Il preside africano - Episodio 4 (NARRATIVA/DIARIO DI UNA PRESIDE) ~ di Paola Ceccarelli - TeclaXXI
NARRATIVA
DIARIO
DI UNA PRESIDE
Paola Cardarelli
Il preside
africano – Episodio 4
immagine creata da Canva progetto JS©2026
L’africano è
all’angolo della strada, tra via Celli e via di Villa Borghese, come quasi ogni
giorno da sette-otto anni, da quando sono in servizio presso l’Istituto «Buonarroti»
come dirigente scolastica e quotidianamente attraverso quell’incrocio per
andare nel mio ufficio. Dico quasi perché non c’è un’assoluta
regolarità: ci sono giorni in cui risulta assente all’appello. C’è però una più
profonda continuità che è il suo ritornare certo, il suo esserci, la sua
presenza immotivata e per questo più significativa: l’africano presidia il
punto di congiunzione tra le due vie e la sua figura si sovrappone nella mia
memoria recente a quella di questo angolo di strada come elemento naturale
dell’arredo urbano del quartiere. Credo abbia quarantina di anni. Non è
altissimo, ma ha un aspetto slanciato, ha sclera oculare e sorriso
bianchissimi, indossa felpe colorate. Ondeggia sul posto con movenze rallentate
come un danzatore che provi i passi. In inverno il suo balletto accennato
sembra semplicemente una reazione al freddo ma, ora che siamo in estate, si ha l’impressione
che voglia invitarti a seguire con lui un ritmo di tamburi sul marciapiede.
Il
mio vice e io, più o meno tutti i giorni, andiamo al bar a prendere un caffè e
lo incontriamo nel suo angolo. Buongiorno capo, dice al mio
collaboratore, Buongiorno signora, dice a me e non si capisce se abbia
un’idea tutta sua della gerarchia della scuola, perlomeno della nostra, o se il
pregiudizio maschilista prevalga indipendentemente dai contesti e dalla
cultura. Buongiorno, gli rispondiamo cercando di fare una battuta sul
tempo, sul traffico. È nigeriano, è in Italia da sette anni, ci racconta. Si chiama
Destiny, vive a Pomezia e viene a Frascati tre giorni a settimana prendendo il
pullman come dovesse timbrare un cartellino di un part time verticale. E il
lavoro che non ha, lo inventa: preside dell’incrocio, sovrintendente del
marciapiede. Negli ultimi tempi arriva munito di scopa e di raccoglitore e
spazza l’impiantito di sampietrini inchinandosi ai passati sempre con il suo
sorriso candido. Mi chiede se parlo inglese. Yes, sure confermo. E mi
dice qualcosa come Davo per scontato che parlassi inglese perché è ovvio
che io sia per lui an educated person, come ci tiene mettere in evidenza
un po’ per lusinga un po’ per farci intendere che capisce i meccanismi. Da
vicino la sua pelle nera splende e si vedono bene delle piccole cicatrici
verticali sotto gli occhi: cerco di fermare la mia testa nell’inseguimento delle
immagini terribili viste nei film, nei documentari sulle migrazioni
dall’Africa, ma rabbrividisco all’idea che possano essere cicatrici di una
tortura. Poi penso che se lo fossero non ci sarebbe quel sorriso, e
immediatamente mi rendo conto che questo ragionamento così spontaneo è in
realtà anche così stupido. O forse potrebbero essere segni di qualche
consuetudine rituale come sono qui da noi i tatuaggi. Ma questa interpretazione
mi convince meno.
Ci
tiene ad informarci che è in Italia con la moglie e due figlie e ci fa vedere
le foto delle bambine, due tenerissime scolarette, la maggiore una testa più
alta della sorella: due belle capigliature di treccine rasta. Non ci fa capire
bene però perché scelga di venire qui ogni giorno mettendo in conto un viaggio
di un’ora e venti, non essendoci in questo luogo apparentemente nessun punto di
riferimento importante per lui. Però poi accenna alla Caritas e in effetti qui
a Frascati ci sono diversi servizi di assistenza sociale, ma forse la stessa
cosa c’è anche nella cittadina in cui vive. Poi ci spiega che si tratta di una
scelta “sentimentale” perché è qui che ha avuto la prima accoglienza arrivando
dall’Africa. È affezionato a queste strade. E in qualche modo ha deciso di
curarle: non solo spazza e raccoglie le cartacce, ma lucida i pomelli dei
paletti metallici delle recinzioni che contornano il marciapiede.
Al
ritorno dal bar lo ritroviamo al suo posto ed è ovvio che lui si aspetti
qualche moneta. Questa cosa però mi crea problemi, non mi piace fare
l’elemosina, lo trovo molto imbarazzante: ho la tendenza a mettermi nei panni
dell’altro che aspetta che io apra la borsa e poi il portafogli e poi
perlustrandolo decida quanto pagare la sua marginalità, quanto riconoscere alla
sua mano virtualmente o realmente tesa. Sono io che decido: carta, metallo,
nulla. E l’africano fa finta di distrarsi e di non guardare i miei gesti, spera
però che la mia scelta vada alla banconota e non alla moneta e continua a
sorridere e sorriderà per contratto anche se gli darò solo cinquanta centesimi.
Mi sarà grato del piccolo contributo anche se sono certa avrebbe desiderato
qualcosa in più. E non me lo farà pesare (gli africani hanno la strategia del
sorriso, la prossima volta me lo darai, gli slavi quella della
colpevolizzazione fino alla maledizione dei rom). E si toglierà il cappello
anche la prossima volta che passerò davanti a lui. Percepisco tutto questo come
sgradevole: la verità è che non riconosco un grande valore al sentimento della
gratitudine, mi sembra uno stato emotivo che implica una forma di subalternità
indefinita e scivolosa. E ho difficoltà a scegliere comportamenti che mettano
gli altri in questa condizione. Ma credo di avere delle difficoltà proprio con
l’idea stessa di carità.
Insomma, mi rivengono in mente tutte
queste cose e ci penso e ci ripenso, lascio galoppare il mio ragionamento in
questi contorti meandri dei significati e del rilievo del mio eventuale gesto,
pondero, esito, tentenno.
A
volte decido di non fermarmi e passo davanti a Destiny tenendo la borsa
serrata. Poi mi sembra che anche questa posizione sia debole e controversa. Il
discorso sulla gratitudine è un discorso solo mio e probabilmente derivato da
qualche paranoia strana, il ricordo del mio disagio infantile di fronte alla
mendicante non dice niente di particolare se non che fossi una ragazzina con
qualche problema di timidezza: rifletto quindi sul fatto che per il mio senso
di disagio privo Destiny della possibilità di fare colazione, di prendere un
caffè caldo perché io un po’ snobisticamente mi sento fuori da una zona di
confort e ho quel piccolo senso di disgusto e mi sento colpita nel sentimento
identitario nell’aprire il portafogli e cercare una moneta. Quindi metto a
tacere questa tribuna interiore e gli lascio un paio di euro. Qualche volta una
piccola banconota.
Lui mi ringrazia
ridendo forte e togliendosi una specie di berretto di tela azzurra che sembra
ben intriso di sudore. Emana in effetti un odore acuto anche se non ha
l’aspetto di un uomo trasandato. Anzi gli riconosco uno stile personale non
solito. E soprattutto un intelligente senso dell’umorismo. Grazie signora.
E ritorna ad accennare qualche passo di danza. Una volta ci ha chiesto se
avrebbe potuto fare un lavoro per la scuola, se avremmo potuto impiegarlo in
qualche modo, lavori d pulizia, di trasporto. E devo dire che con il mio
collaboratore ci siamo anche consultati ma abbiamo infine dovuto convenire che
non era una cosa possibile. Non ci è venuta in mente nessuna idea che potesse
soddisfare la sua richiesta. Per quanto ci sarebbe piaciuto. Ho anche chiesto
al responsabile della ditta che cura la manutenzione nella scuola, ma, senza
il permesso di soggiorno, non si può fare. E poi in questo caso senza
troppi contorcimenti mentali ho pensato che sarebbe stato meglio evitare di
essere coinvolti nella vita dell’africano, nel destino di Destiny. Quindi gli
abbiamo comunicato che non avevamo possibilità di aiutarlo. E lui ha accolto la
notizia ovviamente con una risata che non avrei nemmeno definito nervosa. E ha
anche dato una pacca sulla spalla al mio vice e ha replicato: Grazie capo. E
recuperando il rastrello ha continuato a raccogliere cartacce.
Ora
è settembre, riprendiamo la routine, riapriamo i cancelli ai ragazzi e lo
ritroviamo al suo posto di lavoro e ci saluta: Buongiorno, capo, buongiorno
signora, andiamo a prendere il caffè? Ma non è proprio una domanda,
piuttosto una constatazione, una verifica della consuetudine a cui si è
abituato. In effetti non c’è mai venuto in mente di invitarlo, ma Destiny in
qualche modo ha sempre preso il caffè con noi in questi anni, ha partecipato
alla nostra ricreazione. Probabilmente conosce i nostri gusti, sa che io prendo
il caffè americano e il mio vice un espresso schiumato e sicuramente ricorda i
nostri orari. Ci guarda, ci segue e sta un po’ con noi. In un modo discreto,
riservato. Dal suo angolo ci accompagna con lo sguardo.
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PAOLA CARDARELLI
BIONOTA
Paola Cardarelli è nata a Roma negli anni Sessanta, si è laureata in filosofia e ha trascorso tutta la sua vita professionale nella scuola italiana e svizzera come insegnante. Dagli anni Dieci è diventata Dirigente Scolastica. Collabora con la facoltà di Scienze dell'Educazione dell’Università Roma 2 Tor Vergata, per la formazione dei giovani insegnanti. Si occupa di disabilità e di pedagogia speciale.


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