Villa Lante al Gianicolo II parte (VISITE GUIDATE) ~ di Jacqueline Spaccini - TeclaXXI
VISITE GUIDATE/STORIA DELL'ARTE
JACQUELINE SPACCINI
VILLA LANTE AL GIANICOLO
II PARTE
VILLA LANTE AL GIANICOLO
La prima parte è stata pubblicata il 27 ottobre 2026
Ma torniamo alla descrizione del Salone. Le pareti
della stanza solo in apparenza sono di marmo, in realtà si tratta di carta
marmorizzata (tipica di molte chiese romane, come per esempio la Chiesa della
Santissima Trinità degli Spagnoli in via Condotti). Entrando a destra, dopo
l’ufficio dell’Ambasciata della Finlandia presso la S. Sede, troviamo una
scritta risalente al Sacco di Roma del 1527, allorquando vi fu l’occupazione
della città da parte dei mercenari di Carlo VIII, i Lanzichenecchi: A 6
magio 1527 io fo la presa di Roma. Qualcosa di simile si trova anche nei
graffiti di villa Farnesina con ingiurie in tedesco nei confronti di Roma
meretrice. Il soffitto a padiglione contiene imprese, emblemi, busti. Sono
omaggi, le imprese, fatti dipingere dopo il 1524: quella di Baldassarre Turini
rappresenta un cane, un levriero, che guarda verso l’alto un leone (simbolo dei
Medici) dietro al quale splende un sole acceso (altro simbolo dei Medici). Un nastro
recita questo motto: Altore alto it fides altius, «tanto più è grande il
signore, tanto maggiore sarà la fiducia». Fides traduce lealtà e fedeltà,
qualità che richiedono la massima aspettativa da parte di un pontefice, in
questo caso Leone X. Ma poiché Clemente VII sarà l’altro papa di Baldassarre
Turini, ecco che un affresco raffigura un ovale con la sua impresa e il motto Candor
illesus, «candore incorrotto» e incorruttibile del papa. Tra busti vari
contenuti entro conchiglie, spiccano 4 riquadri rettangolari perfettamente
bianchi. Lì erano i dipinti probabilmente di Polidoro da Caravaggio e del suo insostituibile
compagno Maturino, eseguiti verso il 1524-1525 e staccati dal soffitto all’atto
della vendita della villa da parte dei Borghese. Dal 1891 si trovano
attaccati a una volta, all’interno di Palazzo Zuccari, sede della Biblioteca
Hertziana, in seguito all’acquisto degli affreschi da parte della collezionista
d’arte tedesca Henriette Hertz.
Essi rappresentano, nell’ordine: La pace tra Giano e Saturno, La fuga di Clelia, La liberazione di Clelia, Il rinvenimento del sepolcro di Numa Pompilio. Giano è un dio etrusco, non è la traduzione latina dell’Olimpo greco. Saturno (corrisponde a Crono) è considerato il padre di Roma. La romana Clelia è prigioniera insieme con altre giovinette del re etrusco Lars Porsenna. Fugge, torna a Roma. Per rispettare il patto sancito, i Romani rispediscono Clelia a Porsenna, stanziato sulle alture etrusche del Gianicolo. Clelia fa sapere che non rinuncerà alla fuga. E allora, ammirato, Porsenna la libera e le dona un cavallo per rientrare a Roma. Nel quarto dipinto è dato vedere il rinvenimento della tomba del secondo re di Roma: un sepolcro contiene le spoglie di Numa Pompilio, un secondo rivela una pila di libri, i misteri sibillini del pontifex Numa. Sullo sfondo, un bellissimo anacronismo raffigura la Villa Lante quasi terminata, rustica, senza scalea, né balconcini, come doveva essere poco prima del 1525. Il fil rouge che lega questi quattro affreschi è il tema Roma-Firenze, Roma-Etruria, il papato fiorentino che fa nascere la Nuova Roma, sotto il suo imperio, riappacificando la città eterna con quella della floridezza rinascimentale.
Al centro del soffitto lo stemma di papa Paolo V Borghese che visitò la villa nel 1608: un’aquila nera su un drago e tutt’intorno l’araldica religiosa di un pontefice: il triregno (la tiara), le chiavi incrociate d’oro e d’argento (potere spirituale e temporale) e i cordoni.
Nel 1898 Wolfang Helbig, affittuario della villa, acquista dalla collezione Sciarra un quadro del caravaggesco Valentin de Boulogne che nel 1628 su commissione del cardinale Francesco Barberini dipinge l’Allegoria dell’Italia, ma anche la sua storia. In alto una donna a rappresentare l’Italia con corona muraria e torri, in basso a sinistra una figura silvestre, personificazione maschile del Tevere, simbolo di Roma, con accanto Romolo, Remo e la lupa; a destra, un'altra rappresentazione maschile espressione di una divinità fluviale: l’Arno con la testa cinta di una corona di faggio e accanto un leone, simbolo di Firenze. Le api dei Barberini che si trovano in alto a sinistra nell’atto di prendere il volo non sono oggi pressoché più visibili. Roma e Firenze sono riunite grazie al papato. Infine, si notano riproduzioni in gesso del Canova (era in contatto con il Valadier) a illustrare Socrate e la sua integrità, nonché il leone di Atene, Alcibiade, discepolo di Socrate. Nel salone sono dunque tre secoli di arte e di storia.
Da qui si accede alla loggia, vero tesoro di questa villa, che si apre sul panorama romano fino ai Colli Albani. Un tempo completamente aperta, fu in seguito dapprima in parte murata (lavori del Valadier, 1807), poi riaperta, ma con i vetri a proteggere dalle folate di vento e dal freddo (come la loggia della villa Farnesina). Nel 1531 si intraprende la decorazione della volta a botte (fatta colorare dal Valadier e nel restauro di Adriano Prandi fatta nuovamente tornare bianca, come testimonia uno scritto di Girolamo Rorario coevo del Turini). La mano è quella di uno stuccatore forse amico di Giovanni da Udine che con lui aveva lavorato a Villa Madama. I temi rappresentati sono quelli della mitologia: Sole, Luna e Giove. Motivi medicei sono SUAVE (Leone X), SEMPER (Leone X) e CANDOR ILLESUS (Clemente VII). Mentre gli stucchi delle quattro stagioni sono del periodo Valadier (primo Ottocento). Vi sono iscrizioni come HANC IANUS HANC SATURNUS CONDIDIT URBEM (sulla collina fondò la città gianicolense Giano, dio degli Etruschi, in basso Saturno fondò Roma – si tratta di una citazione tratta dall’Eneide di Virgilio e apposta durante il restauro del Valadier); 1531 (data della conclusione lavori della villa); 1953 (insediamento dell’Institutum Romanum Finlandiae) e 1972 (secondo restauro novecentesco della loggia). Spicca nella loggia la presenza di un pianoforte Pleyel ove si esercitava la principessa Nadia Helbig, e sul quale pose le mani, Franz Listz, ospite della coppia germano-russa.
Le pseudo-serliane (gli archi sono privi delle cornici) sono intervallate da colonne di marmo pavonazzetto (romane) e due di marmo bigio.
Dopo aver goduto della vista della città di Roma che si estende al di sotto della loggia, salendo (non a caso) un gradino, si accede all’attuale biblioteca. Questa parte è un corpo alieno, non previsto dal progetto giuliesco: fu infatti costruito nel XIX secolo. Quando infatti la villa non servì più al noviziato delle monache del Sacro Cuore di Gesù, creato dalla proprietaria Madeleine Sophie Barat che nel 1837 aveva acquistato la villa dal cognato di Napoleone I Bonaparte. La villa è presa in seguito in affitto da un pittore Antoine Gabriel Favard, un artista lionese sposato con la russa Tatiana Philipowna d’Elson. Costui reclama per sé un atelier di pittura: tra il 1860 e il 1870 lo fa costruire sulla terrazza di copertura del primo ampliamento dei Lante. Costituisce un grave danno estetico-architettonico alla villa, una superfetazione. È l’ultima alterazione apportata all’edificio. Oggi è biblioteca. Naturalmente qui non stiamo minimamente affrontando la distruzione del giardino per la realizzazione della Passeggiata del Gianicolo nel 1891 e, precedentemente, dall’erezione delle mura vaticane da parte di Urbano VIII nel Seicento.
Non è più la villa rinascimentale, il casino dell’otium: è una dimora borghese di prestigio. Qui vengono ad abitare nel 1887 Wolfang Helbig, archeologo e collezionista d’arte e sua moglie Nadine Šahovskajan, pianista e pittrice. La villa diviene ritrovo dell’intellighentsia europea: Mommsen, Schliemann, Liszt (che si era trasferito a Roma e risiedeva nel convento annesso alla chiesa di S. Francesca Romana), Rubinstein, Debussy, Sgambati, Grieg, Wagner, D’Annunzio, Carducci, e la figlia di Tolstoj, tra gli altri.
Nel 1909 il figlio Demetrio compra Villa Lante. Docente di chimica e generale dell’aeronautica italiana, affitta il piano superiore a Goran Stenius, funzionario del ministero degli esteri finlandese che lavora presso la Santa Sede. Demetrio Helbig è anziano, è disposto a vendere la villa allo Stato finlandese. Ma occorrono finanziamenti. Quelli si trovano: il mecenate si chiama Amos Anderson. Ma c’è ancora da attendere il placet dello Stato italiano che ha il diritto di prelazione. L’Italia non è interessata all’acquisto. Sicché nel 1950 la Finlandia acquisisce Villa Lante e l’assegna all’Institutum Romanum Finlandiae, che ivi si insedia dal 1953 (dopo i lavori di restauro di Prandi). L’inaugurazione avviene il 29 aprile 1954. L’attività di ricerca dell’Istituto promuove corsi scientifici aventi come oggetto di studio Roma, la sua storia, la classicità (arte, archeologia e filologia). Ogni anno dei borsisti finlandesi studiosi di Roma antica o del Medioevo, ma anche di architettura e filologia, vengono accolti all’interno della villa, la quale ha anche funzione di Ambasciata finlandese presso la Santa Sede.
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