Šostakovič e la sua Lady Macbeth al Teatro alla Scala (MELODRAMMA) ~ di Riccardino Massa - TeclaXXI

 

MELODRAMMA

 

Riccardino Massa

 

Šostakovič e la sua Lady Macbeth al Teatro alla Scala

 


Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk dicembre 2025 Milano Scala

Il 7 dicembre scorso è andata in scena al teatro alla Scala di Milano Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Dmitrevič Šostakovič per l’inaugurazione della stagione scaligera 25/26. La Rai ha permesso anche al grande pubblico di poter assistere alla diretta. Inoltre, tutti i giornali ne hanno parlato, se non altro perché l’evento apre il cartellone della più importante fondazione lirico-sinfonica italiana.

Tutti i giornali ne hanno scritto. Tra i commentatori vi sono stati quelli che hanno menzionato il cinquantesimo anniversario della morte dell’autore (Mosca, 9 agosto 1975). Altri hanno preferito sottolineare l’oppressione degli artisti da parte del regime staliniano (si veda la stroncatura da parte di Ždanov1  sulla “Pravda” e la conseguente censura contro il compositore, la cui musica venne bollata come antisovietica). Fu un giudizio sferzante che colpì l’opera nell’Unione Sovietica, ma che non ebbe meno detrattori in Occidente, visto che negli Stati Uniti “The Sun” parlò di “Pornofonia2. Altri giornalisti, nel trattare l’evento scaligero, hanno invece privilegiato l’aspetto narrativo dell’opera (non a caso tratta dall’omonima novella del 1865 di Nikolaj Leskov) collocando, per così dire, la protagonista sul lettino dello psicologo e affrontando così il ruolo della donna nel melodramma.

Certo, quest’ultimo aspetto mi è risultato il più stimolante. Mettere in relazione le due Lady Macbeth conosciute nella storia dell’opera lirica (quella di Verdi e quella di Šostakovic) è sicuramente interessante al fine di comprendere l’evoluzione di questo personaggio scespiriano dall’Ottocento al Novecento. In entrambi i casi, un uomo che uccide può essere giudicato, amato o detestato, mentre una donna che uccide (o che ispira a uccidere, come è in Verdi) modifica il senso della tragedia. La Lady Macbeth di Verdi manipola Macbeth, mentre quella di Šostakovič agisce autonomamente per emanciparsi dalla sua condizione. Sono entrambe assassine? Si, lo sono! Però con una reale differenza: mentre la verdiana sceglie di esserlo per il potere, quest’altra sceglie di esserlo per liberarsi dal dominio del maschio. C’è chi ha voluto leggere in questa versione la volontà emancipatrice. C’è chi, come il sottoscritto, ritiene doveroso invece far risaltare il baratro degenerativo che si sviluppa con il duplice omicidio, ma che è il sintomo di una crisi più profonda nella quale è “La Noia”, la figura di spicco.  

Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk dicembre 2025 Milano Scala


L’opera non inizia con una sinfonia, ma direttamente con una parte cantata. Le parole iniziali di Katerina L’vovna Izmajlova sono queste:

 

No, non ho proprio più sonno. Certo questa notte ho dormito… mi sono alzata, ho bevuto il tè con mio marito, mi sono di nuovo distesa. Che altro posso fare?  Dio mio, che noia! Stavo meglio prima di sposarmi. Certo ero più povera, ma molto più libera.”

 

Un canto, che il regista dell’opera (Vasily Barkhatov)3 ha magistralmente fatto risultare come una confessione di fronte a un ispettore di polizia. Infatti, il filo conduttore scenico è proprio una continua confessione in una indagine condotta al fine di giungere alla verità sul duplice omicidio. Una noia esistenziale, quella dell’interprete, che è protagonista di larga parte della cultura novecentesca. Una noia che però sfocia in una passione deformante della realtà sino alla esaltazione del parossismo morboso e che inevitabilmente si conclude con l’aria del IV atto:

 

“Nel bosco dove è più fitto, c’è un lago tondo e molto profondo. L’acqua è nera, nera come la mia coscienza.”

 

L’opera alterna il canto a momenti sinfonico-descrittivi che ci fanno rivivere i percorsi musicali del Novecento. Come il commento del Pope dopo la morte di Boris (il primo assassinato) che, come dice il maestro Riccardo Chailly, ricorda un linguaggio proviente dal mondo di un’operetta di Offenbach.  Interessante è anche il breve ma intenso richiamo all’arte dodecafonica che si trova in una parte del IV atto nella linea dell’oboe.

Alla Scala di Milano quest’opera venne eseguita la prima volta il 16 maggio del 1964 nella versione ritmica in italiano di Flavio Testi. Ora si è eseguita la versione originale del 1934 scritta in russo. Versione originale e non quella rivisitata dallo stesso autore e che andò in scena al Teatro di Mosca l’8 gennaio del 1963 e al Teatro San Carlo di Napoli il 13 febbraio 1964 (in lingua croata).

L’operazione culturale, che il Teatro alla Scala ha voluto affrontare, è senza dubbio di grande rilevanza. Infatti, non era affatto scontato che in un momento tragico come il nostro, un’opera russa potesse giungere a inaugurare una stagione lirica. I bagliori dei bombardamenti sull’Ucraina hanno purtroppo scoperto un nervo sensibile nell’atteggiamento culturale italiano. Ancora risuonano gli echi della censura effettuata in sede universitaria4. È indubbio che questo scontro politico-militare tra l’Europa e la Russia dovesse provocato una rottura nei rapporti, ma sarebbe un guaio se autori come Šostakovic dovessero tornare a sparire dal panorama culturale italiano.

Ciò, anche perché perderemmo la possibilità di ascoltare dal vivo la sterminata produzione musicale di questo autore, a partire dalle sue 15 sinfonie 5, le sue 2 opere, le 6 musiche di scena, i 4 balletti, le 3 commedie musicali, le 36 colonne sonore, i 6 concerti 6, i 15 quartetti d’archi i preludi e le fughe e le svariate liriche per voce e orchestra. Una padronanza tecnica definita dai critici musicali fuori dal comune. Ciò non toglie che aveva una conoscenza vasta sul repertorio (Bach, Beethoven, Wagner, Mahler) ben al di sopra della media dei compositori del Novecento. Pochi musicisti possono ventarsi di possedere, già da giovani, una padronanza della grande forma sinfonica e dell’orchestra moderna, una ricchezza di idee e varietà di linguaggio. Egli aveva assorbito avidamente i molteplici stimoli frequentando regolarmente le serate di musica moderna occidentale. Pochi sanno che questo artista nutrì anche una passione jazzistica non indifferente come si rileva dalla composizione “Tahiti Trot”.

La musica Jazz è rintracciabile anche nei “Preludi per pianoforte” e, in particolare, nella “Suite per Orchestra Jazz” scritta nel 1934. La cifra interpretativa di questo musicista non può non considerare anche la sua capacità di utilizzare nelle opere il paradosso surreale. Lo si comprende ancora di più in un’altra opera si Šostakovic che è “Il Naso”, tratta dall’omonimo racconto di Nikolaj Gogol e andata in scena la prima volta in Italia l’11 settembre del 1947, a Venezia per il X Festival internazionale di musica contemporanea che portò nel nostro Paese per la prima volta le due opere del musicista russo. Poi ripresa all’ Opera di Roma nel 1967 e alla Scale di Milano nel 1972 con la regia di Edoardo De Filippo. Quindi quest’opera andò in scena al Teatro Regio di Torino nella stagione 2006/2007 con la prima il 31 ottobre 2006. Il paradosso surreale de’ “Il Naso” sta nel fatto di essere un’opera giunta in ritardo nel panorama dell’avanguardia russa del primo Novecento, e di conservare ancora oggi la sua straordinaria carica di vitalità modernistica.



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 1- Andrej Aleksandrovič  Ždanov- (Mariupol 26febbraio 1896, Mosca 31 agosto 1948) partecipò alla guerra civile in Russia, sodale di Stalin, fondamentale la sua elaborazione dei principi del “Realismo Socialista”. Creatore di un codice che stabiliva i canoni della produzione culturale.

2 – “La Repubblica”, Inserto Album, pag. 5 “Immortale Porno fobia” di Nico

3 - Vasily Barkhatov è nato a Mosca e si è laureato presso l’Istituto russo di arti teatrali nel 2005, È stato anche direttore artistico del Teatro Mikhailovsky di san Pietroburgo. Tra i suoi successi includiamo le prime rappresentazione de” L’Incantatrice” di Ciajkovskij e “Le grand Macabre” di Ligeti all’opera di Francoforte, Il “Simon Boccanegra” di Verdi e “L’Invisibile” di Reimann al Teatro San Carlo di Napoli, “L’Idiota” di Weinberg e “Norma” di Bellini al Musikteater di Vienna. Ḕ a4rtista prolifico che vanta già ben125 regie teatrali.

4 - Nel marzo del 2022 appena scoppiata la guerra con l’invasione russa in Ucraina, l’Università Bicocca di Milano cancellò il corso dello scrittore Paolo Nori sul russo Dostoevskij. Solo la protesta dei colleghi dell’ateneo riuscì a far fare marcia indietro sulla decisione.

5 - La prima ebbe già un enorme successo internazionale, come ebbero poi la n. 2 detta “Ottobre” , la 5° denominata “del pentimento”, la 7° detta “Leningrado” che è un’opera monumentale di oltre 70 minuti, la 8°  forse la più tragica che fu all’origine della seconda censura del regime stalinista, la 9° imprevedibilmente brillante, la 11° che si sviluppa sui canti popolari russi, la 12° con il titolo significativo di Sinfonia 1917, la 13° con testi di Evtušenko, la 14° che è una riflessione sulla morte con testi di 4 poeti

6 n 2 concerti per violino, n. 2 concerti per violoncello.

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RICCARDINO MASSA

BIONOTA

Riccardino Massa (1956) è nato nel “Canavese” (Piemonte centrale). Dal 1986 al 2020 ha svolto la professione di Direttore di scena al Teatro Regio di Torino. Ha ripreso la regia di Roberto Andò de Il flauto magico di Mozart nei Teatri lirici di Cagliari, Palermo e Siviglia, nonché la regia di Lorenzo Mariani de Un Ballo in Maschera di Verdi e quella di Jean Luis Grinda della Tosca di Puccini, entrambi al teatro Bunka Kaikan di Ueno in Giappone. Ha poi realizzato la messa in scena de L’Orfeo per il festival Casella e recentemente la ripresa della regia di Gregoretti del Don Pasquale di Donizetti al Regio di Torino.

 


 

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