II PARTE - Memorie di guerra di Natale Agostini - un aviere toscano (1923-2005) (STORIA) ~ di VIVIANA AGOSTINI-OUAFI - TeclaXXI

 

STORIA


Viviana Agostini Ouafi 

Memorie di guerra di Natale Agostini, 

un aviere toscano (1923-2005)

Parte II*


 

“Io li aiuto, tutti! Perché?

Perché è un debito che ho con il mondo.”

 

 

Dopo tre giorni, tre giorni e una notte, due notti, le ore precise non me le ricordo, mi ricordo che s’arrivò la mattina presto, era ancora buino. E [...] quel treno, l’avevano buttato là, in quei binari morti. Dopo un po’, ma quasi subito, arriva... si sentivano parlare... i tedeschi. Avevano un carrettino, un carrettino con due stanghe, e un piccolo pianalino sopra e due ruote: lo mandavano. E sopra ci avevano quei pani fatti come i lingotti d’oro, a rettangolo, pieni di muffa. Di un pane ne facevano... sei pezzetti. E aprivano quei carri, a quelli... gliene davano un pezzetto di quello lì. Quelli morti, li pigliavano uno di qua e uno di là, e [il morto] lo buttavan là. Perché c’erano i morti: ragazzi, vecchi, donne, c’erano in tutti i modi. In tempo che aprono il carro dove ci sono io – mi ricordo ero vicino all’apertura, fui sicuro il primo che presi il pezzettino di pane – là di fronte c’era un vecchio. Un uomo anziano, ma in borghese (vecchio, vedi, ora, 75 anni... quello aveva 75 anni, ma nel ‘43 la gente erano parecchio balordi, parecchio vecchi) che parlava con quei tedeschi. Mah... Vedo questo vecchio che parla con i tedeschi... cominciai a dare un morso al pane. Va via uno di questi soldati, di quei tedeschi, ma non andò lontano, andò in stazione, e tornò subito, dopo pochissimi minuti. Tornò e, quando tornò, lui disse, proprio in italiano, come a parlare noi, non napoletano, non milanese, no, centro Italia: «Chi c’è di voi che a casa sua faceva il contadino? Perché quest’uomo è un proprietario terriero, i suoi figlioli sono a fare il soldato, e ha bisogno degli uomini per lavorare la terra.»

Io alzai la mana subito, il primo l’alzai io, e fui parecchio notato, sia da questo vecchio che da questi tedeschi[1]. Poi l’alzarono tanti. Per far corto il discorso, me mi chiamarono il primo. Ne prese cinque, quest’uomo, capito? Dice: «Allora, vi porta a lavorare, stasera vi riporta a dormire qui al comando di stazione».

Si va. Quando s’arrivò là, era passato un po’ di tempo ma, dalla stazione, non c’era da camminare molto. Si sarà fatto dalla stazione un chilometro, un chilometro e mezzo, che s’arrivò a questo... cioè... alla casa di questo coso[2]. La casa di questo coso, di là del fiume (di qua del fiume c’era il treno), si passa un ponte. Di là del fiume, è tutta una pianura che non si scorge con gli occhi. Ogni trecento, ogni quattrocento metri c’è una casa colonica dove ci stanno questi... coloni[3]. S’arriva là, ci porta nel campo. E dopo (quanto?) un quarto d’ora che era venuto giorno, s’attacca il cavallo. Dopo un quarto d’ora viene la moglie con una zuppiera grossa in questa maniera (allargando le mani) di fagioli cotti, lessi. Non c’era mica l’olio, ma tu sentissi come erano buoni! O te! Poi a mezzogiorno ci riporta da mangiare. Te lo dico io: fagioli, patate avevano... Ora, nei primi giorni, non si mangiò la carne: coniglioli, avevano le galline, avevano gli oci[4], certi oci grossi così, neri, con un collo lungo... Insomma, in poche parole, s’arriva là, a tutti dette un arnese: a uno gli dette il cavallo con due stanghe, con un aratolo[5] a due stanghe lui lavorava questa terra, a me dette una zappa larga in questa maniera (allargando le mani), con l’asse in mezzo al manico e due perni: insomma ci si lavora male, non siamo abituati. Ma mi davo da fare [...]. A uno dette una specie di pala, a uno una specie di forcone e quest’uomo ci guardava.

Questo che lavorava con l’aratolo – se con l’aratolo non sai lavorare la terra, tu la lasci tutta soda – non sapeva lavorare, la gli veniva mezza lavorata e mezza soda: un porcaio! E io gli facevo a quest’uomo il primo giorno, gli toccavo qui nella spalla: «Io, io (indicando prima se stesso con gli indici delle mani e poi muovendoli dal basso verso l’alto in parallelo) – gli dicevo – io, io fo i soghi[6] diritti!» Dire non potevo dirgli, gli insegnavo così (muovendo sempre gli indici). Niente: io la zappa e quello il coso. Il giorno dopo, verso le dieci e mezzo, gli si rompe il sottopancia, [...] al cavallo. Quest’uomo, lo vedo disperato! E allora io ero lì, gli facevo a quest’uomo... (col palmo aperto della mano) [...]: «Calma! Calma!» Andai lì, nella stalla. Trovai una balla, una ballaccia[7]. Io presi quella ballaccia, andai là e rimisi insieme quei cosi con questa balla [...]. E a quest’uomo, gli facevo: «Tu (indicandolo con l’indice) trova... (fa scorrere le mani come se stringessero una corda)».

O te, capì quest’uomo! Mi portò... mi portò un filo, intrecciato fine fine, ma lungo. Io presi questo filo, andai alla porta della stalla: c’era il legno, la soglia, c’era certi chiodi grossi [...] piano piano ne tirai fuori uno, quel coso lo bucavo, ci passavo quel filo [...]. Allora, quando vide che facevo questo lavoro, andò via, mi trovò un altro filo lungo. Poi mi portò un coso, una specie di lésina, ma non era che facessi molto bene, però facevo prima che in quell’altra maniera. Io lo ricucii tutto, fitto fitto, fitto fitto [...]. E dopo si riattacca il cavallo. Quando si riattaccò il cavallo – anche allora io gli dicevo, lo toccavo per la spalla (muovendo gli indici in parallelo) – invece di dare il cavallo a quello che l’aveva, dette il cavallo a me e quella zappa che avevo io la dette a quell’altro. Questo successe il secondo giorno. O te, ma io riattaccai tardi a lavorare, feci... avevo fatto tre o quattro soghi ma sono lunghi un chilometro, capisci? E lui era sempre a insegnare a quegli altri. Però, lo vidi che da lontano guardava [dicendo]: «Eeeh! Eeeh! Eeeh!»

Porca miseria! Cosa vuoi capire, due giorni dopo che sei lì: non capivo niente. Però s’andò a casa... [...] Quell’altro, la sera quando arrivò a casa, quel cavallo era tutto sudato, faceva quella schiuma, [il vecchio] gli disse di metterlo dentro, lui lo legò là, e via. Io anche quando arrivai a casa la sera, mi disse di metterlo dentro [ma dissi]: «No (alzando la mano aperta). Aspetta.» Lo attaccai a una campanella lì vicino alla porta, andai là, presi quel pezzo di ballaccia che c’era rimasto, mi feci da una parte, lo struffai tutto[8]. Lui mi guardava contento. E poi [...] andai nella stalla, presi il forcone, ripulii la lettiera, presi un secchio d’acqua, glielo misi davanti [al cavallo]. C’era una balla piena, andai a vedere, c’era la biada. Presi una ciotolina di biada, gliela misi là, [...] il cavallo era là fuori. Poi andai là, con questa cosa [la paglia pulita] lo struffavo, mi feci da una parte. Io caro[9], quest’uomo mi guardava! E poi misi dentro il cavallo e andò a riportarci in là. La mattina dopo, quando tornò, invece di cinque ne prese tre. Però me, lo vidi che mi cercava. Quando col cavallo andai a lavorare lì, lui: «No! No!» Mi prese il cavallo per la briglia e me lo portò là dal principio del campo, dove ci aveva lavorato quell’altro...

Per rifare tutto!

Mi rifeci di là: veniva un lavoro... ooh! Vedevo quest’uomo contento come una pasqua! Da mangiare, sempre uguale. Quel giorno lì invece di cinque s’era tre. [...] E la sera, uguale ci riporta in là. E la mattina torna a pigliarci, ne prese due: me e un altro. Un altro di quelli non lo prese più. Eh, dopo sei o sette giorni... pigliava me e basta. Chiacchierava, chiacchierava, ma non capivo... cosa tu volevi che capissi! Allora, una sera, quando mi riportò in là, si rimise a parlare con quei tedeschi, perché lì c’era l’arrivo, il concentramento, tutti là in un capannone. Quando si rimise a parlare con uno di questi tedeschi, andò via al comando di stazione: quello era un impiegato di stazione, quel soldato che parlava italiano. Dopo cinque minuti, quando lo vidi tornare con quest’italiano, io mi rallegrai, dissi: qui c’è qualche novità per me sicuro. Quello viene lì, mi dice: «Senta una cosa. Questo signore dice che lei è bravo per lavorare la terra, per accudire il cavallo. Lei è bravo! Se volesse rimanere con lui, gli metterebbe una branda nel corridoio che andrebbe dall’abitazione alla stalla dei cavalli, e lei sta lì con lui. Allora, mi dà la sua piastrina... – tu (rivolto a Urbano) il soldato non l’hai fatto ma noi soldati qui dietro (indica il risvolto del colletto della giacca), ci s’ha una piastrina che si può fare la carta d’identità – e tra un po’ di giorni viene quest’uomo a ritirarla: è come la carta d’identità, lei può girare per la città, lei porti sempre questo documento che nessuno gli darà noia, nessuno gli dirà niente.»

O te! Quando mi riportò in là, mi mise questa brandina in questo corridoio. Una brandina che la s’apriva così, ma era di novembre, verso il quindici di novembre, è freddo lassù, sotto mi ci mise due o tre coperte, e poi altre due o tre coperte sopra... Insomma, ci dormii tre o quattro notti, lì. Dopo, [una] sera – perché avevo imparato «gutte nacche»[10], vuol dire buonanotte, dopo mangiato dicevo «gutte nacche» e andavo... – «Nae! Nae! Nae!»[11], mi pigli[ò]... lui aveva il vizio [che] mi pigliava per una manica qui della giacca, mi portò in camera dei suoi ragazzi. Stavo lì... nel letto! Stavo bene!

Allora quest’uomo aveva un po’ di tosse, aveva 75 anni, aveva un po’ di bronchite, un po’ d’asma. Eh, dopo un po’ di giorni che incominciai: «arbaitte»[12], dormire «snacche»[13], insomma... la sera gli dissi: «Nae! Nae! Dì moga nappe: nics sveg arbaitte»[14]. Tu domattina non ti levi, tu (piegando la testa verso la palma della mano): «snappe, àite neffestunde», alle otto... alle nove, tu vieni a portarmi da mangiare[15]. Io la mattina mi levavo presto, capisci Urbano. Quando gli dissi così, la moglie, che aveva 70 anni, mi dette un uovo: «Moga nappe fif sekse stunde»[16]. «Tu – ecco diceva – alle cinque alle sei quando ti levi, lo bevi.» E dopo, dopo mica tanto sai, per Natale, t’ammetto che era una cinquantina di giorni che s’era insieme: già ci si capiva! Ma dopo tre o quattro mesi, io capivo tutto loro e loro capivano tutto me. Ci stetti fino al 24-25 di giugno, del ’44 però.

Ora cosa successe...



[1] Il narratore non userà mai la parola «tedesco» per i civili, solo per i militari.

[2] Il termine «coso» non esprime un sentimento di disprezzo verso il vecchio, quanto piuttosto un’incertezza nel definirlo: lo chiamerà poi «vecchio», «colono», «contadino» e, scelta significativa, «quest’uomo».

[3] In una conversazione con Urbano il 6/09/2005, Natale afferma che si tratta della città di Brema sul Danubio. Ma nella Brema (in tedesco: Bremen) situata nel Nord-Ovest della Germania non scorre il Danubio. Invece nel Sud-Ovest, vicino alla Svizzera tedesca, esiste una cittadina, Hohentengen-Bremen, su un affluente del Danubio. È uno snodo ferroviario del Bade-Würtemberg, non lontano dai giacimenti di carbon fossile, e il suo paesaggio agrario sembra corrispondere a quello qui descritto.

[4] L’«ocio» in toscano designa l’«oca».

[5] Voce diffusa in tutta la regione per «aratro».

[6] Variante vernacolare di «solco».

[7] La parola «balla» designa un grande sacco di iuta.

[8] Il verbo «struffare» è forma vernacolare per «strofinare una superficie».

[9] In certe interiezioni, il pronome «Io» rimpiazza il sostantivo «Dio».

[10] Cioè «buonanotte», «gute Nacht». Il tedesco di Natale è approssimativo e sul piano fonetico molto influenzato dal toscano (per esempio aggiunge una vocale alla fine dei monosillabi tonici o delle parole tronche che terminano in consonante: Nacht > nacche).

[11] La negazione «no»: «nein».

[12] «Arbeit»: «lavoro».

[13] Questo verbo, con altre due varianti: «nappe» e «snappe» corrisponde al tedesco «schlafen», dormire.

[14] «Nein! Nein! Du morgen schlafen: nicht weg, nicht arbeiten»: «No, no! Tu domani dormire: restare qui, no lavorare».

[15] «Schlafen, um acht, neun aufstehen»: «Dormire, alle otto, nove alzarsi».

[16] «Morgen schlafen fünf, sechs aufstehen»: «Domani dormire, cinque, sei alzarsi».


la prima parte è stata pubblicata il 1° aprile 2026 

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Il testo è tratto dall’intervista-video di Natale Agostini (1923-2005) fatta da Urbano Cipriani il 10 ottobre 2005 ad Avena, frazione di Poppi (Arezzo): trascrizione, adattamento dal toscano all’italiano regionale parlato e note a cura di Viviana Agostini-Ouafi. La trascrizione integrale in italiano regionale parlato, Memorie orali di un soldato-contadino toscano (1941-1947), tradotta anche in varie lingue straniere, è online dal 30/05/2012 sul sito Mémoires de guerre: témoignages de la Seconde Guerre mondiale dell’Università di Caen Normandie diretto da Viviana Agostini-Ouafi

https//:www.memoires-de-guerre.fr 

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VIVIANA AGOSTINI-OUAFI

BIONOTA

Viviana Agostini-Ouafi è professore associato di lingua, civiltà e letteratura italiana all’università di Caen Normandia. Si occupa di storia, teorie e pratiche della traduzione: Dante in Francia, Proust in Italia, archivi di traduttori. Co-dirige un sito web plurilingue di memorie di guerra e la rivista Transalpina.



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