Regali oltraggiosi - Parte seconda (NARRATIVA) ~ di Luigi Ananìa - TeclaXXI

 NARRATIVA

 

Luigi Ananìa

                             Regali oltraggiosi

Parte seconda*

 



Mont-Blanc (Credit: Wikipedia.it)

     Il viso rugoso di Maria era un quadrilatero di carne a cui sembrava che qualcuno avesse tirato due vertici così da diventare quasi romboidale. Nella sua casa impreziosita di oggetti di valore organizzava feste e deflagrava in risate squillanti apprese nella frequentazione di circoli diplomatici. Nel corso degli anni era diventata una signora melliflua, poco trasparente, diceva a ognuno una versione diversa delle cose e quando si sentiva offesa feriva all’istante inclinando il rombo carnoso del viso; quand’era da sola sulla sua poltrona di velluto beige rivolgeva parole e frasi velenose al nulla e a Lory. Dal canto suo Lory, dritta sulla sua sedia al centro del salotto, con il viso liscio come una ventenne, tremava di rabbia al sentire il nome di Maria ed era colta da convulsioni se sapeva che Andrea l’aveva vista; ma nonostante il malessere che le arrecava ogni notizia su Maria chiedeva se passati i novant’anni ancora viaggiava e quando le rispondevano di sì soffriva. Invece Maria durante le partite di bridge con le sue amiche diceva frasi malvagie: «Lory non guarda in faccia quando parla e allora – chiosava con un riso forzato – Lory è falsa», e aggiungeva: «Lory è cattiva come tutta la sua famiglia, vi ricordate Giulio il Co-conte?», «Lory è ossessiva, come ha fatto mio fratello Oreste a stare con lei?», e altre malignità che diffondeva di casa in casa. Certe sere quando aveva la mente in subbuglio entrava in un salotto e invece di «Buonasera» diceva «Lory falsa». Una volta le parole «cognata falsa» arrivarono alle orecchie di Lory, che come le sentì incominciò a tremare così tanto che sembrava doversi rompere da un momento all’altro. Andrea l’aveva vista e da allora decise di stare a casa con lei e di proteggerla. Quando da qualcuno riportava frasi malvagie di Maria Andrea, le riprendeva, le rimescolava nella forma e nel senso, le inseriva in canzoni che componeva insieme alla madre e cantava con a lei filmandola. Lory mandava alle sue amiche i video in cui cantava felice come una ragazza e così cantando, filmando e inoltrando dimenticava Maria. Ma quando grazie ad Andrea le frasi offensive smisero di essere un pericolo, Maria incominciò a mandare regali a Lory.    

Una sera d’estate invitò in terrazzo le sue amiche del bridge ed offrì per dessert un Mont Blanc con splendidi riccioli di panna che simulavano una morbida vetta. A fine pasto ogni ospite prese una fetta del dolce che si ripiegò su stesso in un insieme di panna, meringa e castagna; Maria la prese e con un cartone e della carta stagnola s’impegnò nella confezione di un avanzo e una volta terminato si avvicinò ad Andrea dicendogli di portarlo a Lory; ma Andrea non voleva che quello scarto arrivasse alla madre, lo prese e lo diede alla governante russa Nadia dicendole di metterlo nell’ascensore; a Maria disse che Nadia usciva per portare il regalo a Lory. Intanto l’ascensore fu richiamato ed ascese e discese con l’avanzo e con gruppi di inquilini che se ne mantenevano a distanza non capendo se era un rifiuto o un pacco per l’anziana dell’ultimo piano; poi dopo quattro giorni e innumerevoli ascensioni si ridusse a una massa informe e alla fine scomparve. Ma il mese successivo ci fu un altro regalo. Andrea andò a trovare Maria e lei gli mise tra le mani una borsa di tela con ricami di foglie verdi e di fiori rosa e viola; gli disse dapprima biascicando e poi assumendo una voce severa: «La tela di questa borsa proviene da un telaio della casa di famiglia, la casa mia e di mio fratello Oreste, la casa di nostro padre e di sette fratelli con indosso vestiti di velluto e dieci sorelle con sette gonne nere. La casa dove tutto era sacro, le camere con le testate del letto ornate di angeli, i copriletto damascati, il ritratto del capostipite, la camera della cassaforte, il telaio sacro, la dispensa, gli insaccati avvolti nella biancheria, le preghiere all’ora del tramonto. Io do a Lory questa borsa per l’affetto che ho per quella casa e per mio fratello, e Lory mi deve ringraziare altrimenti lo rivoglio indietro, tu chiedile se le piace e se ti risponde che non le piace le dici che la rivoglio indietro». Poi si zittì e afflosciò il viso romboidale su una spalla chiamando più volte Nadia senza poi dirle niente. Andrea, spaventato dal tono aggressivo, le cinse i fianchi, la rigirò in un passo di valzer e le disse che sì, avrebbe detto tutto alla madre; Maria sorrise e intanto Andrea la trainò in un secondo giro di valzer e lanciò la borsa dalla finestra aperta del salotto. Così la tela sacra sparì tra gli sbuffi del vento e Andrea si rasserenò.

     Ma dopo una settimana Maria diede ad Andrea un elefante di alluminio dicendogli di darlo a Lory: «Guarda, me l’ha regalato una mia amica ambasciatrice, è una copia introvabile scolpita da Bernini come modello dell’elefante in granito rosa in piazza della Minerva a Roma; nel mondo ci sono due copie, questa e un’altra a Mosca. Vedi – le disse indicando il basamento dell’elefantino – guarda qua cosa c’è scritto. Lo dai a Lory da parte mia e le dici che la restituzione dell’elefante è la pena del suo mancato ringraziamento». In effetti sul basamento dell’elefante era scritto “Elefante obeso di Gianlorenzo Bernini”. Andrea le disse che l’avrebbe dato alla madre e uscì; arrivato alla sua automobile tirò furi una cassetta degli attrezzi e attaccò l’elefante sulla punta del cofano come se fosse la polena di una nave; così l’elefante sfrecciò per le strade della città lontano dagli occhi di Maria.

     Dopo qualche giorno Maria incominciò a chiedersi perché non riceveva alcun ringraziamento e nessun regalo indietro, «Che fine hanno fatto la panna, la borsa e l’elefante, li avete portati a Lory?». Nadia, su indicazione di Andrea, le rispose che non aveva portato mai niente a Lory. Andrea le disse la stessa cosa e incominciarono a stravolgerle la realtà presentandola del tutto diversa da quella che lei viveva. Le dissero che non aveva regalato niente a nessuno e che la settimana scorsa era stata rinominata a capo del cerimoniale del dipartimento esteri e aveva ricevuto i governanti delle isole Samoa orientali accompagnati da un’orchestra. Al circolo degli esteri aveva presentato un concerto di musicisti samoani, molto grassi come tutti gli abitanti dell’isola, che ritenevano la corpulenza un segno di bellezza e di prestigio. La sera stessa del corcerto samoano venne a farle visita Aleksei Petrov, ballerino del Bolsoj fuggito dall’Unione Sovietica e da lei riportato alla gloria come primo ballerino della Scala di Milano. «Ah, che bell’uomo Aleksei Petrov! S’innaromò di lei, signora Maria, e ogni anno viene a farle visita», diceva Nadia, anche lei russa. Maria si confuse e all’inizio replicò, soprattutto sui regali, era certa che aveva detto di portarli a Lory, ma di giorno in giorno cominciò a perdere lucidità. Nadia le diceva bugie anche su quello che le aveva cucinato la sera prima e sulle condizioni metereologiche, le diceva che nevicava di agosto e che ieri l’altro una tromba d’aria aveva sfiorato la casa. Maria perse il senso di orientamento nel suo appartamento e una sera si volle fare una fotografia con un vestito a fiori e i capelli raccolti a chignon tra le piante della sua terrazza. Il giorno dopo la sua figura trapeziodale incominciò a pendere sul lato destro e lei incominciò a delirare.   Chiamava Nadia e diceva che i cinesi invadevano Chieti e telefonava alle amiche dicendo di proteggersi perché i plotoni orientali salivano negli appartamenti delle signore anziane. Telefonò anche a Lory dicendole di chiudersi in casa e di stare attenta. Lory alla quinta telefonata farneticante si accorse della demenza della cognata e in cuor suo fu contenta anche se dava a vedere che le dispiaceva; la ascoltava annuendo e le diceva che anche lei aveva sentito delle vicende spaventose sui plotoni cinesi che si addentravano negli appartamenti delle donne anziane.

     In seguito a quelle telefonate sempre più frequenti smise di odiarla e cercava di rasserenarla. Ma incominciò lei ad agitarsi al pensiero che la demenza di Maria fosse contagiosa; nel dormiveglia sognava che la sua testa diventava un calmo bacino d’acqua su cui vedeva le parole galleggiare, cambiare e svanire.

* la prima parte è stata pubblicata l'8 maggio 2026

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LUIGI ANANÌA 


BIONOTA 

Luigi Ananìa si laurea in scienze agrarie presso l'università di Firenze nel 1986. Da allora scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino presso l'azienda La Torre. Con la casa editrice Pequod ha pubblicato Il signor Ma (2000) e Cos'è questa nuvola (2011). Presso le edizioni DeriveApprodi ha curato l'antologia di racconti sul vino Confesso che ho bevuto (insieme a Silverio Novelli, 2004) e ha pubblicato Avant'ieri, storie di emigrazione tra la Sila, Torino e Buenos Aires (2009), Pixel, la realtà oltre lo schermo dei media (di nuovo insieme a Silverio Novelli 2012), Storie di volti e parole (2016) e  Bestiario umano (2021), ambedue in collaborazione con Nicola Boccianti. Ha scritto racconti per Il sempliceMaltese narrazioni e Nuovi Argomenti. 


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