Fiducia e affidabilità tra Siria, Afghanistan e Italia (UNICEF) ~ di Paolo Rozera - TeclaXXI
UNICEF
Paolo Rozera
Fiducia e affidabilità tra Siria, Afghanistan e Italia
Un albero decorato davanti alla chiesa greco-ortodossa degli arcangeli Michele e Gabriele a Latakia, nel quartiere americano, 2025 يورونيوز ©Paolo RozeraQuest’anno il regalo più bello di Natale è stato rincontrare Sara. Non un oggetto: un’anima.
Una storia che non consola, sposta.
Mi ha ricordato che le rotte non sono mappe. Cambiano.
L'ho ritrovato anche leggendo Raffaele Gaito: in questo tempo non vince chi aspetta chiarezza, ma chi sperimenta per fare meglio.
Sperimentare non è correre: è fare un passo, controllare se regge, aggiustare. Fiorire è questo: muoversi nel difficile senza spezzare la continuità.
All’inizio dell’anno ci fermiamo per i bilanci e proviamo a tirare una linea. Ma il punto non è disegnare una strada perfetta. È restare affidabili mentre la strada cambia.
Forse è per questo che, quest'anno, una parola è tornata a pesare: fiducia. Treccani ha scelto “fiducia” come parola dell’anno 2025. E fiducia, spogliata di retorica, è questo: credere che qualcuno farà la cosa giusta anche quando non conviene. È una pratica quotidiana: si accende, si spegne, si ripara.
Siria.
Secondo quanto riportato da diversi media internazionali, la sera del 21 dicembre, nel nord-ovest della Siria, in un villaggio della campagna di Idlib, le strade si riempiono di un suono che non si sentiva da anni: tamburi, voci di bambini, canzoni di Natale. Al centro c’è un albero illuminato e, accanto, un presepe. Non è una cartolina. È un segnale: per alcuni residenti è la prima celebrazione pubblica dopo più di un decennio.
Le luci non risolvono la Siria. Non cancellano la povertà, l’inflazione, l’elettricità che va e viene, l’acqua che non arriva sempre. Questa precarietà è fisica: si misura in ore di corrente, in giorni alterni d’acqua, in famiglie che tornano senza una casa che le aspetti. Eppure, quell’albero dice una cosa essenziale: qualcuno ha deciso di fare spazio alla normalità. E la normalità, dopo anni, è una forma di coraggio.
La fiducia funziona così: non arriva come una dichiarazione. Arriva come un gesto che si vede.
Afghanistan.
In Afghanistan, la fiducia ha il colore di un braccialetto di plastica: il MUAC. È la mattina del 24 settembre 2023, Kabul nord, quartiere di Khairkhana. Nel cortile del centro nutrizionale c’è una fila sotto un telo che fa poca ombra. Dentro, una stanza bassa, panche di legno, genitori con bambini in braccio. Sul tavolo ci sono tre oggetti: un registro, un MUAC e una pila di bustine di RUTF — pasta terapeutica, arachidi e micronutrienti, calorie concentrate in poche ciucciate. Il braccialetto scorre sul braccio di un bambino: verde, giallo, poi si ferma sul rosso.
Non serve traduzione. In quel rosso c’è la differenza tra “ce la facciamo” e “non ce l’abbiamo fatta”.
È qui che l’idea di fiducia smette di essere concetto e diventa materia: ti fidi del fatto che quella porta domani sarà ancora aperta, che quelle bustine non finiranno, che qualcuno continuerà a fare sempre lo stesso gesto — braccio dopo braccio — anche senza visibilità.
Le cose che salvano, quasi sempre, non fanno rumore.
A novembre 2025 si è chiusa la seconda fase di una grande campagna contro il morbillo: oltre 8,3 milioni di bambini (tra i 6 mesi e i 10 anni) sono stati vaccinati in dieci giorni, e quasi 4 milioni di bambini hanno ricevuto anche il vaccino antipolio orale in aree specifiche. Tavoli di plastica, frigoriferi portatili, file di genitori. Nessuna sirena. E invece il meccanismo è quello di un soccorso: arrivare in tempo.
Poi ci sono notizie che arrivano e ti ricordano perché la fiducia non è ingenua. Il 2 dicembre 2025 il Rappresentante di UNICEF in Afghanistan, Tajudeen Oyewale, racconta cosa hanno trovato i colleghi a Zeri Baba, in uno dei siti per famiglie sfollate nelle aree colpite dai terremoti: nel giro di un weekend quattro bambini sono morti nelle loro tende, per polmonite ed esposizione al freddo — Taqwa, Usmani, Zakira, Abdullah. “Morti prevenibili”, le chiama.
Qui la fiducia non è una parola gentile. È una richiesta dura: non accettare che questo accada. Non abituarsi.
E forse non è nemmeno “resilienza”, almeno non quella parola comoda che spesso usiamo da lontano. Qui non si tratta di resistere e basta: si tratta di inventare soluzioni perché la vita regga, di rendere sostenibile ciò che funziona, di non lasciare che tutto dipenda da un colpo di fortuna.
Continuare, qui, significa questo.
E dentro questa frattura — tra ciò che salva e ciò che si perde — esiste un altro tipo di evidenza, meno emotiva ma necessaria: l’azione concreta.
Nel 2025 si contano centinaia di migliaia di persone raggiunte con acqua potabile e servizi igienico-sanitari attraverso riparazioni e distribuzioni d’emergenza. E poi l’educazione, che spesso inizia dove la scuola “ufficiale” non arriva: classi comunitarie e informali, soprattutto per le bambine, insegnanti formate e affiancate, materiali essenziali, spazi temporanei dove tornare a sedersi.
Accanto, luoghi protetti per ragazze e ragazzi: spazi a misura di bambino e di adolescente in cui non si studia soltanto, ma si respira, si parla, si chiede aiuto. Il supporto psicosociale ha la forma di una stanza e di un cerchio di sedie: qualcuno ascolta, qualcuno parla, e un ragazzo prova a rimettere in ordine i pensieri.
Sono numeri che scivolano via finché non li riporti nel concreto: un pavimento consumato, una clinica, un rubinetto, un quaderno.
Di nuovo in Siria.
Durante l’ultimo viaggio in Siria ho incontrato un bambino che disegna una casa, disegna sé stesso e un amico a cui mette il mio nome Paolo. Non disegna la guerra. Disegna ciò che manca.
E intorno c’è un lavoro che non fa notizia: centri nutrizionali e visite pediatriche; spazi a misura di bambino dove si fa doposcuola, sostegno e supporto psicosociale; squadre mobili che ascoltano madri e adolescenti; scuole ricostruite e centri giovanili dove i ragazzi imparano competenze e tornano a immaginare. È così che l’assistenza diventa continuità: formazione, reti locali, comunità che riparano e ripartono.
Ecco perché l’albero acceso in Siria, oggi, può stare nello stesso articolo del MUAC sul rosso a Kabul e della voce di Sara, qui in Italia: non sono “simboli” messi lì per consolare. Sono segni della stessa corrente.
La fiducia è un’onda: parte da un gesto piccolo e si propaga. A volte la vedi subito — una piazza illuminata, una scuola che riapre. A volte la vedi anni dopo — nelle epidemie che non ci sono state, nelle bambine che non hanno dovuto smettere di studiare, nei bambini che non hanno “imparato” la fame come normalità.
Il 2026 non è una promessa. È un patto minimo: continuare a fare ciò che funziona — misurare, curare, vaccinare, riparare, insegnare — anche quando il mondo sembra andare in un’altra direzione.
Affidabilità.
Per UNICEF, essere affidabili non è uno stile. È la misura con cui ci giudicano i bambini: se torniamo domani, se la cura c’è, se l’acqua scorre, se una ragazza trova una classe e un posto sicuro.
Vuol dire lavorare con cura e rispetto, integrità, fiducia e responsabilità. Vuol dire trasparenza su ciò che funziona e ciò che non funziona. Vuol dire costruire competenze e sistemi che restano.
Ci sono gesti che non diventano notizia, tuttavia tengono insieme tutto: una donazione che arriva, una scorta che non si interrompe, una porta che resta aperta. È così che la fiducia si fa affidabilità: non nelle frasi, ma nelle cose che tornano puntuali.
Fiorire. Pensare fuori scala. Avere fiducia. Non come slogan, ma come disciplina quotidiana. E allora, quando il braccialetto si ferma sul rosso, non serve altro. Si prende in carico, si apre una bustina di RUTF(1) . Adesso. Ora.
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(1) Il RUFT sta per «Ready-to-Use Therapeutic Food», ovvero un alimento terapeutico pronto all'uso per trattare la malnutrizione acuta grave, specialmente nei bambini. È un prodotto nutrizionale utilizzato dalle organizzazioni umanitarie come UNICEF e MSF per aiutare i bambini affamati in situazioni di emergenza.
PAOLO ROZERA

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