Stessa spiaggia, stesso mare? Perché la Bolkestein fa paura a tutti (SOCIETÀ) ~ di Massimo Provinciali - TeclaXXI

SOCIETÀ

Stessa spiaggia, stesso mare? Perché la Bolkestein fa paura a tutti

di Massimo Provinciali



Generalmente i temi giuridico-amministrativi sono abbastanza noiosi e sembrano scritti in un linguaggio per “addetti ai lavori”.

In realtà, ce ne sono alcuni che ricadono direttamente sul vivere quotidiano delle persone comuni e quindi può essere interessante condividere alcune informazioni, in modo che ciascuno abbia elementi chiari ed oggettivi sui quali fondare una propria legittima opinione.

Uno di questi, di particolare attualità, è il tema delle concessioni demaniali per la realizzazione e la conduzione degli stabilimenti balneari.

Il tema è molto popolare per due motivi: 1. Tutti sanno di cosa si parla, anche perché quasi tutti andiamo al mare; 2. Il tema riguarda una cosa importantissima: la fruizione del tempo libero, vera ricchezza di questi tempi convulsi e congestionati!

Del resto, immagino che siano pochissimi coloro che, volenti o nolenti, non abbiano sentito parlare della Direttiva Bolkestein, delle rivendicazioni degli imprenditori balneari, delle richieste delle associazioni che reclamano più spiagge libere, ecc.

Proverò quindi a mettere ordine e a fornire pochi elementi che possano rappresentare un filo di Arianna in questo labirinto, in cui tutti sembrano avere ragione.

Il pubblico demanio marittimo è quella porzione di fascia costiera a diretto contatto con il mare, oggetto di una particolare attenzione da parte dei poteri pubblici che per lunghi anni si è concretizzata nell’esclusivo dominio dello Stato su di essa.

Caratteristica principale del demanio è di essere destinato all’uso pubblico e generale con la possibilità di riservarlo all’uso privato solo sulla base di provvedimenti di concessione (una sorta di affitto di terreno).

A partire dal secondo dopoguerra, si è avuta una progressiva proliferazione degli usi del demanio marittimo, tra i quali, per quello che qui interessa, l’uso turistico-balneare, con il rilascio di concessioni per la realizzazione di stabilimenti e strutture ricettive, con conseguente passaggio a una visione nella quale il demanio marittimo ha assunto il ruolo di risorsa per lo sviluppo economico dei territori.

Questo processo di trasformazione ha portato alla scissione tra le funzioni relative alla proprietà pubblica (rimaste allo Stato) e quelle relative alla gestione dei beni demaniali, cominciando, nel 1977, con il conferimento alle Regioni (e poi ai Comuni) delle funzioni amministrative per gli usi turistico-ricreativi (di cui gli stabilimenti balneari costituiscono la porzione più rilevante).

E veniamo alle polemiche di questi ultimi anni.

Le concessioni demaniali hanno una data di inizio ed una data di scadenza e possono essere rinnovate oppure no.

Questa situazione crea evidentemente incertezza per le imprese e così nel 2001 la categoria dei balneari ottenne una legge che introduceva i rinnovi automatici, eliminando, di fatto, la scadenza naturale della concessione.

Questo regime è stato però considerato incompatibile con la normativa comunitaria in materia di libera circolazione di beni e servizi e, in effetti, contrasta con un principio molto semplice: se io affido un bene pubblico a un soggetto privato che lo usa per gestire una attività da cui ritrae un lucro, la scelta di questo soggetto non può avvenire “direttamente”, ma deve passare attraverso una procedura comparativa e non può essere “per sempre”.

Ciascuno di noi applicherebbe questi princìpi ad un proprio bene privato: se io volessi mettere a reddito un mio terreno, farei un’analisi di mercato per cercare l’affittuario ottimale e, alla scadenza dell’affitto, mi guarderei di nuovo intorno per verificare se nel frattempo posso trovare un contraente più soddisfacente.

Questi princìpi, contenuti nella famosa Direttiva Bolkestein (peraltro recepita dall’Italia fin dal 2010), portarono nel 2011 all’abrogazione della legge sui rinnovi automatici, ma da allora la Pubblica Amministrazione (complice una politica timida ed eccessivamente accondiscendente verso il ceto dei balneari), si è infilata in un ginepraio: oggi, quasi tutte le concessioni sono scadute e dovrebbero essere assegnate con una procedura comparativa, ma i Comuni dovrebbero prima pianificare gli arenili e decidere quanta spiaggia lasciare libera.

In realtà, pochissimi hanno operato in questo senso e nella situazione attuale tutti sono perdenti: lo Stato che sembra non trovare la via d’uscita, i Comuni che dovrebbero amministrare, ma hanno il freno a mano tirato (spesso per la scarsa qualità professionale dei loro dirigenti), le associazioni che chiedono più spiagge libere, i balneari che rischiano di trovarsi quasi tutti nella paradossale condizione di occupanti abusivi, e, soprattutto, i cittadini, i fruitori delle spiagge che sono totalmente disorientati e senza informazioni.

Come se ne esce?

A mio parere un passo risolutivo potrebbe essere il passaggio della proprietà demaniale dallo Stato ai Comuni. Ne deriverebbe una evidente semplificazione delle procedure, gli enti locali non avrebbero alibi e incasserebbero i canoni di concessione, magari con vincolo di destinazione per i servizi nelle spiagge libere.

Non è assolutamente peregrino immaginare che ragionamenti che solo dieci anni fa sarebbero stati inverosimili possano richiamare nell’immediato futuro l’analisi dei giuristi, degli amministratori e dei politici.

MASSIMO PROVINCIALI 

BIONOTA È nato a Roma il 22 aprile 1958. Diplomato al Liceo Classico Augusto e laureato in Giurisprudenza, ha lavorato per 38 anni nella Pubblica Amministrazione occupandosi soprattutto di gestione della fascia costiera e impegnandosi in una intensa attività divulgativa fatta di scritti e partecipazione a convegni. Tutto questo ha purtroppo sottratto tempo prezioso alla sua vera passione: diventare un batterista rock, traguardo finalmente raggiunto dopo il pensionamento.

Commenti