A 50 anni dalla pubblicazione di Veder l’erba dalla parte delle radici di Davide Lajolo (LETTERATURA ITALIANA) ~ di Riccardino Massa - TeclaXXI
LETTERATURA
ITALIANA
Riccardino
Massa
A 50 anni dalla pubblicazione di Veder l’erba dalla parte delle radici di Davide
Lajolo
«Cavalcavo eccitato nel sogno, un aereo come un
ippogrifo»[1].
Davide Lajolo inizia così il capitolo
che parla del suo viaggio in Asia. Questa frase racchiusa nel libro Veder
l’erba dalla parte delle radici è probabilmente quella che più di altre
rappresenta questo viaggio onirico di oltre 200 pagine con il quale cinquanta anni
fa, era il 1977, l’autore vinceva il Premio Viareggio per la sezione
“narrativa”.
Un testo che mi pare dimenticato dalla
grande distribuzione libraria, se si pensa che l’ultima pubblicazione fatta
dalla Rizzoli (Bur) con la prefazione di Alberto Bevilacqua risale al 1979. Oggi
lo possiamo ancora trovare nelle sezioni di vendita di libri vintage e come
prestito librario nelle biblioteche pubbliche.
Quando lo scrive, Lajolo – nato nel 1912
– ha 65 anni. Con gli attuali canoni di valutazione si direbbe di mezza età
avanzata, vista l’aspettativa di vita di un uomo che nel 2025 è di 81 anni e 9
mesi[2]. Eppure, questo libro
sembra scritto da una persona molto più anziana, poiché racchiude una lunga
sapienza riflessa nell’esistenza passata. Lo fa ricordando l’esperienza vissuta
dieci anni prima (aveva appena 55 anni) quando si è dovuto confrontare con un
serio rischio di morte per un doppio infarto.
La narrazione sembra affollare i
pensieri velocemente. Essi viaggiano da un tempo all’altro senza una logica
consecutiva. È la tecnica del flash-back, che mischia ricordi di epoche diverse
in una altalena temporale che va dall’infanzia alla sua attività di giornalista
nel dopoguerra per tornare indietro all’epoca della Resistenza e poi di nuovo
avanti al suo incontro con Mao. E poi nuovamente sui suoi passi, alla guerra di
Spagna combattuta dalla parte sbagliata (Quella di coloro che contribuirono a
far morire la legittima Repubblica spagnola) e così proseguendo.
Nel cinquantesimo anniversario della
pubblicazione penso sia corretto rileggerlo anche per scoprire riflessioni che
sembrano tornare di estrema attualità sia dal punto di vista artistico che da
quello sociale. E soprattutto come insegnamento sulla caducità della vita.
Il libro, che descrive i pensieri di una
persona sul punto di morte, mantiene al proprio interno una malinconia
congenita. Ne è protagonista molta parte del testo. I suoi ricordi di un
ambiente contadino (il paese di Vinchio in provincia di Asti), che s’intrecciano
con le preoccupazioni pasoliniane di un mondo in rapido cambiamento che annulla
la secolare civiltà rurale, sono un esempio di mesta inquietudine. Ma la
malinconia dello scritto emerge anche nel ricordo virgolettato presente nel narrato.
Anzi, vorrei dire che, sono spesso proprio i virgolettati che fanno di questo
libro una testimonianza del tempo.
Tra questi, il dialogo tra l’autore e
Cesare Pavese che, con Lajolo, collaborava sulle pagine del quotidiano L’Unità
dopo l’iscrizione al Partito Comunista[3].
È interessante qui riportare quella parte
malinconica che presenta l’elemento fondante del male di vivere già espresso
nel libro Il vizio assurdo[4].
Un sentimento che diventa vitale all’artista come l’humus per continuare la sua
produzione culturale, ma può diventare per alcuni anche elemento di
autodistruzione, come lo fu per lo stesso Pavese.
Nel dialogo riportato, Pavese confida i
suoi pensieri su Guido Gozzano e dice:
Gozzano è andato in India
a cambiare aria ma ha respirato soltanto morte. Vedi, la malinconia non ti cede
a nessun altro. Non c’è distanza che ti strappi al suo abbraccio. Il tempo la
fa crudele. E quando un poeta se ne liberasse, non inseguirebbe più il mistero,
non sarebbe più poeta, sarebbe morto dentro anche se potesse ancora camminare
per le strade[5].
Il testo si fa caleidoscopio di ricordi
e sono proprio le frasi riportate dei suoi numerosi incontri che lo rendono
poetico ed evitano che sia una semplice passerella di confuse reminiscenze. Il
ripensamento è presente nel testo come lo è la malinconia. L’incontro con Paul
Eluard ormai anch’egli ammalato che ripensa al sentimento di libertà tradito:
Si fidavano di me quando
mi tremava il cuore dalla paura e ora gli stessi compagni diffidano di me
mentre sono ancora più proteso perché la libertà diventi l’unico senso della
vita[6].
E
poi le immagini realistiche della città bombardata di un tempo che ci riportano
alle drammatiche visioni dell’oggi nei fotogrammi dei servizi giornalistici su
Gaza City:
Attraversare le strade
della città era davvero come attraversare un deserto di detriti. Nella notte
con la complicità della luna, gli squarci nei palazzi parevano bocche sfigurate
da un torturatore senza pietà. La guerra parlava, ora che s’era chiusa nel
silenzio, il linguaggio d’una crudeltà senza perdoni. Sotto quelle macerie
oltre le mamme erano stati schiacciati anche i bambini[7].
Ci
sono rimestamenti di convinzioni che parevano inossidabili alle quali però si
alternano giudizi che umanizzano:
La piazza Rossa, le mura
del Cremlino, riportano subito al bivio della storia che ha cambiato il volto
del mondo. Giravamo a piedi. In quella piazza sterminata hai la sensazione di
perderti. S’affollavano domande e ricordi. Nei versi che mi venivano alle
labbra cercavo l’ombra scura di Majakovskij. Quel suo viso titanico, spalancati
gli occhi, s’allargava nel ricordo della fotografia messa in apertura del suo
primo libro che avevo letto. Lenin resisteva imbalsamato nella cripta del suo
mausoleo. …Una città meta, alla quale bisogna arrivare una volta nella vita per
fare i conti con la propria coscienza e le sorti dell’uomo. Una città fatta
apposta per confrontare le idee con la realtà. Nella piazza Rossa gli uomini
rimpiccioliscono come nani. Parevano costretti a subire l’onnipresenza dello
spazio e di un potere che avevano costruito perché fosse a misura d’uomo. Poi
certi argini erano saltati. Il potere impietrisce le idee e si serve degli
uomini. Nella casa di Mosca, dove ci hanno ospitati c’era calore umano
nonostante la presenza di alcuni di coloro che rappresentavano l’armatura del
potere burocratico[8].
Leggere quelle pagine non è solo un
esercizio di memoria per chi come me ha raggiunto i settant’anni, ma è un
pensare a come il tempo fornisca risposte. Così lo è stato per Lajolo, il
partigiano Ulisse. Così lo è per chiunque abbia voglia di vivere non solo il
presente, ma voglia guardarsi dietro le proprie spalle. La malinconia espressa
nel libro è quella che viene dopo essersi per qualche istante confrontato con
la fine dei propri giorni.5
E come avrebbe detto il poeta portoghese
nella traduzione di Antonio Tabucchi:
La morte è la curva della
strada
Morire è solo un essere
non visto
Se ascolto, sento i tuoi
passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di
cielo.
Non ha nido di menzogna.
Mai nessuno si è
smarrito.
Tutto è verità e
passaggio[9].
[1] Davide Lajolo, Il
vizio assurdo, Il Saggiatore, 1960.
[2] Dati forniti da
UN/worldometer
[3] Cesare Pavese ne dà notizia con una lettera
inviata il 10 novembre del 1945 all’amico (ex partigiano e critico musicale
Massimo Mila).
[4] Davide
Lajolo, Il vizio assurdo, Il Saggiatore, 1960.
[5] Davide Lajolo, Veder l’erba dalla parte delle radici [1977], Milano, Rizzoli- Bur, ediz. maggio 1979, p. 97.
[6] Ibid., p. 104.
[7] Ibid.
[8]
[9] Fernando
Pessoa, La morte è la curva della strada, in Poesie di
Álvaro de Campos, a cura di Maria José de Lancastre, trad. di Antonio Tabucchi,
Milano, Feltrinelli, 1993.
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RICCARDINO MASSA
BIONOTA
Riccardino Massa (1956) è nato nel “Canavese” (Piemonte centrale). Dal 1986 al 2020 ha svolto la professione di Direttore di scena al Teatro Regio di Torino. Ha ripreso la regia di Roberto Andò de Il flauto magico di Mozart nei Teatri lirici di Cagliari, Palermo e Siviglia, nonché la regia di Lorenzo Mariani de Un Ballo in Maschera di Verdi e quella di Jean Luis Grinda della Tosca di Puccini, entrambi al teatro Bunka Kaikan di Ueno in Giappone. Ha poi realizzato la messa in scena de L’Orfeo per il festival Casella e recentemente la ripresa della regia di Gregoretti del Don Pasquale di Donizetti al Regio di Torino.

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