La mostra a Palazzo Reale di Milano: Metafisica/Metafisiche - Tra Essere e assoluto (MOSTRE) ~ di Giovanna Romanelli - TeclaXXI
MOSTRE
Giovanna
Romanelli
La
mostra a Palazzo Reale di Milano: Metafisica/Metafisiche, modernità e
malinconia
Tra
Essere e Assoluto: le infinite metafisiche
La
mostra Metafisica/Metafisiche, modernità e malinconia, ospitata a
Palazzo Reale di Milano dal 28 gennaio al 21 giugno 2026, è un progetto ampio,
multidisciplinare. Curata da Vincenzo Trione, indaga, con oltre 400 opere tra
pittura, architettura, cinema e design, l’arte metafisica e ne analizza
l’influenza nel Novecento. Nata in concomitanza delle Olimpiadi Milano-Cortina,
vuole suggerire ai visitatori un percorso pluriprospettico attraverso diversi
luoghi della città. Il centro espositivo
principale è Palazzo Reale, ma il percorso comprende altri luoghi artistici come
il Museo del Novecento, le Gallerie d’Italia e Palazzo Citterio. Il Museo del Novecento, che rappresenta il
secondo atto dell’esposizione, indaga in particolare il rapporto tra alcuni
esponenti della Metafisica e Milano, La scala e la Triennale. In particolare, l’attenzione
è rivolta ad Alberto Savinio e al suo libro dedicato a Milano, Ascolto il tuo cuore, città, opera pubblicata nel 1944, in cui
l’artista racconta la città in modo poetico, visionario, mescolando ricordi,
osservazioni, arte, musica e riflessioni sulla vita milanese. È un vero e
proprio ritratto spirituale di Milano.
Alberto Savinio, Monumento ai giocattoli, 1930
Le Gallerie d’Italia accolgono il reportage di
Gianni Berengo Gardin sul leggendario atelier bolognese di Morandi, in via
Fondazza: un corpus di fotografie del 1993 che racconta il luogo in
cui è nata l’opera del maestro che sosteneva che «non c’è nulla di più astratto
del visibile». L’ultima parte dell’esposizione, a Palazzo Citterio, riguarda la
videoinstallazione sonora e una sequenza di sculture in cartone di William
Kentridge, che reinterpretano poeticamente le nature morte di Morandi.
L’artista
attorno al quale si raccoglie la mostra è certamente Giorgio de Chirico, il Pictor Optimus, profeta di un’originale filosofia dell’arte, ma
anche testimone del suo possibile destino. De Chirico è colui che nel 1917
diede vita a Ferrara alla pittura Metafisica insieme a Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Alberto
Savinio, fratello minore di de Chirico, Giorgio Morandi che di quella pittura
ha colto il silenzio e l’enigma. Come allora non ricordare le parole di Umberto
Eco che di Morandi dice: «Bisogna amare molto il mondo, e le cose che ci sono
nel mondo, anche le infime, e la luce e l’ombra che le rallegra o le incupisce
e la stessa polvere che le soffoca […]. Morandi ha raggiunto la vetta della sua
spiritualità essendo poeta della materia. Ha fatto cantare la polvere» (Il mio Morandi, 1993).
Carlo Carrà, Madre e figlio, 1917
L’intento del movimento è quello di avviare un dialogo problematico e aperto tra l’effimero e l’eterno. La Metafisica è, infatti, la ricerca razionale della conoscenza delle cose in sé stesse, oltre la loro apparenza sensibile e le conoscenze che ne abbiamo grazie alle scienze. La pittura Metafisica rappresenta, dunque, la realtà che va oltre l’apparenza visibile, oltre la fisica.
Si è
parlato dei maestri storici della Metafisica, a partire da Giorgio De Chirico, il
suo fondatore e principale interprete del linguaggio che trasforma la città in
uno spazio mentale. Le sue famose piazze d’Italia, sospese in un tempo
immobile, sono luoghi di attesa e mistero, in cui ogni elemento sembra carico
di un significato nascosto.
Altro rappresentante
del movimento presente all’esposizione è Alberto Savinio, autore di una
metafisica colta e ironica, attraversata da riferimenti mitologici e letterari.
Savinio come scrittore, pittore e musicista, amplia i confini del movimento e
introduce una riflessione sul mito come strumento critico per interpretare la
modernità.
Carlo
Carrà con le sue composizioni, fatte di oggetti quotidiani e ambienti chiusi,
restituisce a essi un senso di silenzio e di concentrazione.
Infine,
Giorgio Morandi suggerisce con le sue bottiglie, i suoi vasi, le sue nature
morte attenzione al silenzio che trasforma gli oggetti della sua pittura in presenze
assolute, sottratte ad ogni funzione narrativa.
La mostra Metafisica e Metafisiche invita
il visitatore a compiere una sosta, a indugiare nello spazio sospeso in cui
l’oggetto smette di essere solo ciò che è per diventare promessa, presagio,
apparizione. Non una Metafisica, ma molte Metafisiche, al plurale come
molteplici sono gli sguardi che nel Novecento italiano hanno tentato di
restituire al visibile la sua carica di mistero. Quello di Palazzo Reale è un itinerario non solo artistico, ma
anche filosofico ed esistenziale.
Manuele Fior, Tavole da Cinquemila Chilometri al Secondo, Coconico Press, 2010
La Metafisica nasce come indagine su ciò
che è oltre il visibile, oltre la fisica delle cose; tuttavia, nella sua
declinazione artistica si traduce in una sospensione enigmatica della realtà. Essa
deriva da un’intuizione radicale e insieme umile: il reale non si esaurisce
nella sua evidenza. Si pensi a De Chirico, Carrà, Morandi, a piazze vuote,
manichini senza volto, nature morte immobili fino all’inquietudine che non
alludono a un altrove soprannaturale, ma a qualcosa che va oltre, nascosto
nelle cose stesse. Sono oggetti quotidiani sottratti alla loro funzione. In
questo senso la mostra non presenta una sola metafisica, ma molteplici
metafisiche, ciascuna capace di interpretare il mistero secondo differenti
sensibilità. È un’operazione filosofica
prima ancora che stilistica, è la volontà di sottrarre il mondo alla tirannia
dell’abitudine per restituirgli un’aura enigmatica. In questo senso la
metafisica non racconta il sogno, bensì è il risveglio improvviso della realtà
quando smettiamo di darla per scontata.
La
distinzione tra Metafisica e Metafisiche mette in luce la ricchezza e la
complessità di questo ambito filosofico: infatti, se da un lato esiste l’intento
comune di indagare ciò che sta oltre l’esperienza empirica, dall’altro emergono
molteplici interpretazioni che rendono la Metafisica un campo sempre aperto al
dibattito e alla revisione critica. La parola metafisica fa riferimento,
in genere, ad un’idea unitaria e classica della disciplina come ricerca
universale che mira ad individuare i principi ultimi della realtà; in questo
senso la metafisica è vista come la scienza dell’essere in quanto
essere, secondo la definizione aristotelica. Quando invece si parla di metafisiche
al plurale si dà per assunto che non esiste un unico sistema condiviso, ma
esistono molteplici modelli teorici spesso in contrasto tra loro. Dunque il
passaggio dal singolare al plurale riflette un cambiamento importante, dalla
fiducia in una verità metafisica unica alla consapevolezza della pluralità dei
sistemi filosofici e dei loro presupposti. Questa distinzione è particolarmente
importante perché la filosofia oggi non può essere vista come un sistema
chiuso, ma come un dialogo aperto tra prospettive diverse. E anche il percorso
della mostra suggerisce che non esiste una dottrina univoca, ma una
costellazione di tentativi. La “scuola” metafisica, spesso identificata per
comodità con pochi nomi canonici, si rivela invece come un campo aperto di
tensioni tra classicità e modernità, tra ordine e spaesamento, tra
rappresentazione e silenzio. Ogni artista sviluppa una propria grammatica
dell’enigma: alcuni insistono sull’architettura come scena mentale - piazze che
sembrano teatri disabitati del pensiero - altri trovano l’accesso al metafisico
nella tranquillità domestica degli oggetti, nella loro resistenza muta allo
scorrere del tempo.
Il
cuore teorico dell’esposizione sta proprio in questa oscillazione. Metafisica
non indica l’evasione dal mondo sensibile, ma la sua intensificazione. Ogni
cosa, sottratta alla funzione e al contesto, si carica di una presenza quasi
sacrale. Una bottiglia, una squadra, un guanto: ciò che era strumento diventa
segno, ciò che era utile diventa assoluto. È qui che la pittura si fa pensiero
senza parole, riflessione incarnata nella materia del colore e della forma.
La
nostra epoca vive una tensione continua tra spiegazione scientifica del mondo e
bisogno umano di significato, le metafisiche nascono da questa tensione.
Qual
è il senso di una mostra oggi sul tema Metafisica e Metafisiche? Il senso
risiede, a mio avviso, nel bisogno di interrogarci sul rapporto che oggi esiste
tra realtà, immagine e assenza per verificare quanto il linguaggio della
Metafisica continui a parlare al presente. La Metafisica, infatti, non è un
episodio ormai chiuso dell’avanguardia europea, ma piuttosto un dispositivo
dello sguardo.
Andy Warhol, Italian square with Ariadne (after Giorgio De Chirico), 1982
Nel
primo Novecento le piazze vuote, i manichini, le prospettive immobili e gli
oggetti enigmatici mettevano in crisi in modo radicale la fiducia positivista
nella razionalità. Oggi, nella nostra società dominata da sovrapproduzione
visiva, da algoritmi e simulazioni digitali, quelle immagini sembrano più
attuali, perché il mistero non si rivela evento d’eccezione, ma è nascosto
dentro l’ordinario, dentro la nostra quotidianità. Nel 1919 de Chirico aveva
scritto che l’«insensata e tranquilla bellezza della materia» può manifestarsi
solo in una visione «metafisica, dal greco metà tà fusiká (dopo le cose
fisiche)» e ciò equivale a oltrepassare il velo dell’identico per raggiungere
quel territorio senza nome che ci attende al di là del visibile.
Questa concezione appare profondamente
influenzata dalla lettura di Friedrich Nietzsche, autore decisivo per la
formazione di de Chirico. In particolare, Così parlò Zarathustra e La
nascita della tragedia forniscono all’artista una visione del mondo fondata
sulla crisi della razionalità occidentale e sull’emergenza di una dimensione
tragica dell’esistenza.
Tra le figure più emblematiche della
pittura Metafisica troviamo il manichino: un corpo umano svuotato dell’identità
individuale, privo di volto e interiorità psicologica. Tale immagine anticipa
molte delle riflessioni novecentesche sulla crisi del soggetto moderno. In una
contemporaneità dominata dalla virtualizzazione delle relazioni e dalla
costruzione performativa dell’identità, il manichino metafisico appare
sorprendentemente attuale. Esso rappresenta una presenza umana ridotta a
simulacro, una figura che esiste soltanto come superficie. Questa dimensione è
quella sulla quale riflette anche Walter Benjamin nei Passages ove la
città moderna diventa teatro di apparizioni fantasmatiche. Osservare oggi un
dipinto metafisico significa fare esperienza di una temporalità rallentata e
contemplativa che contrasta radicalmente con il consumo rapido delle immagini, che
suggerisce una progressiva perdita dell’esperienza autentica. L’individuo
moderno vive immerso in frammenti, merci e immagini che producono alienazione e
spaesamento.
Max Ernst, Justicia or Metzgeladen, s.d.
Le città metafisiche di de Chirico
sembrano visualizzare precisamente questa condizione. Gli spazi urbani
risultano deserti, privi di relazioni vive, dominati da una luce artificiale e
da un silenzio irreale. Le piazze di de Chirico appaiono fuori dal tempo
storico, immerse in una temporalità circolare sospesa, dove passato e presente
convivono in una dimensione irreale. Lo spettatore percepisce una ripetizione
infinita dell’attimo, una immobilità che genera inquietudine. L’opera
metafisica assume una funzione conoscitiva: mostra il carattere enigmatico
dell’esistenza.
Dunque, una mostra sulle metafisiche
assume il senso di uno sguardo critico che vuole restituire profondità
all’immagine, sottraendola all’abuso frettoloso della velocità,
costringendo lo spettatore a un rallentamento percettivo: le architetture
silenziose di de Chirico, Carrà o Savinio non necessitano di essere comprese o
spiegate, ma solo abitate mentalmente. È quanto accade con registi come David
Lynch o Roy Andersson che recuperano atmosfere metafisiche, come spazi deserti,
presenze senza identità, temporalità congelate. La metafisica intercetta così
la nostra condizione psicologica di uomini postmoderni: l’estraneità.
Questa esposizione induce inoltre a riflettere
sulla crisi del soggetto contemporaneo: il manichino della pittura
metafisica è un’immagine potente, perché mostra una figura umana senza volto,
senza psicologia, senza identità. Nella nostra contemporaneità digitale,
l’identità è frammentata, continuamente esposta e ricostruita. Allora una
mostra sulle Metafisiche può essere letta come una riflessione sulla nostra
disumanizzazione: il soggetto è sostituito dalla maschera, dall’automa.
Grant Snider, Emptiness (after Giorgio De Chirico), 2023
Pensiamo, infine, che questa mostra
voglia recuperare il valore filosofico dell’arte, perché è innegabile
che la parola metafisica rinvii necessariamente alla filosofia. La Metafisica
continua a parlarci perché ci ripropone una domanda irrisolta: se tutto è
occupato dalle immagini, cosa ci resta del reale? L’uomo postmoderno in una
piazza deserta di de Chirico può riconoscere qualcosa di familiare: la propria
solitudine visiva. Forse è proprio su questa solitudine che dobbiamo
focalizzare lo sguardo e interrogarci!
__________________________________
GIOVANNA ROMANELLI
BIONOTA
Giovanna Romanelli laureata in Lettere classiche presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito la specializzazione in critica letteraria e artistica e ha collaborato col progetto IRIDE presso la medesima università. Ha insegnato presso la Sorbonne (Paris III), è stata membro del comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese e presidente della giuria del Premio Letterario che dello scrittore porta il nome.








Commenti
Posta un commento
È gradita la firma in calce al commento. Grazie.