Saffo di Giovanni Pacini - I Parte (MELODRAMMA) ~ di Camillo Faverzani - TeclaXXI
MELODRAMMA
Camillo
Faverzani
Saffo di Giovanni Pacini (1840)
Parte
Prima 1/3
«Notre goût, qui à soi est si souvent
contraire, / Ne goûtera l’amer doux ni la douceur amère». Tra
leggenda e poesia: lettura della Saffo
operistica di Salvatore Cammarano e Giovanni Pacini
Tra fine Settecento e primo Ottocento, con le scoperte
archeologiche e la conseguente voga di un certo Classicismo – non del tutto
avulso dall’estetica del nascente Romanticismo –, il mondo letterario dedica
una quantità non trascurabile di opere, in versi e in prosa, alla poetessa
greca Saffo (fine VII-inizio VI sec. a.C.), la quale diventa a sua volta, mutatis mutandis, protagonista di testi
poetici e narrativi,[1] di lavori teatrali e di balletti.[2] Nell’ambito delle nostre ricerche
sulla librettistica, ci sembra utile interrogarci sull’accoglienza riservata al
personaggio dall’opera italiana, e più particolarmente alla Saffo di Giovanni Pacini (1796-1867), su
libretto di Salvatore Cammarano (1801-1852), inscenata al Teatro di San Carlo di
Napoli, il 29 novembre 1840.[3] Ci proponiamo quindi di
analizzarla, studiandone dapprima la struttura della trama e della partitura,
per considerare poi in che modo vengono concepiti i personaggi, intesi sia come
cantanti sia come attori, e per esaminare in ultimo il testo poetico. Ma, come
preliminare, diamo qualche precisazione sul contesto storico.
Nelle
proprie memorie, il compositore riserva varie pagine al titolo. In effetti,
l’opera si situa in un momento chiave della sua carriera. Sappiamo che Pacini è
contemporaneo di tutti i grandi maestri dell’Ottocento e che la sua ricca
produzione copre un periodo che va dall’affermazione di Rossini alla maturità
di Verdi. Nonostante qualche frizione, soprattutto negli anni in cui riscuotono
un gran successo Bellini e Donizetti, viene apprezzato come uno dei migliori
musicisti operistici del tempo. Nella seconda metà degli anni 30 del XIX secolo,
si concede uno spazio di riflessione e si rimette in questione, giungendo così
alla decisione di rinnovare completamente il proprio stile. Saffo si situa subito dopo un silenzio
di circa cinque anni, preceduta di poco dal solo Furio Camillo (1839). Eppure, la prossimità cronologica di colleghi
ingombranti e la pausa riflessiva non fanno di Pacini una persona tormentata,
alla Bellini. Con la sua solita franchezza, ci racconta le circostanze del
ritorno nella città partenopea. L’occasione si presenta quando riceve, fin dal
giugno 1840, l’invito a comporre un’opera nuova per la prima scena napoletana,
su libretto inedito di Cammarano.[4] Inizia quindi una collaborazione
piuttosto assidua, dato che i due condividono altri cinque lavori negli anni a
venire.[5] Firmato il contratto, il poeta
gli invia l’abbozzo e i primi versi (GP, 79-80). Trattandosi di argomento
antico, il maestro decide di studiare la musica greca e dice di aver consultato
il trattato di Aristide Quintiliano, in modo da scoprirne i principi basilari.
Si avventura allora nella spiegazione del concetto stesso di musica per i
greci, il cui valore semantico è ben più vasto del nostro, dall’arte del suono
alla poesia, dalla retorica alla filosofia, e ribadisce il proposito di
avvicinarsi il più possibile alla melopea degli antichi, tenendo ben presente i
tre generi definiti da Aristide: diatonico, cromatico e enarmonico (GP, 80).[6] È probabilmente un modo per
concretizzare le riflessioni degli anni precedenti, pur con qualche
scoraggiamento, poiché Pacini si trova ben presto nell’impossibilità di
procedere. Propone a Cammarano di cambiare argomento, ma giunto a Napoli il
librettista gli chiede di fargli ascoltare i pezzi già musicati. Estremamente
commosso, questi insiste perché continui (GP, 81). La partitura è quindi
ultimata in ventotto giorni e la scena finale in due ore (GP, 83). Non a torto Stefano
Adabbo si interroga, ironizzando, sulla veridicità di una tale testimonianza:
come conciliare una stesura così rapida e le ricerche enunciate
precedentemente, condotte su una scarsissima documentazione?[7]
Il ritorno
di Pacini a Napoli suscita qualche aspettativa e il periodico «L’omnibus»
annuncia Saffo fin dal 12 novembre
(JB, 71), con troppo anticipo, dal momento che, due giorni prima, Cammarano scrive
al compositore per informarlo di un certo ritardo nella versificazione (JB,
73), confermando in parte la celerità ostentata dal musicista nel proprio
lavoro. Ma l’opera è sottoposta alla censura nello stesso giorno e viene
approvata il 26 seguente. Tra la fine del 1840 e l’inizio del 1841, è
rappresentata per trentatré recite, quindi con successo. Durante la stagione di
Carnevale 1841-1842, è ripresa a Venezia (GP, 86), poi in tutta Italia (GP, XXXIX),
e rimane in cartellone fino alla fine del secolo. Al giorno d’oggi, nonostante
un nuovo interesse per le sue produzioni, il nome di Pacini rimane ancora
legato soprattutto a questo titolo. Quanto a Cammarano, per il pubblico
napoletano, egli fu a lungo considerato più come il poeta di Saffo che non come quello di altri
libretti ora meglio conosciuti, quali la Lucia
di Lammermoor (1835) di Gaetano Donizetti (JB, 74) o Il trovatore di
Giuseppe Verdi.
Benché si annoveri un numero
cospicuo di testi drammaturgici e di balletti dedicati alla poetessa greca,
nessuno di essi sembra essere la vera e propria fonte letteraria di Cammarano.
Nello studio monografico sull’autore, John Black ipotizza l’uso della Saffo (1838) di Pietro Beltrame, perlomeno
per qualche passo dell’opera. Deduce questa eventualità dalla recensione,
pubblicata sul periodico «Il Lucifero» del 28 settembre 1838, dell’allestimento
del Teatro dei Fiorentini di Napoli (JB, 73, 174). A quanto pare, l’articolo è
la sola testimonianza dell’esistenza del dramma, poiché non ne abbiamo alcuna
edizione a stampa. Le nostre ricerche in merito si sono pure rivelate
infruttuose.[8]
Per quanto riguarda la struttura
dell’opera, Saffo è una tragedia
lirica in tre parti, ciascuna introdotta da un titolo specifico, secondo una
pratica cara a Cammarano, ad imitazione della moda romantica del romanzo.[9] Le parti canore si focalizzano
attorno ai personaggi principali: la protagonista (soprano), Alcandro
(baritono), grande sacerdote di Apollo, Climene (mezzosoprano), sua figlia,
Faone (tenore), già amante di Saffo, quindi sposo di Climene. Cui vengono ad
aggiungersi tre comprimari non sprovvisti di interesse: Dirce (soprano),
domestica e confidente di Climene, Ippia (tenore), capo degli Aruspici, e
Lisimaco (basso), primo citarista. La sera della prima, Saffo è interpretata da
Francilla Pixis, Alcandro da Giovanni Cartagenova, Faone da Gaetano Fraschini e
Climene da Eloisa Buccini.
Né veramente letteraria, né
autenticamente storica, la trama evita persino quel poco che sappiamo della
biografia della poetessa di Lesbo, preferendo concentrarsi sulla difficile
relazione sentimentale tra Saffo e Faone. È ben noto che tale tradizione deriva
dal malinteso generato dai versi dedicati dalla poetessa a Faone di Lesbo.[10] Ma sono le Heroides (I sec. a.C.-I sec. d. C.) di Ovidio ad aver
tramandato la leggenda nei secoli: sedotta dal giovane, Saffo si sarebbe gettata
dall’alto di un dirupo, a Leucade, non allo scopo di suicidarsi, ma nella
speranza, secondo l’uso, di tornare a galla guarita da un amore non
corrisposto.[11] Più cronologicamente vicini a Cammarano,
fanno rivivere la stessa avventura Alessandro Verri o Giacomo Leopardi, da un
lato, Franz Grillparzer e Pietro Beltrame, dell’altro, contro ogni
verosimiglianza.[12]
«La Corona Olimpica», titolo
della prima parte, si apre sulle grida del coro che, mentre manifesta il
proprio entusiasmo per la poesia di Saffo, caccia Alcandro dal circo di Olimpia
(I, 1). Alle interrogazioni di Ippia in merito, il gran sacerdote di Apollo
replica che, nel narrare la morte del principe Antigono gettatosi dall’alto del
promontorio di Leucade allo scopo di liberarsi dalla passione amorosa per Temisto,
l’elegia della poetessa ha suscitato la commozione della folla. Aizzatasi l’ira
popolare contro il ministro divino, questi si ripromette di vendicarsi contro
la fanciulla, pur sentendo nascere in sé una certa tenerezza nei suoi confronti
(I, 2). Sopraggiunge Faone, innamorato di Saffo, ma geloso del suo successo;
Alcandro gli rammenta lo squallore della propria condizione: se il destino gli
ha carpito la prima figlia, l’interlocutore è causa del languore della seconda.
Insinua poi che Saffo sia potuta ricorrere alle arti magiche per stregarlo. Al
nome di Alceo, si ridesta la gelosia di Faone, assieme alla decisione di
abbandonare la poetessa (I, 3). L’incontro dei due amanti inizia con il
rimprovero del giovane, cui l’amata risponde che lui occupa ancora il primo
posto nei suoi pensieri e che nemmeno la gloria poetica potrebbe separarli (I,
4). Li interrompe il coro che acclama Saffo vincitrice del concorso: è Alceo in
persona a consegnarle il premio. Faone denuncia il rivale, Saffo lo smentisce,
ma, annebbiato dall’incostanza dei propri sentimenti, vuole lasciarla per
sempre e le augura di morire (I, 5).
A Leucade, «Le Nozze di Faone» inscenano
Dirce e le ancelle di Climene, che inneggiano alla bellezza della fanciulla nel
giorno in cui si unirà eternamente a Faone. Per qualche istante, la figlia di Alcandro
si sovviene degli scorsi affanni, quando questi ne disdegnava l’amore; ma ormai
ha il sopravvento la gioia del prossimo matrimonio (II, 1). Dirce porta la
notizia della visita di uno straniero – Lisimaco –, venuto ad intercedere per
una sventurata – Saffo – presso il gran sacerdote di Apollo. In assenza del
padre, Climene accetta di ricevere la sconosciuta, la quale implora la clemenza
divina. Climene la accoglie come una sorella, risvegliando così il ricordo del
nubifragio che ha travolto l’altra figlia di Alcandro. Saffo rivela allora il
proprio nome e dice di essere alla ricerca di un ingrato che l’ha abbandonata. Strette
da una forma di solidarietà femminile, le due donne si fanno la promessa di un
mutuo soccorso (II, 2). Con l’avvicinarsi del rito nuziale, Saffo sente rifiorire
l’ispirazione poetica; Climene la invita quindi non solo a presenziare alla
cerimonia, ma anche ad intonare un epitalamio in suo onore. Saffo augura agli
sposi fedeltà eterna (II, 3). Nel luogo sacro, la folla è accorsa numerosa presso
all’altare e Saffo può assistere solo da lontano alla celebrazione. Quando Climene
palesa la presenza della celebre poetessa, venuta a rallegrare un momento
felice con il proprio canto (II, 4), l’estrema sorpresa di Faone trova un
giusto corrispettivo nell’altrettanto grande meraviglia di Saffo: anche se devesse
osteggiare quel che è scritto dal fato, egli non sarà mai di un’altra. Alcandro
si compiace nel vedersi realizzare la propria vendetta, pur sentendosi nascere
in cuore un certo rimorso. Faone ammette allora la sincerità dell’amore di Saffo.
Climene si dispera. Saffo rovescia l’altare e sfida gli dèi, commettendo un
sacrilegio (II, 5).
«Il Salto di Leucade» inizia nel bosco; Saffo vi riconosce i propri errori e decide di gettarsi nel vuoto. Ma desidera rivedere Climene, e Alcandro acconsente. Rievoca anche il proprio genio poetico (III, 1). Al sopraggiungere della giovane sposa, la poetessa comincia col rassicurarla, dicendole che non la considera più come una rivale; poi giura di compiere il rito del salto in mare. Interrogata sulla propria identità, Saffo lascia parlare Lisimaco, il quale attesta che Ipsèo non ne è il vero padre: ritrovatala su una spiaggia, vent’anni prima, l’ha sostituita con una nipote coetanea, da poco spirata. L’amuleto che aveva al collo ne rivela quindi le vere origini: si tratta di Aspasia, la figlia di Alicandro creduta a lungo morta. Così la gioia del padre deve venire a patti con il giuramento appena proferito (III, 2). Faone sente risorgere l’amore per Saffo e vuole accompagnarla nella tomba (III, 3-4). Con la mente annebbiata, costei ascende il promontorio di Leucade e crede di cantare l’inno nuziale promesso a Climene, la quale dapprima non la riconosce (III, 5-6). Nel riprendere coscienza, Saffo chiede la benedizione del padre e invita Climene e Faone ad amarsi per sempre; poi si getta dal dirupo. La folla trattiene Faone sul punto di lanciarsi a sua volta (III, scena ultima).
[2] Al 1818 risale il dramma di Franz Grillparzer, Sappho; inoltre, nel saggio dedicato a
Cammarano, John Black segnala i numerosi adattamenti drammaturgici e
coreografici della leggenda della poetessa: cfr. John Black, The
Italian Romantic Libretto. A Study of Salvatore Cammarano, Edinburg, Edinburg
University Press, 1984, p. 73 (cui rimanderemo in seguito ricorrendo alla sigla
JB seguita dal rinvio alla paginazione).
[3] In campo operistico, si rammentino pure Saffo, ossia i riti d’Apollo leucadio
(1794) di Giovanni Simone Mayr, libretto di Simeone Antonio Sografi, Il salto
di Leucade (1812) di Luigi Mosca, versi di Giovanni Schmidt, e in Francia,
la Sapho (1851) di Charles Gounod, testo
di Émile Augier, mentre la pièce lyrique
de Jules Massenet del 1897 non ha nulla a che vedere con l’Antichità greca,
trattandosi del soprannome di Fanny Legrand, mondana attinta, da parte dei
librettisti Henri Cain e Arthur Bernède, dal romanzo di Alphonse Daudet del
1884.
[4] Cfr. Giovanni Pacini, Le mie memorie artistiche, a cura di Luciano Nicolosi e Salvatore Pinnavaia, Lucca, Pacini
Fazzi, 1981, p. 79 (sigla GP).
[5] Si tratta della Fidanzata corsa (1842), Bondelmonte
(1845), Stella di Napoli (1845), Merope (1847) e Malvina di Scozia (1851), tutti per il San Carlo, eccetto il
secondo per il Teatro della Pergola di Firenze; l’ultimo titolo non è steso direttamente
per Pacini, ma è una ripresa dell’Ines de
Castro, già musicata da Giuseppe Persiani nel 1835 (in merito, cfr., su «Tecla
XXI», anche il saggio di Ivonne Begotti,
“Ines de Castro” e “Malvina di Scozia” di Salvatore
Cammarano. Intrecci tra storia, musica e poesia: https://teclarivistaonline.blogspot.com/2025/11/ines-de-castro-e-malvina-di-scozia-di.html;
https://teclarivistaonline.blogspot.com/2025/12/ines-de-castro-e-malvina-di-scozia-di.html).
[6] Cfr. Aristide
Quintilano, Sulla musica, a c.
di Gabriella Moretti, Bari, Levante,
2010 (I, XII).
[7] Cfr. Stefano Adabbo, Giovanni Pacini e le sue memorie artistiche
(GP, XXXVIII).
[8] È inoltre interessante notare le analogie della
trama del libretto di Cammarano con quella di Corinne ou l’Italie (1807) di Madame de Staël. Ringraziamo Béatrice
Didier per aver attirato la nostra attenzione su questo aspetto.
[9] Abbiamo già avuto modo di
esaminare la questione a proposito dei libretti di Cammarano per Verdi (cfr. il
nostro «E s’ei fosse quell’indo
maledetto». Esotismi nei libretti italiani di fonte francese,
Roma, Bulzoni, 2007 (Euro-ispanica), p. 154 – CF –), ma ciò vale anche per le opere di Donizetti, come
Lucia di Lammermoor o Poliuto (1838, 1848). Per il libretto,
usiamo l’edizione: SAFFO|Tragedia Lirica
in Tre Parti| […] |da Rappresentarsi|NEL GRAN TEATRO LA FENICE|NELLA
STAGIONE|di Carnovale e Quadragesima 1841-42. |VENEZIA|DALLA TIPOGRAFIA DI
GIUSEPPE MOLINARI| […]. Abbiamo anche consultato la partitura per canto e piano:
SAFFO|Tragedia lirica in 3 parti di S.
Cammarano|MUSICA DEL MAESTRO CAVALIERE|GIOVANNI PACINI| […] |MILANO| […] |GIOVANNI
RICORDI| […], ora disponibile in facsimile nell’edizione Garland (New York-London,
1986), vol. XXXVI.
[10] Cfr.
Aimé Puech, Introduction, in Alcée-Sapho,
texte établi et traduit par Théodore
Reinach avec la collaboration d’Aimé
Puech, Paris, Les Belles Lettres, 1989, p. 174 (AP).
[11] Cfr.
Ovide, Héroïdes, texte établi par Henri
Bornecque et traduit par Marcel
Prévost, Paris, Les Belles Lettres, 1991, pp. 92-99 (XV, 158-220).
[12] Cfr. anche la traduzione pubblicata in appendice
alle Avventure di Alessandro Verri:
LA FAONÍADE, |INNI ED ODI, | TRADUZIONI DAL GRECO. |PARIGI, |[...]MOLINI, |[...]|M.DCC.
XC. Firmati Sosare, i versi sono di Vincenzo Imperiale.
________________________
CAMILLO FAVERZANI
BIONOTA
Ordinario di letteratura italiana (Université Paris 8), Camillo Faverzani anima il seminario
«L’Opéra narrateur» (Laboratoire d’Études Romanes). Autore di numerosi saggi sulla storia del melodramma, collabora con riviste e istituzioni operistiche («L’Avant-scène Opéra», l’Opéra national de Paris). Dirige la collana «Sediziose voci. Studi sul melodramma» (LIM).
Recensisce per Première Loge (https://www.premiereloge-opera.com/).




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