Sotto gli ulivi di Oreste Solomos (NARRATIVA/TRADUZIONE) ~ di Marco Martella - TeclaXXI

 

NARRATIVA/TRADUZIONE

 

Oreste Solomos

 

Sotto gli ulivi

 

Traduzione di Marco Martella

CC0 free domain 
 

Articolo apparso nel numero di febbraio 1937 del mensile TLJ (Tulsa Literary Journal), che aveva chiesto a poeti e scrittori di rispondere alla domanda: «Come definireste la bellezza?»

 

La mia definizione della bellezza? Domanda difficile e, per dirla tutta, indiscreta… Non sono un intellettuale, perciò non tenterò di rispondere. E poi sarebbe tempo perso. Tutto ciò che è infinitamente più grande di noi sfugge alla nostra presa; tutto ciò che dà un senso a questa esistenza (come la bellezza, ma anche la poesia o la voglia di viaggiare) non può essere rinchiuso in un’idea, tantomeno in una definizione. Il grande Platone affermava – si dice – che la bellezza è «lo splendore del vero». Il poeta John Keats, duemila anni più tardi, scrisse:

                 Beauty is truth, truth beauty, that is all

        Ye know on earth, and all ye need to know[1].

 Che dire di più?

Tutto ciò che posso offrirvi, io che non sono né filosofo né grande poeta, è una semplice immagine. Un ricordo che forse ha interesse solo per me. Un ricordo della mia infanzia, abbellito, come spesso accade, dal tempo e dalla nostalgia per il mondo di cui questa immagine è un frammento, come una scheggia di maschera antica che brilla in mezzo ai sassi e ai rovi.

Tre o quattro volte l’anno, i miei genitori, i miei fratelli e io lasciavamo Atene per recarci a Kalamata, nel Peloponneso, il villaggio in cui era nata mia madre. Mio zio Nikos, suo cugino, medico di professione, aveva ereditato un terreno piantato di ulivi secolari e mandorli, circondato da muretti a secco. La domenica, dopo pranzo, indossava il suo cappello di paglia, lasciava il villaggio e trascorreva il resto della giornata a prendersi cura dei suoi alberi. Per lui l’uliveto era un luogo di riposo dopo una lunga settimana di lavoro; per me, il posto più vicino al paradiso terrestre, della cui esistenza allora non dubitavo affatto.

Zio Nikos a volte mi permetteva di aiutarlo. Ricordo come fosse ieri le ore passate a raccogliere le mandorle (ad agosto) e le olive (a novembre), a potare i polloni ai piedi degli alberi o a bruciare il legno secco. E il piacere che provavo certi torridi pomeriggi estivi, quando zio Nikos mi chiedeva di annaffiare gli ulivi più giovani e sentivo sotto le dita l’acqua gelida scorrere dal secchio prima di scomparire nelle zolle di terra rossa: ero felice, come se fossi io, e non gli alberi, a essere dissetato da quell’acqua. Sì, lo ricordo come fosse ieri, la gioia di allora è ancora viva nella mia mente. Così, mentre scrivo queste righe nel mio appartamento di New York, sento ancora il suono delle falci e, di tanto in tanto, i canti dei contadini in lontananza; avverto nelle narici l’odore dell’erba appena tagliata e quello della terra dopo la pioggia. E mi viene quasi da credere che Keats (ancora lui) avesse ragione quando scrisse:

     A thing of beauty is a joy forever:

    its loveliness increases; it will never

pass into nothingness[2].

 Il momento che amavo di più era la sera, quando mio zio rientrava al villaggio e io restavo ancora un po’, da solo, nell’uliveto. Tutto intorno a me la campagna, immersa in un silenzio profondo, scivolava verso la notte, togliendomi il respiro tanto diventava vasta e, così triste, così lontana da tutto, che gli occhi mi si riempivano di lacrime. Guardavo gli ulivi che cominciavano a svanire nell’oscurità, i tronchi nodosi, le forme tormentate, le radici che affioravano qua e là come se anche loro volessero essere accarezzate dalla brezza della sera. Mi impressionavano, quei vecchi alberi! Avevano resistito a tutto: alla siccità, alle potature ripetute, ai temporali estivi. Erano piantati in modo irregolare, là dove i contadini avevano trovato terra abbastanza profonda o ulivi selvatici sui quali innestare le varietà che davano i frutti più succosi. Di ferita in ferita, avevano attraversato i secoli per diventare quegli alberi lì, che ora mi circondavano e di cui potevo toccare la corteccia. Da dove veniva la loro bellezza? Dalle ferite, dalla loro grande età, certo; dall’arte somma di Atena che, come mi aveva spiegato zio Nikos, aveva creato il primo ulivo in un tempo favoloso, precedente la nascita dell’Uomo. Ma veniva anche (lo sentivo confusamente) dal legame che li univa alla gente di quella terra avara, poiché i loro frutti avevano permesso alle generazioni di sopravvivere alla povertà e alle carestie.

È per questo che nella regione l’ulivo era re, come diceva Theodoros, il contadino che viveva nel terreno accanto a quello di zio Nikos.

A settant’anni, Theodoros non esitava a salire, sega alla mano, fino alla cima dei suoi enormi ulivi per potarli. Lassù, in mezzo alle chiome, quasi invisibile (solo un fremito nel fogliame argentato tradiva la sua presenza), era nel suo regno. Di tanto in tanto parlava con zio Nikos, ciascuno in piedi dalla propria parte del muretto. Discutevano delle diverse varietà di ulivo o della stagione migliore per arare la terra. Theodoros diffidava dei giovani agricoltori usciti dalla recentissima Scuola di agronomia di Atene, che – diceva – avevano solo teorie e idee in testa. A dire il vero, nemmeno i contadini della domenica, come zio Nikos, godevano della sua stima. Il lavoro della terra, diceva, si può imparare solo da molto piccoli, come si impara a parlare la propria lingua. Theodoros lo aveva imparato da suo padre e a sua volta lo avrebbe insegnato a suo figlio, se quest’ultimo non avesse avuto l’idea bizzarra di andare a lavorare ad Atene. Guardava con occhio sospettoso gli uliveti moderni che cominciavano ad apparire qua e là nella regione, grandi e funzionali, dove gli alberi erano piantati in file regolari secondo i principi descritti nei recenti trattati di agronomia, che Theodoros, analfabeta, non conosceva. Che cosa si poteva ottenere da quegli ulivi di piccola taglia, diceva, certo più facili da coltivare e resistenti alle malattie, ma allineati come soldati in guerra, tristi come la morte?

Tuttavia, Theodoros finì per fare un complimento a mio zio. Un giorno gli disse così: «Nikos, tu non sarai mai un contadino, è vero, ma il tuo uliveto è curato come si deve. È un vero giardino!». Mio zio ci raccontò che, sentendo quelle parole, era arrossito di piacere. Ne fui felice anch’io, e lo sono ancora oggi ripensandoci. Un giardino! Non mi ero dunque sbagliato nel paragonare l’uliveto di mio zio all’Eden! Ed è vero che, anche se più tardi, prima di emigrare negli Stati Uniti, ho visitato i sontuosi parchi di Germania e Francia, non riesco a immaginare un giardino più bello di questo: un uliveto antico quanto il mondo, circondato da muretti a secco e punteggiato di alberi da frutto piantati senza un ordine apparente, che emergono da una terra rossa sempre assetata, dove un tempo, senza dubbio, gli dèi venivano a passeggiare – gli dèi, sempre curiosi delle opere degli uomini, sempre gelosi quando questi li superavano nell’arte di creare cose mirabili.

Il giardino di zio Nikos appartiene al mondo antico, quello di prima della Macchina, un mondo destinato a scomparire o forse già scomparso, nel quale bellezza e utilità erano inseparabili, entrambe dispensatrici di un nutrimento essenziale per gli esseri umani. Così potrei riprendere i versi di Keats citati all’inizio e dire:

Beauty is usefulness, usefulness beauty…[3]

Ed è davvero tutto ciò che gli uomini avevano bisogno di sapere perché la loro vita sulla Terra fosse degna di questo nome, e ciò che non avrebbero mai dovuto dimenticare.

Ecco, dunque, l’immagine con cui rispondo, in modo certo inadeguato, alla domanda che mi avete posto. Che cos’è la bellezza? Un uliveto che si dissolve dolcemente nella sera che scende; gli odori aspri della campagna; un bambino che si risveglia al mistero della vita e non riesce a distogliere lo sguardo da alberi che gli paiono eterni, il cuore stretto dalla malinconia e la gioia.

È l’immagine che spero di portare con me quando verrà il momento di lasciare questo viaggio terreno, perché credo che essa contenga, come un seme appena germogliato contiene l’albero, l’intera mia esistenza. Un uliveto. La poesia era lì, davanti a me, offerta: un luogo solitario, felice perché colmo di bellezza. E può darsi che una sera, mentre osservavo gli ulivi di zio Nikos, un piccolo dio si sia chinato su di me per sussurrarmi all’orecchio: «Qui, Oreste, è il tuo destino».

[Traduzione dall’inglese di Marco Martella]

 


[1] Bellezza è verità, verità bellezza, questo solo / Sulla terra sapete, ed è quanto basta. John Keats, Ode su un’urna greca, 1819 (Nota del Traduttore).

                  [2] Una cosa bella è una gioia per sempre: / cresce di grazia; mai passerà / nel nulla. John Keats, Endimione,                               1818. [N.d.T.]

                 [3] La bellezza è utilità, l’utilità bellezza[N.d.T.]

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ORESTE SOLOMOS 

BIONOTA Oreste Solomos (1861-1935) è un poeta e scrittore greco. Emigra nel 1896 a New York, dove vivrà fino alla sua morte. Anche se poco prolifico (ha pubblicato pochi libri di  poesia e racconti, tutti scritti in inglese), e molto discreto sulla scena letteraria newyorkese, fu un riferimento essenziale per numerosi scrittori, come Ezra Pound, W.H. Auden o Octavio Paz.

 Purtroppo non disponiamo di nessuna foto di Oreste Solomos. Ci affideremo a Potatura degli ulivi, ca. 1934, anonimo. Illustrazione dell’articolo di Solomos, Under the olive trees, nel Tulsa Literary Journal.


MARCO MARTELLA 

BIONOTA Marco Martella, scrittore e  storico dei giardini, vive in Francia. Dal 2010 dirige la rivista Jardins che esplora il giardino e il paesaggio nelle loro dimensioni poetiche e artistiche. È consigliere culturale dell’Istituto Europeo dei Giardini e Paesaggi. I suoi libri sono pubblicati in Francia, Italia, Spagna, Croazia e Germania.







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