Il terremoto di Messina nella testimonianza di Gaetano Ventimiglia - II parte (STORIA) ~ di Edoardo Ventimiglia - TeclaXXI
STORIA
Edoardo Ventimiglia
Il terremoto di Messina nella testimonianza di Gaetano Ventimiglia
Parte Seconda
incrociatore russo Makarov (1908)
La
prima parte è stata pubblicata da TeclaXXI il 3 settembre 2026
La notte calava di nuovo e continuava a
piovere. Gaetano era tornato sulla nave Makarov per comunicare con Catania e
bere un bicchiere con Valdemar. Dalla scialuppa si vedeva la spiaggia scura
illuminata dalle torce nelle tende e da quelle dei volontari siciliani e dei
marinai russi, con le loro divise scure dove spuntavano le magliette a strisce
orizzontali bianche e blu: dei giganti buoni che senza sosta spostavano macerie
e caricavano barelle. Ogni tanto appariva qualche divisa bianca che sembrava danzare
nel buio. Valdemar era sconcertato dal comportamento delle truppe italiane,
loro erano partiti da Augusta senza attendere il permesso di Pietroburgo mentre
questi nonostante le strigliate del re, si vociferava che avesse telegrafato
indignato a Giolitti intimandogli di inviare la flotta, si muovevano come se
qualcuno avesse inopinatamente interrotto una cena di gala. Gaetano taceva ma
nella testa ricordava le parole di suo padre sui savoiardi. Il primo a fare le
spese dell'ira del Re fu l'incolpevole sindaco d'Arrigo, accusato da rivali
maldicenti di codardia. Al contrario, si era precipitato con mezzi di fortuna
per rientrare a Messina. Il 6 gennaio l'evento che fece cambiare l'aria, il
generale Mazza, appena arrivato con la flotta venne nominato plenipotenziario
per la gestione del terremoto a Messina. I militari italiani sbarcarono in
forze ma più che pale e barelle portavano fucili. I giovani siciliani
superstiti scavavano tra le macerie guardati a vista come se fossero dei
criminali. Gaetano e Francesco capirono che la loro presenza non era gradita
dai militari, anche il maresciallo Rizzo sembrava d'intralcio. Gaetano
raggiunse con la scialuppa il piroscafo della compagnia Alonzo che stava
imbarcando gli sfollati e telegrafò immediatamente a Catania: SITUAZIONE
CAMBIATA STOP MILITARI OCCUPANO LA CITTÀ STOP MESSINA CHIUSA GLI STRANIERI E I
NON RESIDENTI INVITATI A LASCIARE LA CITTÀ STOP NOI RIENTRIAMO CHIEDETE A
TONINO E AL SINDACO DI PROVVEDERE TRASFERIMENTO MARESCIALLO RIZZO PRESSO
COMANDO CATANIA PER ASSISTENZA SFOLLATI. Nel giro di poco arrivò la risposta:
TORNATE CON IL PIROSCAFO. IL MARCHESE SAN GIULIANO HA TELEGRAFATO AL GENERALE
MAZZA. VI ATTENDE A BORDO CON IL MARESCIALLO RIZZO PER SALUTI E FIRMA
TRASFERIMENTO.
Gaetano disse al comandante di
aspettarli e tornò a terra per recuperare Francesco, il Maresciallo e le poche
cose che avevano. Passò da Martinez che nella sua tendina stava preparando le
sue cose «Chista aria nun mi piace» disse, e Gaetano: «Vuoi salire con noi? Si
torna a Catania.» Insieme montarono sulla scialuppa e si diressero prima
all'ammiraglia del Generale Mazza. Gaetano chiese di salire a bordo insieme al
Maresciallo per conferire con il Generale. La divisa del Maresciallo era sempre
più logora e portava i segni di una settimana di lavoro ininterrotto, strideva
in quel tripudio inamidato ma i marinai lo salutavano con rispetto e
ammirazione. Il Generale li ricevette nel quadrato ufficiali che aveva
trasformato in centro di comando, impartiva ordini a raffica ma sembrava che
stesse dirigendo manovre di polizia invece che coordinare le operazioni di
soccorso. Strinse la mano a Gaetano e ricambiò il saluto del Maresciallo «Mi
dicono che avete fatto un gran lavoro — ma quando arrivate a Catania datevi una
rassettata, per cortesia. Così non vi si può vedere. Maggiore, dia al
Maresciallo le credenziali e l'ordine di trasferimento. Grazie Barone, mi
saluti il Marchese San Giuliano.» Così li congedò. Era proprio l'ora di tornare
pensò Gaetano. Restava una cosa importante da fare salutare i Russi: Valdemar e
Litvinov. Affiancarono l'ammiraglia russa che si trovava poco distante e
salirono tutti a bordo. Qui l'atmosfera era completamente diversa i comandanti
erano tutti riuniti perché sarebbero rientrati ad Augusta e l'ammiraglio stava
dando le ultime disposizioni. Si abbracciarono con forza, l'abbraccio di
Valdemar era possente ma anche Gaetano e il Maresciallo si facevano valere,
Francesco e Martinez erano un po' più mingherlini ma si fecero ugualmente
coinvolgere dal calore. La vodka cominciò a scorrere e mentre i brindisi si
susseguivano all'improvviso la porta del quadrato si aprì e apparve un uomo
sulla trentina con una barba lunga ma curata alla foggia francese ornata da baffi
sporgenti vestito come se stesse facendo un safari, in effetti veniva
direttamente dall'Africa. «Sono Roberto Omegna, vengo da Torino e sono un
cineasta. Scusate l'abbigliamento esotico — sono sbarcato l'altra notte a
Napoli e grazie ai buoni uffici della Regina e dell'ingegnere Ambrosio ho avuto
l'opportunità di imbarcarmi di nuovo per documentare questo evento
catastrofico. Cerco il Barone Gaetano Ventimiglia. Ho una missiva per il
Cavalier Alonzo.» Era la seconda volta in poche ore che qualcuno lo chiamava
Barone e questo suonò strano nella testa di Gaetano, aveva vissuto a Roma per 4
anni in mezzo a giovani artisti e aspiranti artisti provenienti da tutto il
mondo e mai nessuno lo aveva chiamato con il suo titolo nobiliare, «Forse la
vecchia Sicilia stava tornando» pensò tra sé. Ma questi pensieri passarono in
un attimo, il nome Ambrosio lo aveva attirato immediatamente. «Ho conosciuto
Ambrosio all'Accademia di Belle Arti di Roma — era venuto a parlarci di come si
realizzavano le pellicole da proiettare nel cinematografo.» «Il cinematografo!»
rispose Omegna. «È il mio lavoro. All'inizio mi sono occupato di riprendere
insetti in movimento per la ricerca scientifica, e ora sono andato in Africa —
precisamente in Eritrea — per documentare i costumi locali.» Martinez, che si
era tenuto in disparte, intervenne all'improvviso: «Ma noi ci siamo incontrati
a Parigi, dai fratelli Lumière.» «E voi siete il fotografo amante della bella
vita» disse Omegna sorridendo. I due si salutarono calorosamente. Dovevano
imbarcarsi e Gaetano prese la missiva per Alfredo Alonzo e chiese: «Cosa spinge
voi torinesi a scrivere una missiva privata e personale al mio zio putativo
Alfredo Alonzo?» «La pellicola» disse senza mezzi termini Omegna. «Alonzo ha la
licenza di Pathé per produrre e vendere pellicola in Italia e noi abbiamo
bisogno di pellicola. Vogliamo produrre film.» Gaetano aveva sentito parlare di
una nuova attività di Alfredo ma stava a Roma e non aveva ancora avuto modo di
ottenere più notizie. «Domani stesso Alfredo avrà la missiva. Noi dobbiamo
salpare a breve — quando avrà finito qui, la invito anche a nome di Alfredo
Alonzo a passare a Catania. Sono curioso di vedere i suoi macchinari. Potrà
imbarcarsi su uno dei nostri piroscafi che quotidianamente fanno la spola con
Catania.» Aveva detto «nostri» per dare più peso all'invito, anche se ormai si
sentiva parte di una grande famiglia forgiata da questa esperienza drammatica.
I saluti si protrassero tra brindisi e abbracci, in particolare con Valdemar
con cui si era stabilito un legame forte, e fecero fatica a tornare a bordo del
piroscafo pronto a salpare. Un'altra notte calava su Messina, i soliti lumini
sulla battigia ma anche le luci della flotta a largo che prima erano solo
straniere ed ora Italiane. Dal ponte del piroscafo dove Gaetano e gli altri
salutavano quel cumulo di macerie e disperazione si udivano spari, erano le
esecuzioni sommarie di presunti sciacalli che aveva ordinato il Generale Mazza
«La musica piemontese si fa sentire — e non è una bella musica. Torniamo a
casa» disse Gaetano. All'alba il cielo era tornato terso e l'Etna svettava
coperto di neve dietro la città. I boati erano finiti, il mare era calmo, qua e
là, man mano che si avvicinavano al porto si vedevano detriti galleggianti,
resti del piccolo maremoto che aveva colpito Catania. L'aria era tersa e alla
marina tutto sembrava normale, forse un po' di trambusto in più per i piroscafi
che attraccavano e ripartivano scaricando sfollati e caricando viveri. La
terribile tragedia era un eco lontana. A terra due carrozze li aspettavano, in
una il cocchiere chiese a Gaetano di salire. «Il cavaliere vi attende» disse
con tono perentorio. Nell'altra salirono Francesco, il Maresciallo e suo nipote
che era venuto ad accoglierlo al porto. «Avvisa a casa» disse Gaetano mentre la
carrozza si allontanava veloce lungo la marina verso Ognina, alla villa di
Alonzo. Alfredo lo aspettava nel grande studio, non era solo c'era anche zi
Tonino. Gli vennero incontro e lo abbracciarono. «Ottimo lavoro, ragazzo. Tuo
padre sarebbe orgoglioso» disse Tonino. «Ti abbiamo chiamato subito perché
vogliamo affidarti un compito importante» incalzò Alfredo. «Da domani
coordinerai tutti i collegamenti da Catania a Messina e la sistemazione degli
sfollati con il maresciallo Rizzo e il fido Giovanni Russo, che sta già
procurando gli alloggi. Grazie a Tonino il Maresciallo è stato nominato
comandante della nuova stazione delle Ciminiere.» Gaetano ascoltava
frastornato. «Ma... io ho appena finito l'Accademia di Belle Arti.» «Per le
Arti ci sarà tempo — ora è il momento di stare sul campo. E tu hai già
dimostrato di saperlo fare. Mi ha appena telegrafato l'ammiraglio Litvinov
tessendo lodi del tuo operato e anche quel Generale, mi pare Mazza, ha scritto
due righe riguardo all'abbigliamento» intervenne Tonino con un tono che non
ammetteva repliche.
[da
Edoardo Ventimiglia, Il Primo Capitano, Volume I, editore CECCARELLI EDITORE,
2026. V capitolo, pp.44-50]
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EDOARDO VENTIMIGLIA
BIONOTA La Sicilia, un nonno cineasta e la scelta di diventare produttore di vino in Toscana (a Pitigliano)



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