Saffo di Giovanni Pacini - II Parte (MELODRAMMA) ~ di Camillo Faverzani - TeclaXXI
MELODRAMMA
Camillo
Faverzani
Saffo di Giovanni
di Giovanni Pacini (1840)
Parte
Seconda 2/3
La prima parte è stata pubblicata l'11 settembre 2026
Nella concezione del libretto, Cammarano
privilegia una certa circolarità della trama, dato che il sipario si apre
sull’allusione del coro ai versi cantati da Saffo in memoria del salto di Antigono
e si conclude con lo stesso sacrificio da parte della protagonista. Nello
sviluppo, dispone le peripezie del triangolo amoroso Saffo-Faone-Climene – arricchite
a loro volta dalle vicissitudini della cerchia familiare Alcandro-Climene-Saffo
–, in modo da preparare la scena d’agnizione, ricorrendo ad espedienti
drammaturgici propri del teatro greco antico. In effetti, il racconto della
bimba scomparsa in mare viene dapprima appena rievocato da Alcandro a Faone (I,
3), è poi narrato in forma leggermente più particolareggiata da Climene a Saffo
(II, 2) e si conclude con la smentita di Lisimaco circa l’identità della
poetessa (III, 2). Ma questi tre momenti sono pure strettamente legati
all’evoluzione dell’intreccio amoroso, poiché il colloquio Alcandro-Faone esterna
una sorta di perorazione del padre in favore dei sentimenti di Climene e
prepara il quadro successivo Faone-Saffo, in cui il giovane abbandona per
sempre l’innamorata (I, 4-5); l’incontro tra Climene e Saffo torna sulla
questione della fuga dell’amante, pur focalizzandosi essenzialmente sulle
prossime nozze della figlia del gran sacerdote di Apollo (II, 3). L’agnizione
derivata dalla rivelazione di Lisimaco ravviva l’affetto di Faone (III, 3-4). Quindi,
mentre si separa provvisoriamente la coppia Saffo-Faone, si compone il
sodalizio Faone-Climene, con la benedizione in
extremis da parte dell’amata di una volta, la quale si sacrifica per
impedire il rinascere della prima passione. Inoltre, le trame di Alcandro lasciano
trapelare qualche scrupolo nei confronti di Saffo (I, 2), preconizzando
l’ultima ricongiunzione in seno alla famiglia; le manifestazioni di complicità
femminile che costellano già lo scambio Climene-Saffo non escludono gli affetti
fraterni (II, 2-3); e la scena d’agnizione ricompone, ovviamente, l’altro
triangolo padre-figlia-sorella, un tempo disciolto dal fato.
Nonostante una vaga patina
ellenistica, Cammarano evita il ricorso alle unità pseudoaristoteliche. In
effetti, l’unità di luogo viene violata fin dalle prime indicazioni sceniche. Anche
se le didascalie dell’atto I non ci dicono dove si situa il circo del certame
poetico, esso viene comunque ben definito dalle note introduttive: «L’avvenimento
ha luogo in Grecia; la prima parte ad Olimpia, le altre in Leucade…». Un tale
movimento spaziale genera un necessario slittamento temporale, di cui è
portavoce la stessa protagonista nel rammentare le vane ricerche dell’amato,
verosimilmente da tre mesi, suggeriti dapprima dalla metafora «tre lune intere»
(II, 2), poi confermati dalle difficoltà del viaggio: «Valli e balze, mari e
fiumi / Valicai, te ognor chiamando…» (II, 5). Anche se solo parzialmente,
l’unità d’azione è a sua volta rimossa dalla scena d’agnizione, innestatasi
sull’intreccio amoroso; trama secondaria pur sempre collegata alla materia
principale. Ma non c’è di che meravigliarsi: i libretti operistici si sono ben
presto emancipati da tali costrizioni e vi ricorrono soltanto casualmente. Ad
ogni modo, come gran parte degli autori suoi contemporanei, Cammarano ha come
primo obiettivo l’efficacia dell’insieme.[1]
Black ha già evidenziato come gli
argomenti trattati dal librettista di Saffo
evitino perlopiù di dar vita a un eroe o a un’eroina che riesca a sottomettere
le circostanze alla propria volontà e, tra di essi, menziona pure la poetessa
del 1840, accasciata e indotta al suicidio da un amore incostante (JB, 168-169).
Constata anche che la distribuzione delle parti – e principalmente di un
secondo ruolo femminile – è innanzitutto dovuta alla compagnia disponibile nel
teatro in cui si deve rappresentare l’opera, e cita il nostro titolo a mo’
d’esempio dello spazio riservato al mezzosoprano – Eloisa Buccini, cantante
tanto dotata quanto famosa (JB, 159) –, accanto a Francilla Pixis. Aggiunge poi
qualche considerazione sull’effetto scenico dell’introduzione, considerata come
una delle più efficaci mai scritte da Cammarano, dato che lo spettatore si
trova immediatamente immerso nel cuore dell’azione (JB, 73, 193). Rileva inoltre
la nota a pie’ di pagina – uso rarissimo dell’autore – per precisare come nel
bosco dell’atto III, facendosi sempre più violento, il vento scuota i sacri
bacini di rame così da farli riecheggiare (JB, 284). Si aggiunga il finale
dell’atto II, in cui Saffo oltraggia gli dèi, e il gran quadro iniziale
dell’atto III, compresa la scena d’agnizione. In tal modo – pur seguendo le
prime indicazioni di Black – ci addentriamo nella dimensione musicale
dell’opera e più particolarmente nella concezione vocale dei personaggi.
Saffo è
composta da una decina di pezzi, ripartiti equamente sui tre atti. Dopo il
preludio orchestrale con coro, l’atto I viene strutturato in un’aria per Alcandro
(I, 2), seguita da un recitativo Alcandro-Faone (I, 3) e dal duetto Faone-Saffo
(I, 4-5). L’atto II, che all’aria di Climene (II, 1) fa subentrare il duetto
Climene-Saffo (II, 2-3), si conclude con il finale centrale dell’opera (II, 4-5).
Dopo la lunga scena del bosco (III, 1-2), che sfocia sull’aria di Faone
(III, 3-4), l’atto III inscena la grande aria della protagonista (III, 5-scena
ultima). Ogni personaggio principale dispone dunque di un’aria di dimensioni
più o meno paragonabili, mentre i comprimari intervengono solo a sostegno dei
primi cantanti e nelle scene di massa: Ippia replica nel recitativo dell’aria
di Alcandro e nel tempo di mezzo di quella di Faone, e Dirce raggiunge il coro
di fanciulle introduttivo dell’aria di Climene; partecipano tutti al finale II,
alla scena di agnizione e all’aria di Saffo – recitativo, tempo di mezzo –. Quindi,
leggera supremazia della protagonista, con un’aria, due duetti e due grandi
scene (finale II e scena d’agnizione), tallonata da Climene (quattro numeri).
Da parte loro, Alcandro e Faone annoverano tre pezzi ciascuno.
Nelle ultime pagine dedicate
all’opera del San Carlo, Pacini tiene a precisare che, dopo tale esperienza,
non sarebbe più stato definito dal pubblico con il soprannome di «Maestro delle cabalette» (GP, 70) e che
sarebbe stato riconosciuto come l’autore di opere elaborate e meditate (GP,
83). Più singolare: nell’introduzione all’autobiografia paciniana, Adabbo accetta
tali affermazioni quasi senza batter ciglio (GP, XXXIX).[2] Infatti, senza voler rimettere in
questione le qualità della partitura di Saffo,
non possiamo non constatare come tutte le arie solistiche sbocchino su un movimento
rapido, anche se lo spartito evita l’uso del termine cabaletta: così, la
cavatina di Alcandro «Di sua voce il suon giungea» (I, 2) prepara «Un’Erinni
atroce, orrenda»; il cantabile «Ah! con lui mi fu rapita» (II, 1) di Climene
annuncia «Il cor non basta a reggere»; «Ah! giusta pena io colsi» (III, 3) di Faone
si sviluppa in «Mai più, mai più divisi» (III, 4); e la scena finale della
protagonista «Teco dall’are pronube» (III, 6) termina con le raccomandazioni «L’ama
ognor, qual io l’amai…» (III, scena ultima). Inoltre, non sembra che gli altri
numeri musicali vogliano particolarmente singolarizzarsi: il duetto Faone-Saffo
approda all’allegro «Qual io t’abborro, o perfida // Ebben, dischiudi, o
barbaro» (I, 5), su cui viene pure ad innestarsi la reazione di Lisimaco «Ritorna
in te, rammentati»; il duetto Climene-Saffo si conclude con una comune
risoluzione – «Qual io felice esser vorrei // T’affretta, vieni al fianco mio»
(II, 3) –; e la grande scena di agnizione sfocia sulla stessa compassione – «Ah!
che un perfido son io!... // Padre, il Dio tentar non giova // La germana che
perdei» (III, 2) –. Detto questo, a parer nostro, la presenza di cabalette non
intacca per nulla il valore della partitura di Pacini. Basti ascoltare l’uso
che sanno farne compositori della statura di Rossini e di Bellini, di Donizetti
e del giovane Verdi, per non denigrare l’irruzione di movimenti vivaci a
conclusione di un’aria o di un duetto, soprattutto se non eludono alla propria
funzione drammatica. Ci pare invece più prudente cercare altrove le
caratteristiche del nuovo stile del maestro.
Poco dopo, Adabbo smentisce
Pacini sulla questione della ricerca psicologica nella raffigurazione musicale
dei personaggi e in proposito cita proprio Saffo,
in cui il procedere degli eventi non ne condizionerebbe l’evoluzione interiore (GP,
XL). Nel caso della partitura napoletana, tali affermazioni richiedono qualche
precisazione, soprattutto in merito alla protagonista. In effetti, se Saffo può
apparire abbastanza monolitica nell’amore nutrito per Faone, in particolar modo
nell’arco degli atti II e III, nelle prime scene dell’opera essa sembra pure
infatuata dalla propria missione poetica, motivo del contrasto con l’amato, e
nell’ultima aria si mostra disposta a benedire l’unione che causa il proprio
sacrificio. E la musica rievoca a sua volta un tal percorso, dal canto
idealizzato del duetto con Faone – in cui primeggia dapprima l’arte poetica, «Quando
il mio caldo genio» (I, 4) – al mistero che pervade il duetto con Climene, dalla
veemenza con cui viene rovesciato l’altare alla contrizione del quadro del
bosco e alla scena di pazzia in miniatura degli attimi estremi, con una
cabaletta che compendia sia una forma di malinconica rassegnazione, sia la
consapevolezza della propria purificazione.
(continua)
[1] Abbiamo avuto modo di esprimerci in merito alle
unità nei libretti d’opera, talvolta rispettate (CF, 21, 27), più spesso raggirate
per svariati motivi (CF, 68-69, 113, 157).
[2] Nonostante qualche seria riserva sul rinnovarsi
dello stile del compositore dopo gli anni di silenzio (GP, XXXIV).
________________________
CAMILLO FAVERZANI
BIONOTA
Ordinario di letteratura italiana (Université Paris 8), Camillo Faverzani anima il seminario
«L’Opéra narrateur» (Laboratoire d’Études Romanes). Autore di numerosi saggi sulla storia del melodramma, collabora con riviste e istituzioni operistiche («L’Avant-scène Opéra», l’Opéra national de Paris). Dirige la collana «Sediziose voci. Studi sul melodramma» (LIM).
Recensisce per Première Loge (https://www.premiereloge-opera.com/).


.png)

Commenti
Posta un commento
È gradita la firma in calce al commento. Grazie.