III PARTE - Memorie di guerra di Natal- e Agostini - un aviere toscano (1923-2005) (STORIA) ~ di VIVIANA AGOSTINI-OUAFI - TeclaXXI
STORIA
Viviana Agostini Ouafi
Memorie di guerra di Natale Agostini,
un aviere toscano (1923-2005)
Parte III*
“Io li aiuto, tutti! Perché?
Perché è un debito che ho con il mondo”
Successe che quest’uomo aveva un fratello più giovane
di lui – aveva una diecina d’anni, dodici, meno di lui – che lavorava, era alla
stazione, in ufficio però, capito... Però come minimo una volta per settimana,
ma anche due volte, veniva a trovare il fratello. Perché [...] lo
stipendio glielo davano, ma da mangiare, credi che era brutta, anche in
Germania non avevano niente da mangiare. Ci sarà venuto perché era suo
fratello, non ne discuto ma, quando andava via gli davano due o tre coppie
d’uova, mezzo conigliolo... [...] Si era diventati amici con quest’uomo! Lui
era uno di parlare, e anch’io! Lui mi domandava dell’Italia, mi domandava di
come si viveva, insomma questi ragionamenti... Si era diventati amici. E negli
ultimi giorni di giugno, il 24 o il 25 di giugno... [...] mi dice: «Oh
Natalino, tu lo sai, se tu avessi un po’ di coraggio, ci potrebbe essere modo
di andare in Italia!» «Ma io – io gli dissi – per andare in Italia, Angiolo[1], non
l’ho per me e basta, l’ho anche per altri cento!»
Mi disse: «Senti, deve partire un camion, deve andare
una tradotta di vagoni scoperti di carbon fossile a Firenze, sono io che devo
andare a vedere se è tutto a posto i freni, tutto a posto le batterie, il
giorno prima che parta. Se tu vuoi, tanto porto sempre la pala quando ci vado,
ti ci faccio una buca, in uno... laggiù infondo dove è lontano dalla stazione
[...] tanto parte verso le undici, la mezzanotte. Prima vengo a pigliarti, ti
ci ricopro.» E così fece. Venne a pigliarmi, mi ci ricoprì. Il carbon fossile è
a zolle, capito, non è che respirare... Soltanto, io m’ero avvisto morire nella
galleria tra Bologna e Firenze, perché non era un treno elettrico, era un treno
a vapore. Dovetti respirare in quel piccolo spazio, sempre, ma poi io
resistetti perché avevo vent’anni, [...] un po’ più avevo di vent’anni,
ventuno, eh... non avevo patito fame, avevo mangiato, ero forte, ecco. E invece
ce la feci.
E [a] Firenze, saltai quel muro lì in via Luigi
Alamanni. E lì c’era una, si chiamava Marcella, una romagnola, che la conoscevo
perché quando c’ero a fare il lattaio nel trentotto, fino ai primi del
trentanove, la servivo. Andai a bussare alla sua porta, insomma, glielo dissi
che ero tutto nero perché ero venuto in un camion di carbone. Ma poi mi aprì,
feci il bagno, poi lei mi dette un paio di calzoni di suo marito, un paio di
calzoni corti, una camicina [...]. E presi... venni a casa con la Sita[2].
Quando arrivai qui, non ci trovai nessuno dei miei perché
l’avevano portati via tutti alla Musolea[3]. [...]
Allora andai alla Musolea, io. Perché ce li avevan portati l’otto, il nove,
proprio un paio di giorni... ancora erano alla Musolea. Ma io... andare dentro
mi fecero andare, perché dissi: «Qua ci ho il mio babbo, ci ho la mia mamma!»
Però poi non mi facevano mica ripassare! Io, per riscappare, dopo glielo dissi
ai miei: «Non voglio mica andare, tornare in Germania! Voi, vi porteranno...» Infatti,
loro li portarono a Santa Sofia, poi fino a Reggio Emilia, loro. Ma tornarono
di dicembre [...]. Io invece scappai attraverso gli scarichi della gabina,
c’era la gabina elettrica alla Musolea. Eh... un tubo d’ottanta, ci correva poc’acqua.
Andai a finire laggiù in mezzo a quei campi. In mezzo a quei campi passai il
fronte. Passai l’Arno. Dall’Arno in là c’erano gli inglesi. [...]
[...] Quando passai il fronte, quando passai l’Arno,
io trovai una pattuglia di inglesi. Questi inglesi mi portarono a Subbiano, che
a Subbiano c’era un comando non indifferente. Allora, appena che mi
portarono... potevano pensare anche che fossi una spia tedesca, capisci!
Eh, certo!
Il comandante non c’era, la mattina. Mi misero
dentro... C’è, appena che si arriva in Subbiano, [...] sulla sinistra, c’è una
casa cantoniera ‒ c’era, ci sarà ancora ‒ mi portarono là, mi chiusero in una
stanza, una stanza grande. E c’era..., venne l’interprete, mi disse: «Stasera,
quando torna il comandante, la interrogherà.» Insomma... Figurati cosa feci! Io
ero lì, non facevo niente, avevo un lapis in tasca, c’era certi fogli lì, mi
misi lì che, io ambivo... scrivevo le poesie, da giovane, capisci... Eh, mi
misi lì e scrissi una poesia! Lì, in questa... Stetti lì tutto il giorno. Me ne
ricordo ancora:
Oh, mia cara ed amata famiglia
Oggi stesso vi invio il mio pensiero
Senza ragione son qui prigioniero
Ma bone cose io tengo a pensà
La mia idea voi ben la sapete
E più qui ve la voglio spiegare
Gli alleati li stavo a aspettare
Per poté tante cose vendicà
Quando questi si sono avvicinati
Fiero e forte io il fronte ho passato...
Perché, ora ti ritorno un passo indietro: sia qui, che
alla Musolea, che stetti con gli italiani, insomma con loro, sapevo che in
Montanino c’era i cannoni che tiravano, che tiravano a Poppi, avevano ammazzato
la gente, a Poppi, capito.
Sì, sì...
Dico, ehe:
Gli alleati li stavo a aspettare
Per poté queste cose vendicà[4]
Ora mi sono interrotto...
Mia cara ed amata
famiglia
Oggi stesso vi meno il mio pensiero
Senza ragione son qui prigioniero
Ma bone cose io tengo a pensà
La mia idea voi ben la sapete
E più qui ve la voglio spiegare
Gli alleati li stavo a aspettare
Per poté tante cose vendicà
Quando questi si sono avvicinati
Fiero e forte io il fronte ho passato
E con l’onore da bravo soldato
Dei tedeschi chiesi di parlà
Fui portato presto a Salutìo
Poi a Subbiano da un gran comandante
Le domande le... lì furono tante
Per potere i tedeschi sbandà
Un cannone è al Sasso alla Lippa[5]
Ed un altro in Cerreta si trova
Io di questi vi do bona nova
Domattina bruciati saran
Così Poppi da oggi in avanti
È tranquillo e con calma
riposa
Liberato da quei delinquenti
Che tentavan de rómpe ogni cosa
Piano piano così tutto il mondo
Credo in pace dovrà ben tornare
Ogni cuore sarà felice e giocondo
Un con l’altro potersi abbracciare
Penso sempre a voi tutti in famiglia
Più alla mamma e al caro Brunino
‒
aveva tre anni, Bruno ‒
Che pensà passò giorni mesi e anni
Senza dargli neppure un bacino
Quando avevo... Insomma, tante volte! Anche un’altra
volta, quando io riuscii a salvarmi, di dieci aerei si tornò sette, ma
insomma... Il giorno dopo ero di servizio, due giorni dopo dovevo andare di
servizio nel medesimo posto e non ci andai. Non ci andai, marcai visita. «Perché?»
«Perché mi duole la testa ‒ gli dissi a quel tenente ‒ sono un superstite della
Croce Bianca[6], io, che di dieci si tornò
in sette... il martedì sera! Il venerdì ci devo tornare? Non ci torno io!» Lui
mi disse: «Piglia un litro... un bicchiere d’olio!» Dissi a quello: «A Gaeta[7] mi ci manderà ma l’olio non
me l’ha dato la mia mamma, lei non me lo dà. Se ha un po’ di coscienza mi dà un
giorno di riposo. E sennò, faccia come gli pare, mi mandi anche a Gaeta lei!» Allora
disse: «Vai in branda!» Andai in branda, ma dovevo stare un giorno lì fermo,
anche in quel caso mi venne... Io, anche alle mie citte[8],
alle mie sorelle, alle mie cugine gli scrivevo a tutte in poesia. E allora,
dico:
Oggi son di riposo e niente ci ho da fare
La mia bona salute prima vi fo sapere
Credo che… La mia più bona salute...
credo di tutti voi che bene voi starete
E tutti di famiglia molto mi penserete
Anch’io vi penso tanto e niente c’è da fare
Solo un’ora al giorno quando si fa il bagno in mare
Si fa il bagno in ma… Faccio il bagno in mare assieme coi miei
amici
E così tristemente passano giorni e mesi
Passano giorni e mesi, passano mesi e anni,
E questa è la vita dei giovani di vent’anni.
Ecco! Un’altra! Ma poi...
Sì, sì, era un momento.
Questa è una... Allora. La sera, quando arrivò questo
comandante, che mi interrogò, gli dissi quello che avevo fatto, dove ero stato,
una cosa e un’altra, mi disse: «Va bene, domani mattina le farò, le darò un
documento che lei porterà...». La mattina, si vede che aveva telefonato, aveva
fatto ogni cosa, disse: «Non ho che da farle il biglietto per andare al
Ministero dell’Aeronautica...». Il Ministero dell’Aeronautica era a Orvieto,
non a Roma. Mi fa i fogli per andare al Ministero dell’Aeronautica, al Ministero
dell’Aeronautica ce ne trovai diversi di sbandati... come ero io. E due giorni
dopo, venne un capitano italiano con due ufficiali americani a chiederci chi
voleva andare volontario nell’aviazione americana, che ci davano la paga che
davano ai loro soldati: gli specialisti, eh?, questi dei reparti di volo.
O te! Io partii subito. Di lì, andai a Pescara. A
Pescara ci trovai Alberto Rabagliati[9],
che Alberto Rabagliati era nell’ottantaduesimo Fortezze Volanti, che era a
Pescara allora. Poi, dopo una diecina di giorni, si andò a Je... a Osimo
stazione. Poi quando gli americani...
Nelle Marche!
Sì, sbarcarono a Rimini, allora i tedeschi si
ritirarono, si andò... noi si andò in provincia di Gorizia, aspetta, io caro...
A Grado! in provincia di Gorizia. E lì ci stetti ‒ ci sono stato sedici mesi[10] con l’aviazione americana,
mica un giorno, io, eh? ‒ ci stetti fino a quando non feci domanda di congedo,
che, noi, la carriera era sei anni, la firma s’era messa a sei anni, capito?
Ma cos’hai fatto in questi sedici mesi
con l’aviazione americana? Che stavi lì a terra?
Dopo quindici giorni, tutti i giorni (alzandosi in
piedi) si andava a bombardare in Germania come ci andavano loro.
Ah! [...] Fortuna che la contraerea tedesca ormai era quasi abbastanza...
Niente!! Lì, il pericolo, te lo dico io: tu lo sai di [settembre]
nel quarantaquattro, qualche giorno si poteva essere anche trentamila fortezze
volanti là. La contraerea non esisteva più per niente. L’unico pericolo era,
sai, l’aria è... il mondo è tanto grande, ma ogni tanto qualcheduno...
succedeva, bastava che si toccassero... che si toccassero con la punta di...
Tra loro!
Con la punta di una cosa, eheè, una volta toccati era
difficile salvarsi, capito. Perché poi, eh...
Perché viaggiavate parecchio in
pariglia?!
Le fusoliere, le ali, le fusoliere sono tutte serbatoi di benzina, capito? specialmente quando si parte. Ma, io dico che le bombe che sono cascate in Germania non le può calcolare nessuno. E così... io poi di giugno, gli ultimi di maggio del ’46, feci domanda di congedo[11].
Fine
[1] Angiolo, variante toscana di Angelo: il narratore
toscanizza il nome tedesco dell’amico Engel e Engel lo chiama col diminutivo familiare
Natalino.
[2] L’autobus di linea che, via Pontassieve e la
Consuma, va in Casentino.
[3] La Mausolea di Soci è una fattoria dei frati camaldolesi: il narratore
semplifica «au» in «u». Liberata Arezzo il 16 luglio, il fronte di guerra si
sposta in Casentino perché gli alleati risalgono lungo l’Arno. Il paese di
Natale, Avena, è evacuato inizio agosto dalla polizia tedesca e dai gendarmi
perché troppo vicino alla Linea Gotica. Di fatto il narratore torna dalla
Germania fine giugno e, con un’ellissi cronologica notevole, salta un mese di servizio
obbligatorio del lavoro sulla Linea Gotica di Montanino come operaio della Todt.
Va da lì direttamente alla Mausolea quando ha notizia dello sfollamento del suo
paese. Questo netto ed abile salto narrativo è dovuto al fatto che l’intervista
ha luogo una domenica mattina: il lauto pranzo era pronto e quest’infaticabile
narratore, che non faceva mai colazione, aveva dunque fretta di andare a
tavola!
[4] In grassetto indichiamo le varianti lessicali inserite nella ripetizione
della performance stessa.
[5] Al Sasso alla Lippa di Montanino, come a Cerreta
vicino a Camaldoli, c’erano i cannoni della Linea Gotica che tiravano sulla
valle del Casentino e su Poppi in particolare.
[6] Ente per l’assistenza medica e in particolare per
il trasporto di feriti e ammalati.
[7] Carcere militare. L’olio è quello di ricino, il
noto strumento punitivo-purgativo usato dal regime fascista.
[8] «Citte» è un termine dialettale che significa
«bambine», «ragazze», qui sta piuttosto per «fidanzate».
[9] Alberto Rabagliati, già celebre cantante allora, era
precedentemente sfollato a Lierna, vicino ad Avena (Poppi).
[10] Si tratta, viste le dichiarazioni da lui fatte
subito dopo, di ventidue mesi circa, dall’agosto 1944 al maggio 1946.
Ricordiamo che gli alleati liberarono Rimini il 21 settembre 1944.
[11] In effetti, nel giugno 1946, Natale passerà dall’aviazione
americana a quella italiana, andando prima a Padova, poi a Galatina (Lecce). Tornerà
a casa in congedo illimitato, col grado di sergente, il 10-12-1946. Abbiamo
dedicato alle memorie di guerra di nostro padre lo studio seguente: V.
Agostini-Ouafi, « Strategie narrative, tradizione orale
e vernacolo poppese nel racconto di guerra di Natale Agostini », in La
Rilliana e il Casentino. Percorsi di impegno civile e culturale. Studi in
ricordo di Alessandro Brezzi, A. Busi, L. Conigliello, P. Scapecchi (dir.),
Firenze, Regione Toscana-Consiglio regionale (Edizioni dell’Assemblea, 213),
2020, p. 11-25. Volume
scaricabile online. Per il testo integrale di questo racconto:<https//:www.memoires-de-guerre.fr>.
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Il testo è tratto dall’intervista-video di Natale Agostini (1923-2005) fatta da Urbano Cipriani il 10 ottobre 2005 ad Avena, frazione di Poppi (Arezzo): trascrizione, adattamento dal toscano all’italiano regionale parlato e note a cura di Viviana Agostini-Ouafi. La trascrizione integrale in italiano regionale parlato, Memorie orali di un soldato-contadino toscano (1941-1947), tradotta anche in varie lingue straniere, è online dal 30/05/2012 sul sito Mémoires de guerre: témoignages de la Seconde Guerre mondiale dell’Università di Caen Normandie diretto da Viviana Agostini-Ouafi
https//:www.memoires-de-guerre.fr
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VIVIANA AGOSTINI-OUAFI
BIONOTA
Viviana Agostini-Ouafi è professore associato di lingua, civiltà e letteratura italiana all’università di Caen Normandia. Si occupa di storia, teorie e pratiche della traduzione: Dante in Francia, Proust in Italia, archivi di traduttori. Co-dirige un sito web plurilingue di memorie di guerra e la rivista Transalpina.


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