Medea: uccidere i figli dei padri (PSICHIATRIA/MITOLOGIA) ~ di Renato Proietti - TeclaXXI

PSICHIATRIA/MITOLOGIA


MEDEA: Uccidere i figli dei padri


 di Renato Proietti

    Eugène Delacroix, Médée furieuse, 1862, olio du tela, Musée du Louvre, Paris

    

    Pochissime figure mitologiche hanno avuto nel corso dei secoli la risonanza di Medea, e forse nessuna è stata narrata nei molteplici modi in cui l’immaginario della cultura occidentale – e non solo – ha effettuato ripensamenti sulla sua storia.

        Del resto, già gli Autori delle due opere rimaste in cui si approfondisce il personaggio (Euripide nell’omonima tragedia e Apollonio Rodio nelle Argonautiche) ne danno un’immagine piuttosto dissimile: il primo stigmatizza la donna della Colchide ribelle, barbara e passionale trapiantata a Corinto mentre il secondo mette in luce il dramma interiore della fanciulla innamorata dell’eroe venuto dal mare, che per amore infrange tutte le leggi. Quest’ultimo aspetto è solo accennato da Euripide, che alla fine della celebre invettiva pronunciata da Medea sul destino delle donne fa trasparire il travaglio personale che accompagna (e forse genera) quello che in linguaggio moderno potremmo definire “di genere”.

 

        “Dicono che viviamo in casa, lontano dai pericoli mentre loro vanno in guerra: che follia! È cento volte meglio imbracciare lo scudo piuttosto che partorire una volta sola. Ma questo vale per te, e non per me; tu vivi nella tua città, nella casa paterna, hai una vita serena, l’affetto dei tuoi cari; io sono sola, senza patria, e l’uomo che da terra straniera mi ha rapita come una preda ora mi oltraggia; non ho una madre, un fratello, dei parenti da cui trovar rifugio in questa mia sciagura!”

 

        Curiosamente, Euripide non mette in bocca a Medea l’evocazione del padre Eeta, re della Colchide: eppure quest’ultimo ha una certa importanza nello svilupparsi della vicenda.

        La Colchide era una regione che possiamo raffigurarci come una terra barbara e selvaggia, ai confini del mondo conosciuto, arcaica rispetto alle “civilizzate” città greche: il re Eeta, che prima di regnare sulla Colchide era stato re di Corinto[1], era figlio del Dio Sole (Helios), e questa natura divina consentiva alle sorelle Pasifae e Circe, e quindi anche alla figlia Medea, di padroneggiare l’arte “della cura e del veleno”, ossia la conoscenza e l’uso delle proprietà delle erbe medicinali (pharmakà). Erano insomma donne dotate di forti poteri, nonché (come vedremo in altre riflessioni su Pasifae e Circe) donne guidate da forti passioni. Circe fu per questo bandita dalla Colchide: sia per delitti passionali quando per gelosia mutò la bellissima Scilla in un terribile mostro sia quando, mandando all’aria i piani “geopolitici” del fratello, uccise il marito che questi le aveva imposto, re dei Sarmati.

        Ritroveremo Pasifae nel ciclo minoico, ma ora concentriamoci su Medea. Sembra che anche lei, come ci riferisce Diodoro Siculo[2], non condividesse le politiche del padre, ossessionato dai rischi di un’invasione straniera: per questo motivo non fu messa al bando, ma comunque imprigionata. Come diremmo oggi, questo non fece altro che inasprire il conflitto.

        E Medea è pur sempre una donna barbara: quanto peso ha, nel suo innamorarsi di Giasone, la ribellione al padre?

 

MOLTI RACCONTI…

 

        La Medea che arriva ai nostri giorni è identificata con quella descritta da Euripide, ma quella che si unisce a Giasone è quella descritta nelle Argonautiche di Apollonio Rodio che, anche seguendo il cliché della fanciulla inesperta e innamorata “follemente” (la freccia di Eros…) dell’eroe, ne descrive assai bene il travaglio interiore. Ma seguiamo la vicenda.

        Esone, re di Iolco, fu detronizzato dal fratello Pelia quando il figlio Giasone era ancora un bimbo. Per salvarlo dalla morte che gli sarebbe toccata in quanto erede legittimo, Esone organizzò un falso funerale per poi affidarlo alle cure del saggio centauro Chirone. Una volta adulto e venuto a conoscenza dei suoi natali, Giasone si mise in cammino per tornare a Iolco e reclamarne il regno: durante il viaggio perse un sandalo nell’attraversare un fiume, e in tal modo lo zio poté riconoscere in lui l’uomo con un solo calzare contro il quale un oracolo lo aveva messo in guardia.

        Pelia accondiscese quindi falsamente alla richiesta, affidandogli una missione letteralmente impossibile sia per la perigliosità del viaggio che per l’ostilità di re Eeta: portare dalla Colchide il mitico Vello d’Oro[3].

        Si formò così il leggendario equipaggio di eroi narrato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche, dal nome - Argo - della nave che li condurrà nel viaggio: ma una volta arrivato Giasone si rese subito conto che non poteva usare la forza contro un intero esercito, né poteva contare sui favori di re Eeta: il mito narra allora che fu aiutato da Era e Afrodite. La seconda incaricò il figlio Eros di scoccare una delle sue frecce, mentre la prima donò a Giasone “l’uccello che fa impazzire”, un marchingegno difficile a spiegarsi che faceva “girare la testa”. Come a dire: Giasone non era certamente innamorato, ma sedusse una donna colpita da Eros.

        Ovvero, non sedusse una giovinetta ingenua ma fissò un patto con una donna che, sola, avrebbe potuto aiutarlo nel riuscire dove non sarebbe riuscita la sua schiera di eroi. E non è affatto detto che la barbara e arcaica Medea non fosse combattuta fra l’ira verso il padre e i sensi di colpa nel tradirlo insieme alla sua famiglia e alla sua patria. Fatto sta che con unguenti e pozioni da usare fornì a Giasone un aiuto determinante, e che il patto con lui si sarebbe potuto considerare un patto di potere, ma siglato da lei in prima persona, con un uomo che le riconosce la forza del suo ruolo. Ed è interessante notare che, durante la fuga, Medea compì per la prima volta un delitto abietto: uccise (o contribuì a uccidere) il fratello Apsirto, lo fece a pezzi e gettò questi in mare per ritardare l’inseguimento del padre.

        Non c’è quindi neanche in Apollonio un afflato di gioia amorosa, ma fin da subito una tragica angoscia nella vita di Medea, presa dalla lotta interiore fra l’ira arcaica, che quasi fosse una Baccante la spinge allo sparagmos[4] e il penoso senso di colpa che la spinge, nel viaggio di ritorno a Iolco, a cercare sostegno nella figura della zia Circe.

        La zia, da maga quale era (e forse, prima dell’esilio, sacerdotessa) sottopose i fuggiaschi al rito della “purificazione” che però, si badi bene, era tenuta comunque ad amministrare in quanto sacerdotessa: attraverso tale rito venne cancellato il debito con gli Dei, scongiurando così il possibile intervento punitivo delle Furie. Dopo la cerimonia però Circe, inorridita dalla descrizione della morte di Apsirto, rinnegò il legame di sangue con la nipote, cacciandola dalla sua dimora insieme al marito: da quel momento Medea poté vivere solo come una reietta.

 

CHI È QUINDI MEDEA?

 

        Che si tratti dunque di un patto d’amore, di un patto di potere, di una fuga dal padre interessa fino a un certo punto: il dato centrale riguarda il fatto che Medea non sia certo una fanciullina inesperta, ma una donna determinata a tutto che fa emergere nella mitologia (cfr. Nota 1) la possibilità di una connessione fra il maschile e il femminile, quell’archetipo che ancora oggi risuona nell’aforisma “dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Oltre a quello di Medea vedremo anche il mito di Arianna, ma fra le due c’è una differenza sostanziale. Arianna porge a Teseo la spada con cui potrà uccidere il Minotauro, e usa l’intelligenza per il suo famoso filo che consentirà a Teseo di addentrarsi nei meandri del Labirinto. È quindi una fanciulla che aiuta l’eroe guerriero, che compie il gesto poi da solo. Medea è fin da subito determinante nell’aiuto all’eroe: Eeta gli chiede di arare un campo aggiogando due enormi tori dagli zoccoli di bronzo che sputano fiamme dalle narici, e Medea gli dona un unguento che spalmato sul corpo lo rende resistente alle fiamme. Deve poi seminare il campo appena arato con dei denti di drago che lo stesso Eeta gli consegna, e dal campo arato germoglia un esercito di guerrieri pronti a ucciderlo: Medea gli consiglia di gettare in mezzo al gruppo un grosso masso. Non comprendendone la provenienza i guerrieri si fiaccano combattendo fra loro, e Giasone può così finirli. E per terza e ultima prova deve sconfiggere un drago che non dorme mai, posto a guardia del Vello d’Oro in un bosco sacro. Medea gli fornisce delle erbe con cui riuscirà, a distanza, ad addormentare il drago. Fin qui anche Medea è una fanciulla che dà aiuto, ma poi, nella fuga verso Iolco, uccidendo Apsirto assurge al ruolo di protagonista, femmina guerriera che combatte con le sue armi in prima persona.

        E continuerà in questa veste anche dopo l’arrivo a Iolco. Giasone reclama il trono da Pelia, che seppure esterrefatto rifiuta di mantenere la parola data: Medea, che secondo alcune versioni del mito aveva già ringiovanito, mediante un sortilegio, il vecchio re Esone propone alle figlie di Pelia lo stesso trattamento per il loro padre. Per convincerle fa a pazzi un vecchio montone e lo getta in un calderone dal quale, dopo un po’, uscirà un giovane agnello. Ma dal calderone nel quale le figlie di Pelia getteranno il loro padre fatto a pezzi, non uscirà nessuno.

        Questo non aiuta la coppia, che anzi verrà esiliata da Acasto, figlio di Pelia e quindi cugino di Giasone, che pur avendo partecipato in disaccordo col padre all’impresa della nave Argo rimane inorridito dal brutale assassinio. Sale quindi lui al trono del padre e bandisce i due, che riparano a Corinto.

 

LA MEDEA DI EURIPIDE

 

        Quindi, la Medea narrata da Euripide ha già tutte le stimmate della donna barbara, passionale e guerriera. Nello svilupparsi del racconto comunque Euripide, pur non prendendo apertamente posizione, sottopone a una feroce critica la società greca del tempo.

        Medea, principessa e diretta discendente del Dio Sole, tutto sommato accetta di vivere, all’ombra di Giasone, la dura condizione di donna straniera e custode di arcaiche magie, oggetto perciò della diffidenza dei Corinzi.[5] Nonostante la donna considerasse sacro, e dunque vincolante davanti agli Dei, il suo patto d’amore, l’unione tra i due non era sancita da alcun legame giuridico.  Inoltre, il diffondersi all’estero delle imprese dei Greci aveva iniziato a porre problemi che ancora oggi ben conosciamo: i problemi di cittadinanza. La donna straniera non veniva considerata moglie, quindi i suoi figli non erano cittadini ma “nothoi” (lett: “bastardi”). Questa legge, nata probabilmente intorno al 450 a.C. per evitare che ricchi ateniesi abbandonassero mogli e figli per unirsi a giovani straniere (magari bottino di guerra), provocò l’effetto opposto. Giovani guerrieri tornati in patria con donne barbare ripudiavano le loro mogli e tenevano i figli, che erano esclusiva proprietà del padre.

        Quindi al vecchio eroe, che è pur sempre una figura che merita un certo riconoscimento, si presenta un’occasione unica: poiché Glauce, figlia del re Creonte, è sterile e non può quindi generare eredi al trono, offrendosi di sposarla Giasone cambierebbe radicalmente la posizione sociale sua e dei figli, ma per fare questo deve ripudiare Medea, ed Euripide dipinge qui un Giasone che usa il modo più becero e meschino che un uomo possa concepire. È tutta una questione “di letto” l’ira di Medea, che non sopporta secondo il maschio-padrone il fatto di non poter più ricevere appagamento sessuale. Ritornerebbe qui il tema, quindi, della reazione legata alla funzione femminile dell’hysteros… ma Medea, donna saggia, studiosa, di sangue reale e considerata barbara solo dai Corinzi, controlla la spinta delle passioni meditando una vendetta che, nella tragedia, rivelerà al Coro. Ucciderà Glauce, donandole una veste impregnata di un veleno che la soffocherà, e poi ucciderà i figli. La sua ira, così come quella della Menadi (che abbiamo visto nello spazio dedicato a Orfeo), è troppo forte, ma non deriva solo dal rifiuto sessuale: è legata al ripudio di tutto ciò che lei ha fatto, per Giasone e insieme a lui, fratricidio compreso (che, ricordiamo, non era stato perdonato da Circe). Non può perdere la faccia accettando tutto questo, l’offesa va vendicata!

 

“Nessuno mi creda una donnetta dappoco, debole e remissiva! Sono tutto l’opposto, benigna per gli amici e funesta per i nemici!”

 

IL SECONDO TRAVAGLIO INTERIORE

 

        Quindi una donna eroica, ma in Grecia l’eroe è solo l’uomo. E qui inizia il secondo travaglio di Medea. Eroica sì, ma pur sempre donna… Ucciderà Glauce, ma i figli? In un crescendo di drammaticità, nella tragedia c’è un celebre passo:

 

“Capisco il male che sto per compiere, ma il mio orgoglio ferito (thymòs) è più forte della mia ragione (boulèmata)

 

        Medea non dubita neanche per un attimo della liceità di uccidere Glauce (e per sbaglio anche Creonte, che abbraccia la figlia morente esponendosi al veleno), ma quando mette a punto il suo piano scellerato (avvelenare i figli) ecco che i suoi piani riflettono il suo istinto materno… diremmo oggi il senso di colpa che accompagna la prefigurazione dell’uccisione dei figli, che le fa immaginare dei boulèmata (piani razionali) alternativi. Questi potrebbero essere detti più razionali se il dramma di Medea non rivelasse il vero dramma umano. Non esiste una ragione contrapposta al sentimento, altrimenti sarebbe facile scegliere sempre la ragione: è l’alternanza dei sentimenti a far progettare boulèmata altrettanto contrastanti, piani razionali diversi. E il thymos (ira, sete di vendetta) prevale, tanto che Medea elabora un piano molto sofisticato per non essere scoperta. I sensi di colpa sono acquietati dalla constatazione, per nulla scontata, che comunque i suoi figli potrebbero essere uccisi in quanto suoi complici… insomma, la razionalità altro non è che una narrazione che mette, almeno temporaneamente, d’accordo sentimenti contrastanti.

        Nell’opera di Euripide, peraltro, non trapela una constatazione che colpisce molto l’immaginario: Medea riserva a Giasone lo stesso trattamento che ha riservato in passato al padre. Ma per fare questo deve sopprimere qualsiasi istinto materno, mentre come vedremo si risveglia in lei l’afflato filiale.

 

E DOPO IL FIGLICIDIO?

 

        La tragedia di Euripide termina con la fuga di Medea su un carro inviatole dal nonno Helios, sul quale fuggirà verso Atene. A metà della tragedia Medea si accorda con il re Egeo, chiedendo asilo politico in cambio della fertilità che il re non aveva: a questo punto varie versioni sia greche che, in seguito, latine si susseguono e si sostituiscono sulla fine della storia di Medea. C’è da notare che questa donna non finisce mai per scontare chissà quale tremenda punizione per questo figlicidio, mostrando così comunque il rispetto che suscita questa figura tragica ed eroica allo stesso tempo, testimone incarnata delle contraddizioni che ancora oggi viviamo se pensiamo alla condizione femminile: la conclusione, però, che più mi affascina e fornisce, per così dire, la chiusura di un cerchio a tutta la storia è quella per cui Medea, dopo aver generato un figlio da Egeo, attenta alla vita di Teseo, figlio di Egeo anch’egli tornato per reclamare i suoi diritti al trono. Scoperta nei suoi piani è costretta di nuovo a fuggire, portando con sé il figlio Medo, e a far ritorno nella Colchide dove scopre che, nel frattempo, lo zio Perse ha detronizzato il padre Eeta. Aiuterà quindi Medo a detronizzare Perse e ucciderlo, ottenendo in tal modo il perdono del padre mentre il figlio sale al trono del futuro regno dei Medi. La sua figura ne esce quindi riabilitata sia come madre che come figlia.

        Insomma, possiamo dire che la storia di Medea è la storia di un trauma irrisolto, in cui il figlicidio riveste una doppia valenza: la prima è punire i padri (prima di Apsirto e poi dei figli di Giasone) per l’oltraggio arrecatogli, la seconda punire sé stessa. Il mancato perdono da parte di Circe lascia infatti aperta una ferita difficile a rimarginarsi: divenire estranea anche alla propria famiglia. Quando Giasone le sottrae il nuovo, labile senso di appartenenza, uccidere i propri figli le consente un’espiazione, agli occhi del padre, anche del peccato primigenio. Questo le permetterà di ritrovare, ammettendo l’errore compiuto in gioventù, il riconoscimento del suo senso di appartenenza alla famiglia di origine.

        Continuerò comunque l’approfondimento dei legami familiari attraverso l’analisi dei miti di Pasifae e Circe, anch’esse maghe, ma non guerriere.



[1] Secondo una versione del mito ora andata perduta, opera di Eumelo di Corinto (VII-VIII secolo a.C.), Medea dopo la fuga da Iolco approda a Corinto proprio per rivendicare i suoi diritti al trono. Nel VI secolo a.C., Ibico ne fa una figura regale, che ascesa ai Campi Elisi si unirà ad Achille realizzando così l’unione fra l’indole guerriera maschile e la magia e la saggezza femminili. Pare che il famoso figlicidio sia un’invenzione proprio di Euripide, che ne accentua così il carattere tragico e disperato.

[2] Diodoro Siculo è uno storico del I secolo, autore delle prime Enciclopedie, che si contraddistingue per cercare una razionalizzazione, spogliando i racconti degli elementi mitici e fantastici.

[3] Secondo Strabone, geografo e storico del I secolo a.C., la Colchide, come molte regioni asiatiche, era ricca di giacimenti d’oro: il Vello d’Oro si poteva identificare con le pelli di montone che al tempo del mito fungevano da setaccio in quanto i filuzzi d’oro vi rimanevano impigliati… chiaro quindi che re Eeta non vedesse di buon occhio l’arrivo di stranieri “civilizzati”.

 [4] Cfr su questo blog il contributo sulle Baccanti in ORFEO: L’APOLLINEO E IL DIONISIACO, in cui è descritto l’uso delle Baccanti (o Menadi) di fare a pezzi, in preda all’oistròs, gli uomini che le rifiutavano

[5] Del resto, il maschio ha sempre temuto le donne in possesso delle “arti femminili”, guardando a queste capacità come stregoneria, e non solo nelle società arcaiche.

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RENATO PROIETTI


BIONOTA

65 anni, psichiatra e psicoterapeuta, a tempo perso attore amatoriale... A tempo pieno marito e padre. Studioso di Scienze della cognizione, dedico il poco tempo libero alla ricerca e alla riflessione epistemologica: coscienza e costruzione dell'identità personale sono i temi che mi appassionano.

 

 


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