Il gioco dei colori (LINGUA ITALIANA) ~ di Silverio Novelli - TeclaXXI

 LINGUA ITALIANA

 

Il gioco dei colori

di Silverio Novelli

 

                Les Très Riches Heures du duc de Berry (part. di maggio) Crediti: wikipedia.it 

Per la percezione che ne avevano i nostri progenitori, o, per essere più chiari, le nostre madri e i nostri padri di lingua latina, il colore è ciò che si sovrappone alla superficie delle cose, nascondendone in qualche modo l'aspetto, dando ragione all’etimo. Infatti, la parola colōre(m), che è stata ripresa nella nostra lingua tale e quale sin dalle origini della nostra letteratura, ha la stessa radice del verbo celāre 'celare, nascondere'.

 

Tra scienza e creatività

Nel significato primario di 'sensazione visiva suscitata dalla luce naturale riflessa sulla superficie di un corpo', colore è già presente nella lingua scritta da prima della metà del Duecento. Il cosmografo Ristoro d'Arezzo, nel trattato La composizione del mondo (1282), per descrivere gli astri e i fenomeni che popolano il cielo, usa comunemente la parola colore (per es., «si vede la stella chiara e non di colore azzurro»). Naturalmente, nel linguaggio scientifico della fisica, il significato di colore è più particolare, identificando la sensazione visiva che si ha quando le onde elettromagnetiche di varia lunghezza riflesse dai corpi colpiscono la retina. Dalla fisica e dall'ottica provengono definizioni, poi divenute usuali, delle principali suddivisioni dei tipi di colore: colori semplici, quelli cioè costituiti da una sola radiazione; colori composti, costituiti da più radiazioni; colori complementari, quelli che, sovrapposti, danno luce bianca, come i sette colori dell’iride (i colori dell'arcobaleno, come si è soliti dire): rosso, giallo, arancione, verde, blu, indaco, violetto. In realtà, i colori primari realmente individuabili dall'occhio umano sono sei, ma il grande scienziato Isaac Newton (1647-1727), che per primo ne produsse la visione in laboratorio, volle parlare di sette colori, aggiungendo l'indaco, perché la tradizione individuava nel sette uno dei numeri importanti nella realtà umana e naturale. Ci piace ricordare, a contrasto della lucida ricostruzione newtoniana e a conferma di come perfino i «nomi dei colori sono quanto di meno oggettivo ci sia, perché dipendono dalla segmentazione dello spettro solare e variano in una certa misura da lingua a lingua» (Luca Serianni), che la Teoria dei colori (Zur Farbenlehre, 1810) di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) immaginava altri suggestivi banchi di prova sui quali adagiare, per esaminarli, i flussi di luce animati dal colore. Intanto, Goethe rifiutava l’idea che il bianco fosse una somma o fusione di tutti gli altri colori, in base al presupposto che la luce deve essere interpretata come un’entità semplice e indivisibile. E poi, soprattutto, in barba alle prime poco oppugnabili conclusioni cui giungeva la fisica moderna, Goethe proponeva un pannello “sensitivo” dei colori, proponendo lo studio e l’interpretazione dei colori per il loro influsso sui sensi e sull’animo umani – un’attenzione, quella goethiana, destinata a lasciare tracce estese nella cultura e sull’arte (si pensi, per esempio, alla luce e ai colori in William Turner, 1775-1851).

 

Gradazioni

Già a partire dai secoli antichi, sia per descrivere gli oggetti in natura, sia per descrivere quelli prodotti dagli esseri umani, si sono moltiplicate le denominazioni delle gradazioni dei colori, nell'arte come nella moda: color ciclamino, crema, fucsia; melba come un tipo di pesca; blu Klein, ossia l'International Klein Blue, varietà di colore blu realizzata dall'artista francese Yves Klein nel 1957. I colori, sin dal Medioevo, hanno acquisito un significato simbolico. La Chiesa prescrive i colori liturgici per i paramenti d’altare e per le vesti di chi officia le funzioni religiose; inoltre, tali colori cambiano a seconda dei periodi dell’anno e delle varie occasioni rituali.

Colore designa sia la sostanza naturale o artificiale che si usa per tingere (dare una mano di colore alle pareti) o dipingere (colori ad acqua, a tempera), sia il colorito del volto: «Nera di capelli, aveva un viso profilato e lungo di un colore giallo ramato» (Alberto Moravia [1907-1990], I racconti, 1952.

 

Qualche esempio di relatività

Dicevamo di Goethe, che attribuiva un valore profondo alla luminosità. Ebbene, nel moderato – ma importante – relativismo percettivo e linguistico che caratterizza l’atteggiamento umano verso i colori, va detto che i criteri con i quali caratterizziamo i colori noi umanità del terzo millennio non sono gli stessi adottati dagli antichi greci, che consideravano discriminante non soltanto la luminosità ma anche la possibilità di riflettere la luce. Per fare un esempio, il giallo in sé non era percepito né autonomamente nominato come facciamo noi: lo xanthós, considerato un colore caldo, starebbe per noi tra il giallo carico e il rosso ma per i greci (pur con una certa varietà di sfumature chiaramente individuate) avrebbe descritto bene il colore del grano maturo, di una capigliatura, del sole estivo al tramonto, di un fuoco notturno. Il blu non esisteva (arriverà molto più tardi nelle lingue romanze) e dunque il mare poteva oscillare tra gli estremi del glaukós (nelle giornate chiare e luminose) e del mélas (colore scuro, tenebroso), senza escludere l’omerico “color del vino” (οἶνοψ).

Mentre dobbiamo essere consapevoli che, in vari momenti della storia, i “barbari” nordici ci hanno regalato (oltre a parole mortifere come guerra e zuffa) la denominazione di colori importanti e vitali, il bianco, il biondo e il bruno. Chi parlava il latino, per definire il “bianco” aveva invece due parole, che designavano due colori considerati differenti e non, come le percepiamo noi oggi, due sfumature di colore: candidus (bianco lucente, quello della toga che indossava il candidatus, l’aspirante a una carica pubblica) e albus (bianco latte, che si trova anche nell’albumen, il bianco dell’uovo)

 

Quanti modi di dire

Colore è al centro di molte espressioni e modi di dire: farne, dirne di tutti i colori, cioè compiere o dire cose esagerate, sbagliate; essere privo di colore, a proposito di una persona poco vivace. La locuzione di colore (dal 1790 in italiano) è stata ricalcata sul francese de couleur (a sua volta dall'inglese colo(u)red person): è una conseguenza delle esplorazioni geografiche e delle conquiste coloniali avvenute a partire dal Cinquecento. Si usava e, talvolta, si usa ancora oggi, con qualche imbarazzo o con intento velatamente razzista, per definire le persone che hanno la pelle di colore diverso da quella bianca. C’è chi oggi contesta anche la locuzione color carne (per es.: “calze color carne”) perché viene usata (e presentata in molti dizionari) come sinonimo di ‘roseo’, cioè il colore della pelle dei “bianchi”, senza considerare dunque che il color carne di tantissime persone, in Italia e più ancora nel mondo, non è roseo.

Interessante il fatto che oggi parlare di televisione a colori e di televisione in bianco e nero non ha quasi senso, se non in sede di ricostruzione storica: infatti, tutti i nati in Italia dopo l'inizio del secolo XXI hanno vissuto circondati da apparecchi televisivi a colori. La prima trasmissione a colori effettuata ufficialmente dalla televisione pubblica, in Italia, risale al 1° febbraio 1977. Scrisse allora, scherzosamente, Luca Goldoni, nel «Corriere della sera»: «Le curiosità erano altre: che colore hanno le terrificanti cravatte in bianco e nero di alcuni speaker?».

 

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SILVERIO NOVELLI










BIONOTA

Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).

 


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