudità come Marte pacificatore, verrà acquistato dalla
famiglia reale inglese e donata al vincitore della battaglia Waterloo, Arthur Wellesley,
duca di Wellington, colui che sconfisse definitivamente Napoleone.
Come si vede nella prima foto di quest’articolo essa si trova
al pianterreno della sua dimora, oggi Wellington Museum (Apseley House) di
Londra[21].
[1] Il nome della statua in lingua francese è Napoléon
en Mars désarmé et pacificateur.
[2] Antonio PAVANELLO (a cura di), Antonio Canova. Epistolario,
Bassano del Grappa, Comitato per l’edizione nazionale, 2020. Tuttavia, il volume
dedicato all’Epistolario del 1811 è a cura di Giuliana ERICANI.
Nelle citazioni, si è scelto di rispettare la grafia originale.
[3] Ferdinando MARESCALCHI appartiene alla nobiltà
emiliana. Nel 1800 è nominato membro della Consulta straordinaria legislativa
della Repubblica Cisalpina e rappresentante della medesima a Parigi. È nominato ministro
per le Relazioni estere della Repubblica Italiana.
[4] ERICANI, cit., p. 291.
[5] Ibid., p. 218 [Sua Maestà ha osservato con
interesse la fine esecuzione di quest'opera e il suo aspetto imponente, ma
ritiene che le forme siano troppo atletiche e che (Canova, N.d.T.) abbia frainteso
il carattere che la distingue profondamente, cioè la calma dei suoi movimenti].
[6] Fascia o diadema posto sulla fronte che cingeva il
capo.
[7] Calzatura di cuoio dell’antica Roma.
[8] ERICANI, cit., p. 259.
[9] Ibid., p. 259.
[10] Ibid., p. 266.
[11] Ibid., p. 267.
[12] Ibid., p. 283 (ricordiamo che la statua non
era esposta al pubblico).
[13] Ibidem.
[14] Ibid., p. 305.
[15] Ibid., pp. 360-361. [Mio caro Canova, hai creato una bellissima figura che rappresenta l'Imperatore Napoleone. Hai fatto per la posterità tutto ciò che un mortale potrebbe fare: la calunnia appiccicata, non ti riguarda più; lascia alla mediocrità la sua solita piccola consolazione. L’opera è lì, rappresenta l'imperatore Napoleone ed è stato Canova a realizzarlo. Questo dice tutto. Il tuo devoto, David].
[16] David sarà ricevuto accademico presso l’Accademia di
S. Luca (di cui Canova è Presidente, «Principe», come si usava all’epoca)
per acclamazione con conferimento di diploma il 31 dicembre dello stesso anno (Ibid.,
p. 611).
[17] La sala del Torso è la sezione delle antichità del
Musée Central des Arts inaugurato nel dicembre del 1799 e dove era stato
collocato il Torso del Belvedere, scultura romana del I secolo, passato agli
inizi del Cinquecento dalla collezione dello scultore Andrea Bregno con studio
a Monte Cavallo, nei musei Vaticani ed essere esposto ai primi del Settecento
nel museo Pio Clementino. Ceduto nel 1797 ai Francesi, giunge a Parigi nel 1798
e sarà restituito al Vaticano nel 1815, grazie all’impegno di Antonio Canova,
che organizza il rientro delle opere italiane.
[18] ERICANI, cit., p. 372 [Una tenda mobile per goderne
ogni volta che sarà necessario].
[19] Ibid., p. 376. François Gérard,
allievo di David, fu pittore di corte di Napoleone I. Charles Percier fu
pittore e architetto (ha disegnato l’Arc de Triomphe du Carrousel a Parigi).
[20] Ibid., p. 452.
[21] Una copia in bronzo è nel cortile d’onore della
Pinacoteca di Brera, a Milano.
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