Medea: uccidere i figli dei padri (PSICHIATRIA/MITOLOGIA) ~ di Renato Proietti - TeclaXXI
PSICHIATRIA/MITOLOGIA
MEDEA:
Uccidere i figli dei padri
Pochissime figure mitologiche hanno avuto nel corso dei
secoli la risonanza di Medea, e forse nessuna è stata narrata nei molteplici
modi in cui l’immaginario della cultura occidentale – e non solo – ha
effettuato ripensamenti sulla sua storia.
Del resto, già gli Autori delle due opere rimaste in cui si
approfondisce il personaggio (Euripide nell’omonima tragedia e Apollonio Rodio
nelle Argonautiche) ne danno un’immagine piuttosto dissimile: il primo
stigmatizza la donna della Colchide ribelle, barbara e passionale trapiantata a
Corinto mentre il secondo mette in luce il dramma interiore della fanciulla
innamorata dell’eroe venuto dal mare, che per amore infrange tutte le leggi.
Quest’ultimo aspetto è solo accennato da Euripide, che alla fine della celebre
invettiva pronunciata da Medea sul destino delle donne fa trasparire il
travaglio personale che accompagna (e forse genera) quello che in linguaggio
moderno potremmo definire “di genere”.
“Dicono che viviamo in casa, lontano dai pericoli mentre
loro vanno in guerra: che follia! È cento volte meglio imbracciare lo scudo
piuttosto che partorire una volta sola. Ma questo vale per te, e non per me; tu
vivi nella tua città, nella casa paterna, hai una vita serena, l’affetto dei
tuoi cari; io sono sola, senza patria, e l’uomo che da terra straniera mi ha
rapita come una preda ora mi oltraggia; non ho una madre, un fratello, dei
parenti da cui trovar rifugio in questa mia sciagura!”
Curiosamente, Euripide non mette in bocca a Medea
l’evocazione del padre Eeta, re della Colchide: eppure quest’ultimo ha una
certa importanza nello svilupparsi della vicenda.
La Colchide era una regione che possiamo raffigurarci come
una terra barbara e selvaggia, ai confini del mondo conosciuto, arcaica
rispetto alle “civilizzate” città greche: il re Eeta, che prima di regnare
sulla Colchide era stato re di Corinto[1], era figlio del Dio Sole (Helios),
e questa natura divina consentiva alle sorelle Pasifae e Circe, e quindi anche
alla figlia Medea, di padroneggiare l’arte “della cura e del veleno”, ossia la
conoscenza e l’uso delle proprietà delle erbe medicinali (pharmakà).
Erano insomma donne dotate di forti poteri, nonché (come vedremo in altre
riflessioni su Pasifae e Circe) donne guidate da forti passioni. Circe fu per
questo bandita dalla Colchide: sia per delitti passionali quando per gelosia
mutò la bellissima Scilla in un terribile mostro sia quando, mandando all’aria
i piani “geopolitici” del fratello, uccise il marito che questi le aveva
imposto, re dei Sarmati.
Ritroveremo Pasifae nel ciclo minoico, ma ora concentriamoci
su Medea. Sembra che anche lei, come ci riferisce Diodoro Siculo[2], non condividesse le politiche
del padre, ossessionato dai rischi di un’invasione straniera: per questo motivo
non fu messa al bando, ma comunque imprigionata. Come diremmo oggi, questo non
fece altro che inasprire il conflitto.
E Medea è pur sempre una donna barbara: quanto peso ha, nel
suo innamorarsi di Giasone, la ribellione al padre?
MOLTI RACCONTI…
La Medea che arriva ai nostri giorni è identificata con
quella descritta da Euripide, ma quella che si unisce a Giasone è quella
descritta nelle Argonautiche di Apollonio Rodio che, anche seguendo il cliché
della fanciulla inesperta e innamorata “follemente” (la freccia di Eros…)
dell’eroe, ne descrive assai bene il travaglio interiore. Ma seguiamo la
vicenda.
Esone, re di Iolco, fu detronizzato dal fratello Pelia quando
il figlio Giasone era ancora un bimbo. Per salvarlo dalla morte che gli sarebbe
toccata in quanto erede legittimo, Esone organizzò un falso funerale per poi
affidarlo alle cure del saggio centauro Chirone. Una volta adulto e venuto a
conoscenza dei suoi natali, Giasone si mise in cammino per tornare a Iolco e
reclamarne il regno: durante il viaggio perse un sandalo nell’attraversare un
fiume, e in tal modo lo zio poté riconoscere in lui l’uomo con un solo calzare
contro il quale un oracolo lo aveva messo in guardia.
Pelia accondiscese quindi falsamente alla richiesta,
affidandogli una missione letteralmente impossibile sia per la perigliosità del
viaggio che per l’ostilità di re Eeta: portare dalla Colchide il mitico Vello
d’Oro[3].
Si formò così il leggendario equipaggio di eroi narrato da
Apollonio Rodio nelle Argonautiche, dal nome - Argo - della nave che li
condurrà nel viaggio: ma una volta arrivato Giasone si rese subito conto che
non poteva usare la forza contro un intero esercito, né poteva contare sui
favori di re Eeta: il mito narra allora che fu aiutato da Era e Afrodite. La
seconda incaricò il figlio Eros di scoccare una delle sue frecce, mentre la
prima donò a Giasone “l’uccello che fa impazzire”, un marchingegno difficile a
spiegarsi che faceva “girare la testa”. Come a dire: Giasone non era certamente
innamorato, ma sedusse una donna colpita da Eros.
Ovvero, non sedusse una giovinetta ingenua ma fissò un patto
con una donna che, sola, avrebbe potuto aiutarlo nel riuscire dove non sarebbe
riuscita la sua schiera di eroi. E non è affatto detto che la barbara e arcaica
Medea non fosse combattuta fra l’ira verso il padre e i sensi di colpa nel
tradirlo insieme alla sua famiglia e alla sua patria. Fatto sta che con
unguenti e pozioni da usare fornì a Giasone un aiuto determinante, e che il
patto con lui si sarebbe potuto considerare un patto di potere, ma siglato da
lei in prima persona, con un uomo che le riconosce la forza del suo ruolo. Ed è
interessante notare che, durante la fuga, Medea compì per la prima volta un
delitto abietto: uccise (o contribuì a uccidere) il fratello Apsirto, lo fece a
pezzi e gettò questi in mare per ritardare l’inseguimento del padre.
Non c’è quindi neanche in Apollonio un afflato di gioia
amorosa, ma fin da subito una tragica angoscia nella vita di Medea, presa dalla
lotta interiore fra l’ira arcaica, che quasi fosse una Baccante la spinge allo sparagmos[4] e il penoso senso di colpa
che la spinge, nel viaggio di ritorno a Iolco, a cercare sostegno nella figura
della zia Circe.
La zia, da maga quale era (e forse, prima dell’esilio,
sacerdotessa) sottopose i fuggiaschi al rito della “purificazione” che però, si
badi bene, era tenuta comunque ad amministrare in quanto sacerdotessa:
attraverso tale rito venne cancellato il debito con gli Dei, scongiurando così
il possibile intervento punitivo delle Furie. Dopo la cerimonia però Circe,
inorridita dalla descrizione della morte di Apsirto, rinnegò il legame di
sangue con la nipote, cacciandola dalla sua dimora insieme al marito: da quel
momento Medea poté vivere solo come una reietta.
CHI È QUINDI MEDEA?
Che si tratti dunque di un patto d’amore, di un patto di
potere, di una fuga dal padre interessa fino a un certo punto: il dato centrale
riguarda il fatto che Medea non sia certo una fanciullina inesperta, ma una
donna determinata a tutto che fa emergere nella mitologia (cfr. Nota 1) la
possibilità di una connessione fra il maschile e il femminile, quell’archetipo
che ancora oggi risuona nell’aforisma “dietro ogni grande uomo c’è una grande
donna”. Oltre a quello di Medea vedremo anche il mito di Arianna, ma fra le due
c’è una differenza sostanziale. Arianna porge a Teseo la spada con cui potrà
uccidere il Minotauro, e usa l’intelligenza per il suo famoso filo che consentirà
a Teseo di addentrarsi nei meandri del Labirinto. È quindi una fanciulla che aiuta
l’eroe guerriero, che compie il gesto poi da solo. Medea è fin da subito determinante
nell’aiuto all’eroe: Eeta gli chiede di arare un campo aggiogando due
enormi tori dagli zoccoli di bronzo che sputano fiamme dalle narici, e Medea
gli dona un unguento che spalmato sul corpo lo rende resistente alle fiamme.
Deve poi seminare il campo appena arato con dei denti di drago che lo stesso
Eeta gli consegna, e dal campo arato germoglia un esercito di guerrieri pronti
a ucciderlo: Medea gli consiglia di gettare in mezzo al gruppo un grosso masso.
Non comprendendone la provenienza i guerrieri si fiaccano combattendo fra loro,
e Giasone può così finirli. E per terza e ultima prova deve sconfiggere un
drago che non dorme mai, posto a guardia del Vello d’Oro in un bosco sacro.
Medea gli fornisce delle erbe con cui riuscirà, a distanza, ad addormentare il
drago. Fin qui anche Medea è una fanciulla che dà aiuto, ma poi, nella
fuga verso Iolco, uccidendo Apsirto assurge al ruolo di protagonista, femmina
guerriera che combatte con le sue armi in prima persona.
E continuerà in questa veste anche dopo l’arrivo a Iolco.
Giasone reclama il trono da Pelia, che seppure esterrefatto rifiuta di
mantenere la parola data: Medea, che secondo alcune versioni del mito aveva già
ringiovanito, mediante un sortilegio, il vecchio re Esone propone alle figlie
di Pelia lo stesso trattamento per il loro padre. Per convincerle fa a pazzi un
vecchio montone e lo getta in un calderone dal quale, dopo un po’, uscirà un
giovane agnello. Ma dal calderone nel quale le figlie di Pelia getteranno il
loro padre fatto a pezzi, non uscirà nessuno.
Questo non aiuta la coppia, che anzi verrà esiliata da Acasto,
figlio di Pelia e quindi cugino di Giasone, che pur avendo partecipato in
disaccordo col padre all’impresa della nave Argo rimane inorridito dal brutale
assassinio. Sale quindi lui al trono del padre e bandisce i due, che riparano a
Corinto.
LA MEDEA DI EURIPIDE
Quindi, la Medea narrata da Euripide ha già tutte le stimmate
della donna barbara, passionale e guerriera. Nello svilupparsi del racconto
comunque Euripide, pur non prendendo apertamente posizione, sottopone a una
feroce critica la società greca del tempo.
Medea, principessa e diretta discendente del Dio Sole, tutto
sommato accetta di vivere, all’ombra di Giasone, la dura condizione di donna
straniera e custode di arcaiche magie, oggetto perciò della diffidenza dei
Corinzi.[5] Nonostante la donna
considerasse sacro, e dunque vincolante davanti agli Dei, il suo patto d’amore,
l’unione tra i due non era sancita da alcun legame giuridico. Inoltre, il diffondersi all’estero delle
imprese dei Greci aveva iniziato a porre problemi che ancora oggi ben
conosciamo: i problemi di cittadinanza. La donna straniera non veniva
considerata moglie, quindi i suoi figli non erano cittadini ma “nothoi”
(lett: “bastardi”). Questa legge, nata probabilmente intorno al 450 a.C. per
evitare che ricchi ateniesi abbandonassero mogli e figli per unirsi a giovani
straniere (magari bottino di guerra), provocò l’effetto opposto. Giovani
guerrieri tornati in patria con donne barbare ripudiavano le loro mogli e
tenevano i figli, che erano esclusiva proprietà del padre.
Quindi al vecchio eroe, che è pur sempre una figura che
merita un certo riconoscimento, si presenta un’occasione unica: poiché Glauce,
figlia del re Creonte, è sterile e non può quindi generare eredi al trono,
offrendosi di sposarla Giasone cambierebbe radicalmente la posizione sociale sua
e dei figli, ma per fare questo deve ripudiare Medea, ed Euripide dipinge qui
un Giasone che usa il modo più becero e meschino che un uomo possa concepire. È
tutta una questione “di letto” l’ira di Medea, che non sopporta secondo il
maschio-padrone il fatto di non poter più ricevere appagamento sessuale.
Ritornerebbe qui il tema, quindi, della reazione legata alla funzione femminile
dell’hysteros… ma Medea, donna saggia, studiosa, di sangue reale e considerata
barbara solo dai Corinzi, controlla la spinta delle passioni meditando una
vendetta che, nella tragedia, rivelerà al Coro. Ucciderà Glauce, donandole una
veste impregnata di un veleno che la soffocherà, e poi ucciderà i figli. La sua
ira, così come quella della Menadi (che abbiamo visto nello spazio dedicato a
Orfeo), è troppo forte, ma non deriva solo dal rifiuto sessuale: è legata al
ripudio di tutto ciò che lei ha fatto, per Giasone e insieme a lui, fratricidio
compreso (che, ricordiamo, non era stato perdonato da Circe). Non può perdere
la faccia accettando tutto questo, l’offesa va vendicata!
“Nessuno mi creda una
donnetta dappoco, debole e remissiva! Sono tutto l’opposto, benigna per gli
amici e funesta per i nemici!”
IL SECONDO TRAVAGLIO
INTERIORE
Quindi una donna eroica, ma in Grecia l’eroe è solo l’uomo. E
qui inizia il secondo travaglio di Medea. Eroica sì, ma pur sempre donna… Ucciderà
Glauce, ma i figli? In un crescendo di drammaticità, nella tragedia c’è un
celebre passo:
“Capisco il male che sto
per compiere, ma il mio orgoglio ferito (thymòs) è più forte
della mia ragione (boulèmata)”
Medea non dubita neanche per un attimo della liceità di
uccidere Glauce (e per sbaglio anche Creonte, che abbraccia la figlia morente
esponendosi al veleno), ma quando mette a punto il suo piano scellerato
(avvelenare i figli) ecco che i suoi piani riflettono il suo istinto materno… diremmo
oggi il senso di colpa che accompagna la prefigurazione dell’uccisione dei
figli, che le fa immaginare dei boulèmata (piani razionali) alternativi.
Questi potrebbero essere detti più razionali se il dramma di Medea non
rivelasse il vero dramma umano. Non esiste una ragione contrapposta al
sentimento, altrimenti sarebbe facile scegliere sempre la ragione: è
l’alternanza dei sentimenti a far progettare boulèmata altrettanto contrastanti,
piani razionali diversi. E il thymos (ira, sete di vendetta) prevale,
tanto che Medea elabora un piano molto sofisticato per non essere scoperta. I
sensi di colpa sono acquietati dalla constatazione, per nulla scontata, che
comunque i suoi figli potrebbero essere uccisi in quanto suoi complici…
insomma, la razionalità altro non è che una narrazione che mette, almeno
temporaneamente, d’accordo sentimenti contrastanti.
Nell’opera di Euripide, peraltro, non trapela una
constatazione che colpisce molto l’immaginario: Medea riserva a Giasone lo
stesso trattamento che ha riservato in passato al padre. Ma per fare questo
deve sopprimere qualsiasi istinto materno, mentre come vedremo si risveglia in
lei l’afflato filiale.
E DOPO IL FIGLICIDIO?
La tragedia di Euripide termina con la fuga di Medea su un
carro inviatole dal nonno Helios, sul quale fuggirà verso Atene. A metà della
tragedia Medea si accorda con il re Egeo, chiedendo asilo politico in cambio
della fertilità che il re non aveva: a questo punto varie versioni sia greche
che, in seguito, latine si susseguono e si sostituiscono sulla fine della
storia di Medea. C’è da notare che questa donna non finisce mai per scontare
chissà quale tremenda punizione per questo figlicidio, mostrando così comunque
il rispetto che suscita questa figura tragica ed eroica allo stesso tempo,
testimone incarnata delle contraddizioni che ancora oggi viviamo se pensiamo
alla condizione femminile: la conclusione, però, che più mi affascina e
fornisce, per così dire, la chiusura di un cerchio a tutta la storia è quella
per cui Medea, dopo aver generato un figlio da Egeo, attenta alla vita di
Teseo, figlio di Egeo anch’egli tornato per reclamare i suoi diritti al trono. Scoperta
nei suoi piani è costretta di nuovo a fuggire, portando con sé il figlio Medo,
e a far ritorno nella Colchide dove scopre che, nel frattempo, lo zio Perse ha
detronizzato il padre Eeta. Aiuterà quindi Medo a detronizzare Perse e
ucciderlo, ottenendo in tal modo il perdono del padre mentre il figlio sale al
trono del futuro regno dei Medi. La sua figura ne esce quindi riabilitata sia
come madre che come figlia.
Insomma, possiamo dire che la storia di Medea è la storia di
un trauma irrisolto, in cui il figlicidio riveste una doppia valenza: la prima
è punire i padri (prima di Apsirto e poi dei figli di Giasone) per l’oltraggio
arrecatogli, la seconda punire sé stessa. Il mancato perdono da parte di Circe
lascia infatti aperta una ferita difficile a rimarginarsi: divenire estranea
anche alla propria famiglia. Quando Giasone le sottrae il nuovo, labile senso
di appartenenza, uccidere i propri figli le consente un’espiazione, agli occhi
del padre, anche del peccato primigenio. Questo le permetterà di ritrovare, ammettendo
l’errore compiuto in gioventù, il riconoscimento del suo senso di appartenenza
alla famiglia di origine.
Continuerò
comunque l’approfondimento dei legami familiari attraverso l’analisi dei miti
di Pasifae e Circe, anch’esse maghe, ma non guerriere.
[1]
Secondo una versione del mito ora andata perduta, opera di Eumelo di Corinto
(VII-VIII secolo a.C.), Medea dopo la fuga da Iolco approda a Corinto proprio
per rivendicare i suoi diritti al trono. Nel VI secolo a.C., Ibico ne fa una
figura regale, che ascesa ai Campi Elisi si unirà ad Achille realizzando così
l’unione fra l’indole guerriera maschile e la magia e la saggezza femminili.
Pare che il famoso figlicidio sia un’invenzione proprio di Euripide, che ne
accentua così il carattere tragico e disperato.
[2] Diodoro
Siculo è uno storico del I secolo, autore delle prime Enciclopedie, che
si contraddistingue per cercare una razionalizzazione, spogliando i
racconti degli elementi mitici e fantastici.
[3] Secondo
Strabone, geografo e storico del I secolo a.C., la Colchide, come molte regioni
asiatiche, era ricca di giacimenti d’oro: il Vello d’Oro si poteva identificare
con le pelli di montone che al tempo del mito fungevano da setaccio in quanto i
filuzzi d’oro vi rimanevano impigliati… chiaro quindi che re Eeta non vedesse
di buon occhio l’arrivo di stranieri “civilizzati”.
[5] Del
resto, il maschio ha sempre temuto le donne in possesso delle “arti femminili”,
guardando a queste capacità come stregoneria, e non solo nelle società arcaiche.
________________________________
RENATO PROIETTI
BIONOTA
65 anni, psichiatra e psicoterapeuta, a tempo perso attore amatoriale... A tempo pieno marito e padre. Studioso di Scienze della cognizione, dedico il poco tempo libero alla ricerca e alla riflessione epistemologica: coscienza e costruzione dell'identità personale sono i temi che mi appassionano.


Commenti
Posta un commento
È gradita la firma in calce al commento. Grazie.