Giuseppe Vermiglio: un piemontese caravaggesco (STORIA DELL'ARTE) ~ di Riccardino Massa - TeclaXXI
STORIA DELL’ARTE
Riccardino
Massa
Giuseppe
Vermiglio, un piemontese caravaggesco
Indubbiamente Michelangelo Merisi1
ha fatto scuola con i suoi chiaroscuri, cioè con l’uso intenso del contrasto
tra luce e ombra. Sviluppò così una influenza che si è espansa in tutta Europa. In Italia pittori di ascendenza
caravaggesca furono Orazio e Artemisia Gentileschi, in Spagna Jusepe de Ribera,
in Francia Georges De la Tour, solo per citare i più noti. Il che non significa
che Caravaggio apprezzasse tutti i suoi epigoni, come si capisce da questo
documento:
Io
credo conoscere quasi tutti li pittori di Roma… Et cominciando dalli
valent’huomini io cognosco Gioseffe, il Caraccio, il Zucchero, il Pomarancio,
il Gentileschi, Prospero, Giovanni Andrea, Giovanni Baglione, Gismondo et
Giorgio Tedesco, il Tempesta et altri… Quasi tutti li pittori che io ho
nominati di sopra sono miei amici, ma non sono tutti valent’huomini…Delli
pittori che ho nominati di sopra et per buoni pittori Gioseffe, il Zuccaro, il
Pomarancio et Annibale Caraccio, et gl’altri non li tengo per valent’huomini2
Dalle cronache del tempo sembrerebbe che
il Piemonte fosse tagliato fuori dal caravaggismo. Infatti, nella caotica Roma precedente
al Bernini, la storia dei pittori piemontesi è quasi sconosciuta. Tant’è che
anche un cultore del Caravaggio, come lo storico dell’arte Giulio Mancini 3,
pare non esprima nessun commento su eventuali pittori del Nord Italia nella
cerchia del Caravaggio. Mentre, almeno Giulio Cesare Gigli, nel suo testo La
pittura trionfante4 pone l’accento su pittori lombardi citando i
milanesi Figino, Morazzone e Cerano; invece, non resta traccia dei piemontesi.
Al fine di rendere giustizia al Piemonte
dobbiamo attendere parecchio tempo. Intanto, compare qualche cosa nel
settecentesco Abecedario pittorico di Pellegrino Antonio Orlandi e per
l’abate Luigi Lanzi con il suo trattato Storia pittorica della Italia…5.
Se vogliamo infine avere più conoscenza
del caravaggismo piemontese dobbiamo attendere il '900, e precisamente gli studi
di Roberto Longhi con il suo testo Ultimi studi su Caravaggio e la sua cerchia
risalente al 1943 e successivamente la mostra da lui curata a Milano nel 19516.
È qui che incontriamo alcune figure
importanti dell’area piemontese: Tanzio da Varallo, il casalese Nicolò Musso,
il saviglianese Giovanni Antonio Molineri e Giuseppe Vermiglio.
In particolare, un’opera di Giuseppe Vermiglio la si può ammirare a Roma nella chiesa di San Tommaso ai Cenci (Piazza delle Cinque Scòle) e si tratta dell’Incredulità di San Tommaso, un’opera datata 1612. In quest’opera gli Apostoli sono avvolti nell’oscurità e fanno cerchio intorno alla figura centrale del Cristo che pare con gesto deciso conficcare la mano dell’incredulo Tommaso nel suo costato. Siamo in epoche nelle quali la mobilità sociale era estremamente limitata; quindi, viene spontaneo chiedersi come fosse possibile che un pittore piemontese potesse avere contatti con uno stile che nacque e si sviluppò al centro della penisola.
Personalmente credo che abbia giocato in questo senso la necessità di viaggiare verso la città eterna per ragioni che travalicano l’arte pittorica, ma che fanno parte della fede religiosa. Il 1600 è un anno giubilare, al soglio pontificio siede Papa Clemente VIII (Ippolito Aldobrandini). Un papato oscurantista, che era espressione di epoche tragiche7. Se la notizia dell’approdo in quell’anno all’Urbe è certa per i pittori piemontesi come Melchiorre e Antonio D’Errico di Alagna è solo probabile quella di Giuseppe Vermiglio.
L’aumento della popolazione è
impressionante. Si calcola che per il Giubileo del 1600 giunsero nella città
santa un milione e duecentomila pellegrini8, Un numero enorme,
visto che Roma contava all’epoca circa 110.000 abitanti. È ovvio che tra i
pellegrini vi fosse la necessità di risiedere con genti delle proprie comunità
di origine. Un legame con la propria terra d’origine che andava di pari passo
con la ricerca delle opportunità di lavoro. Si sa che i pizzicagnoli e
commercianti novaresi si radunarono presso la Chiesa di Santa Maria dell’Orto.
Mentre gli artigiani piemontesi si erano collocati nella zona che sta tra Torre
Sanguigna e la parrocchia di Sant’Apollinare alle Terme, mentre la
confraternita dei Piemontesi era situata presso Santa Maria del Campo9.
Infatti, sarà solo a partire dal 1604 che verrà eretta la Chiesa e
arciconfraternita del SS. Sudario dei Piemontesi in Roma. È notizia certa che
nel 1604 (dal 20 febbraio), Giuseppe Vermiglio risulti allogato presso la
bottega del perugino Adriano da Monteleone in piazza Nicosia.
Sicuramente il fatto che Giuseppe
Vermiglio era giunto a Roma partendo da Milano, ha nei secoli confuso parecchio
sulla piemontesità del soggetto. Infatti, anche in alcune note processuali
viene fatta menzione di Giuseppe Vermiglio Milanese, Pittore. La similitudine tra
le vicende giudiziarie del Caravaggio e di Giuseppe Vermiglio è addirittura
imbarazzante. Il 22 giugno 1605 alle due di notte il luogotenente del Bargello
presso l’hostaria del Monte di Brianza arresta Giovanni Vermiglio, il quale
portava la spada senza permesso. Solo un mese prima (28 maggio) la stessa sorte
era toccata a Michelangelo Merisi. Detta similitudine tra le vite dei due
artisti appare come indice di un analogo modus vivendi. D’altra parte,
l’emulazione del Vermiglio nei confronti del più noto maestro sembra un fatto
assodato non solo attraverso le tele. Non era certo un periodo tranquillo quello
della Roma di inizio Seicento. Nel 1605 muore Papa Clemente VIII e il conclave
elegge il 3 marzo Alessandro Medici con il nome di Leone XI. La lotta tra filofrancesi
e filospagnoli era all’ultimo sangue. Due mesi dopo il Papa muore e i filospagnoli si prendono la rivincita
eleggendo al soglio Camillo Borghese col nome di Papa Paolo V. Come per il
collegio cardinalizio, anche i laici si dividevano in due fazioni. Si dice che
il Caravaggio appartenesse alla fazione filofrancese. Così per il Vermiglio il
quale fu nuovamente arrestato. Un documento giudiziario lo annovera nella
sassaiola scoppiata contro i filospagnoli del duca Caetani e del Cardinal
Borghese fatta da un gruppo di filofrancesi sostenitori del Cardinal Dolfin10.
In sua difesa, corre in aiuto un altro pittore del tempo (Filippo Rodi). Il
quale, rilascia questa deposizione a favore del Vermiglio:
Io
hier sera in compagnia di Giuseppe Vermiglio, che è pittore, che è dell’istessa
professione che sono io, che volevamo andare a casa sua, che se voleva andare a
letto et io anco a casa di Gismondo pittore mio maestro che havevamo cenato al
hostaria della Croce al hostaria di Matteo quando fummo nel corso per andare
alli Otto Cantoni ecc. ecc.
E
il Vermiglio aggiunse:
Io non so chi fussero quelli che lanciavano sassi et facevano rumore, ma a me parevano gente bassa11 .
Per quanto riguarda lo stile di vita del Vermiglio pare non cambiare neppure con l’andare del tempo, visto che, cinque anni dopo di fronte al governatore di Roma, si dovrà giustificare di aver preso a pugni Silvio Olivero anch’esso pittore. Si vorrebbe che si fossero accapigliati per un nobile motivo. Invece, forse, la contesa va ricercata negli sberleffi all’ordine del giorno recitati di taverna in taverna con le menti annebbiate dal troppo vino.
2)
Archivio di Stato di Roma, Tribunale del Governatore, Processi, sec. XVII, vol.
28 bis, ff.398v-401r (Documento reso noto da A. Bertolotti, Artisti lombardi a
Roma nei secoli XV, XVI e XVII. Studi e ricerche negli archivi romani, Milano
1881, II, pp. 51-77)
3)
Giulio Mancini – Siena 21 febbraio 1559, Roma 22 agosto 1630. Collezionista
d’arte e archiatra di Papa Urbano VIII
4)
La Pittura trionfante, Venezia 1615, ed. critica a cura di B. Agosti e S. Ginzburg,
Porretta Terme (Bologna) 1996, p. 46
5)
P.A. Orlandi, “Abecedario Pittorico nel quale compendiosamente sono descritte
le Patrie, i Maestri ed i tempi, ne’ quali fiorirono circa quattro mila
Professori di Pittura, di Scultura e d’Architettura”, Bologna 1704, p 296. E L
Tanzi, “ Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle belle arti fin
presso al fine del XVIII secolo”, III edizione in 6 vol., Bassano 1809, tomo
IV, pag. 239, Tomo V, pp. 376-377
6)
Mostra del Caravaggio e dei Caravaggeschi, catalogo, Milano 1951, pp. 92-93
7)
l’11 settembre del 1599 era stata decapitata Beatrice Cenci, tra i presenti
alla decapitazione il Caravaggio stesso e Orazio Gentileschi. Il 17 febbraio
1600 viene arso vivo Giordano Bruno.
8)
Massimo Petrocchi, Roma nel Seicento, Cappelli Editore, 1970, p. 92
9)
Studio di Antonino Bertolotti (Scrittore, archivista e strico dell’arte, nato a
Lombardore in provincia di Torino, zona del Canavese.) Fu dal 1881 Direttore
dell’Archivio di Stato di Mantova, nel 1884 scrisse sugli artisti che avevano
lavorato a Roma.
10)
Documento redatto il 20 aprile del 1606 nel quale viene scritto che vengono
fermati Giuseppe Vermiglio, Orsino di Bastiano venitiano, Antonio Advocati,
Francesco di Antonio Bolognese e Bastiano Moscatelli. Tutti catturati e
tradotti a Tor di Nona. Come trascritto Archivio di Stato Tribunale del
Governatore, Processi secolo XVII, registro 103, Relazione dei Birri, 20 aprile
1606.
11)
Studio di Antonino Bertolotti, op. cit.
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RICCARDINO MASSA
BIONOTA
Riccardino Massa (1956) è nato nel “Canavese” (Piemonte centrale). Dal 1986 al 2020 ha svolto la professione di Direttore di scena al Teatro Regio di Torino. Ha ripreso la regia di Roberto Andò de Il flauto magico di Mozart nei Teatri lirici di Cagliari, Palermo e Siviglia, nonché la regia di Lorenzo Mariani de Un Ballo in Maschera di Verdi e quella di Jean Luis Grinda della Tosca di Puccini, entrambi al teatro Bunka Kaikan di Ueno in Giappone. Ha poi realizzato la messa in scena de L’Orfeo per il festival Casella e recentemente la ripresa della regia di Gregoretti del Don Pasquale di Donizetti al Regio di Torino.


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