L'arte dell'indugio - Episodio 2 (NARRATIVA/DIARIO DI UNA PRESIDE) ~ di Paola Cardarelli - TeclaXXI
NARRATIVA
DIARIO DI UNA PRESIDE
Paola Cardarelli
L’arte
dell’indugio – Episodio 2
Immagine generata da Canva. Progetto JS©2026
Gianfilippo
Carnevale è diverso dagli altri. La corporatura regolare, occhi azzurrissimi,
pelle chiara, molto chiara, che d’improvviso si imporpora intensamente, mani
sottili sfregate compulsivamente sui pantaloni all’altezza delle cosce,
probabilmente umide, sudate. Vestito di jeans come i compagni, indossa un’ampia
camicia abbottonata fino al collo come chi vuole essere “in ordine”. Lo stile
piuttosto desueto è enfatizzato da un cenno prolungato a un lieve inchino con
cui mi fronteggia e non si capisce se vuole essere galante o mostrare riguardo
al mio ruolo. L’ampiezza degli abiti e la camicia chiusa fino all’ultimo
bottone gli conferiscono l’aspetto di un damerino d’altri tempi. O di un
compagno di classe di Pinocchio, se si coglie una certa malcelata espressione
lucignolesca e il guizzo intuitivo e vagamente malevolo nello sguardo
vivacissimo. A scuola non viene in macchina con i genitori o in bus come la
maggioranza degli allievi e nemmeno in motorino come qualche studente più
intraprendente. Arriva trafelato con la bicicletta che in questo territorio di
colline e traffico è ignorata anche dai cittadini più sportivi. Si presenta
sempre con un po’ di ritardo, sempre di fretta, lega le due ruote a un palo e
si precipita in bagno per darsi una rinfrescata. Durante la ricreazione, quando
tutti i ragazzi e le ragazze tirano fuori merende più o meno appetitose o
salutari, si va dalle barrette di cereali ai panini con il prosciutto, alla
frutta fresca o secca, Gianfilippo mangia una fetta di pane. Liscia. Senza
alcun companatico.
È
arrivato al liceo in terza classe avendo frequentato il primo e il secondo in
un istituto professionale: ha dovuto recuperare due anni di latino e greco con
un esame a settembre. Ha studiato da solo per recuperare il divario: gli interi
programmi di grammatica greca e latina. Nessuno avrebbe scommesso su di lui;
all’esame invece ha lasciato di stucco i docenti del Classico presentandosi con
le idee chiare, padronanza delle declinazioni e delle coniugazioni, nonché capacità
di tradurre. Gli chiedo perché si fosse iscritto a un istituto professionale e
mi spiega che a quattordici anni aveva deciso di dedicarsi al bighellonare,
mi dice proprio così con un italiano che vuole essere forbito e risulta invece
lezioso oltreché improbabile. Dove può avere sentito un termine così fuori dal
nostro tempo come “bighellonare”? E che cosa avrà voluto significare per lui
essere un bighellone? In realtà, precisa che ciò che lo interessava era osservare
la vita dei perditempo più che interpretarla personalmente, intendeva
registrare la qualità delle giornate dei bighelloni, dare conto delle loro
mosse. E questa mi sembra una cosa particolarissima. Ma soprattutto, gli chiedo
come mai ha poi avuto un ripensamento e deciso di riprendere a studiare e di
iscriversi in una scuola molto più impegnativa e complessa.
Mi
spiega che una mattina si è svegliato, si è sentito un grande vuoto dentro e ha
deciso di trasferirsi dal padre (i genitori sono separati) per cominciare a
studiare sul serio. Che aveva avuto modo di parlare con suo nonno, un giudice
in pensione, e avevano ragionato sul pensiero antico, sul mondo greco e romano,
da cui era rimasto affascinato, aveva cominciato a leggere Platone e lo aveva
trovato veramente pieno di tante suggestioni.
Non
ha una ragazza, perché preferisce non cedere alla tentazione dell’istinto.
Questo davvero mi fa sorridere, il suo linguaggio mi coglie impreparata, ma non
è solo un problema del lessico che usa, quanto soprattutto del contenuto che
vuole comunicare: ha diciotto anni, è poco più grande dei suoi compagni di
classe, ma le sue parole sembrano quelle di un giovanotto dell’inizio del Novecento.
O forse, mi viene il dubbio, dice questo perché si aspetta che una preside
voglia sentirsi dire proprio questo. Non è facile capire.
Mi
confessa che il suo vero problema è una irresistibile tendenza a rimandare, a
rinviare, a procrastinare, soprattutto nello studio: vuole mettersi sui libri
ma non ce la fa e indugia. Decide finalmente di aprire il tablet e una forza
che non domina lo porta a differire. Con il risultato che poi decide di non
venire a scuola perché non è preparato. Un circolo vizioso che non è affatto
nuovo negli universi contorti eppure linearissimi dei miei alunni.
Gli
dico che è assolutamente normale avere una tendenza a rimandare gli impegni –
capita a tutti. Importante è riuscire a gestire questa cosa prima che diventi
una specie di patologia. Gli chiedo se ha letto La coscienza di Zeno e
con mia grande sorpresa mi dice che non ha letto molto, che ha sentito parlare
di questo libro, ma non ha avuto l’occasione di sfogliarlo. Allora non so
perché, forse perché sento silenzio tutto intorno, le classi sono già uscite e
nell’istituto ci sono solo alcune signore che rassettano e il mio telefono
stranamente non suona, gli racconto, mettendo in evidenza i dettagli che mi
piacciono di più, la vicenda di Zeno Cosini. Ripercorro la storia spiegando
l’incipit della narrazione, la situazione iniziale, il problema di Zeno, la
terapia con lo psicanalista, la sua difficoltà a smettere di fumare. E
ovviamente la sua inettitudine e la tendenza a procrastinare, che è quello su
cui voglio focalizzare il mio racconto. Gli dico anche però che poi il
carattere del personaggio, a differenza di quello che si potrebbe immaginare,
non ostacolerà poi molto la sua vita che per una serie di circostanze anche
fortuite sarà piena di soddisfazioni. Però aggiungo pure che questo non
significa che la scelta di rimandare sia da preferire. Vorrei spiegargli che le
esistenze umane dipendono da tali e tanti fattori che si dovrebbe rinunciare a
trovare spiegazioni filosofiche di fondo sulle scelte e gli orientamenti. Ma
questo non lo dico, troppo scivoloso, troppo relativistico. Irricevibile per un
diciottenne.
Lui segue tutto il mio racconto, mi
sorride e mi promette, con un’espressione molto seria ed assertiva, che da
domani cambierà. Mi assicura che verrà a scuola regolarmente e riprenderà a
studiare di lena. Lo dice in un modo quasi solenne che risulta affettato e
tutto sommato poco convincente, poco autentico. L’impressione è sempre quella
di assistere alla recita dei “buoni propositi di inizio anno”: siamo a gennaio,
la tempistica è perfetta. Gli vorrei chiedere Questo è quello che pensi io
voglia sentirmi dire? Questo è quello che ti suggerisce il copione del bravo
studente? Di quello che tu credi sia il comportamento corretto del bravo
studente? O meglio dello studente correttamente ravvedutosi?
Preferisco però mantenere la postura
dell’accoglienza e gli chiedo, con scopo distensivo, se in casa lo chiamino
Gianfilippo o se usino un diminutivo. No, assolutamente mi dice con grande
entusiasmo, con un nome così bello, quale potrebbe un diminutivo? Poi gli
chiedo di parlarmi della sua famiglia: gli domando se sia figlio unico. No, mi
dice subito: ha una sorella di ventidue anni che vive fuori con il suo
compagno. Ha anche un figlio. Così giovane? Così giovane.
E
ha un fratello di ventisette anni: anche lui è andato via di casa e lavora in
giro per il mondo, non si sa bene di cosa di occupi di preciso, sa solo che
puntualmente si reca in India dove si unisce a un gruppo di giovani che ha
scelto una vita accanto alla natura, una sorta di congregazione. È reticente su questa sorta di setta del
fratello, per qualche motivo non si trova molto a suo agio a parlarne. Sono
Hare Krishna mi dice infine e rimane colpito dal fatto che non resti
scandalizzata.
Vorrei
essere per un momento nella sua mente e capire che cosa si agiti in lui, come
interpreti questa nostra conversazione e se abbia deciso di parlare con me per la
mia funzione, o se sia riuscito veramente a comunicare con me, condividendo con
lealtà i suoi crucci reali.
Probabilmente
non lo saprò mai. Mi riservo di ricontattarlo tra qualche settimana per
verificare che almeno le promesse siano state mantenute.
Il
dialogo è stato comunque molto piacevole. Gianfilippo è un ragazzo con una
bella vita interiore. Così mi è sembrato.
Sulla
sua capacità di mantenere fede alla parola data, però non mi sento di avere
molta fiducia. Verificherò.
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Paola Cardarelli è nata a Roma negli anni Sessanta, si è laureata in filosofia e ha trascorso tutta la sua vita professionale nella scuola italiana e svizzera come insegnante. Dagli anni Dieci è diventata Dirigente Scolastica. Collabora con la facoltà di Scienze dell'Educazione l'Università dell’Università Roma 2 Tor Vergata, per la formazione dei giovani insegnanti. Si occupa di disabilità e di pedagogia speciale.


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