Testimonianze di resurrezioni V. La raccolta notturna - Parte I (NARRATIVA) ~ di Ksenija Skliar - TeclaXXI

  NARRATIVA


                                Testimonianze di resurrezioni

V. LA RACCOLTA NOTTURNA 

PARTE I.


di Ksenija Skliar



                        immagine creata con Canva da un'idea di ©Jacqueline Spaccini


Era giugno inoltrato, le notti erano brevi e dense come gelatina: respingevano, invece di accogliere, chi sperava di poter trascorrere poche ore di buio in uno stato inerte e fiducioso, embrionale, sotto un fresco lenzuolo. La stanza troppo stretta per il soffitto alto si librava in aria, minacciando di far cadere chi dormiva avvolto nel tessuto, farlo volare sopra gli alberi, lanciarlo verso l’indefinito della terra inanis et vacua della Genesi. Il cielo, con tutti i suoi insetti-suonatori, colava lentamente attraverso la zanzariera, inondava la stanza, e si poteva dormire qui, in cima al mondo: la Genesi si era già conclusa.

Chi abita ai piani alti sa che gli alberi appartengono più al cielo che alla terra. Sulla terra, sotto la stanza che si librava nell’aria, tanta splendida gente si preparava alla passeggiata di mezzanotte. Le luci intermittenti, azzurre, sfarfallavano tra il mio sonno e la loro veglia. Zampillava la fontanina della Tartuca. Certe volte si riesce ad addormentarsi in due luoghi diversi in contemporanea. Succede di rado. Mi addormentavo a Siena, nel cuore del suo immortale Castelvecchio e, allo stesso tempo, nella casa dove sono nata, in un’epoca ancora da definire: sul soffitto si sbracciavano le ombre degli enormi alberi del Caucaso, e il lenzuolo non era quello blu in cotone dell’Upim, ma di misto lino bianco, con due righe sottili di verde chiaro ai lati lunghi, sulla scrivania, invece di una torre di libri, una macchina da cucire manuale si stagliava contro la finestra grande quanto una porta. Gli insetti notturni festeggiavano tra le fronde degli alberi; in lontananza lottavano dei gatti, in cucina qualche parente, onirica o reale, che sembrava una fata in camicia da notte, contava le gocce della tintura di biancospino. La gente andava a spasso al lungomare, ad ammirare i sentieri di luce sulle acque appena increspate. La musica doveva essere odiosa laggiù, come ovunque.

La raccolta notturna si effettuava tra mercoledì e giovedì della seconda settimana del mese, non prima del ventitré aprile, non oltre il ventuno di novembre, o pressocché. Sulle date posso sbagliare. La data esatta della raccolta presso la vostra località vi sarà comunicata in anticipo. Si accettano camicie da uomo e da donna, di qualsiasi fibra, anche usurate, con strappi e macchie indelebili, purché siano pulite e piegate con cura, di numero dispari, non inferiore a tre, non superiore a nove. Sapevo già di poterne conferire due, vecchissime ma integre e anche interessanti. La prima era di fibre sintetiche, nera con grandi papaveri e scritte francesi, molto aderente, con quel bavero caratteristico anni Settanta. L’etichetta interna, uno straccetto di cotone bianco, recava le scritte nere DDR e DEDERON perfettamente leggibili. La indossai a quattordici anni, già allora mi era stretta nelle spalle e non augurava nulla di buono. La fibra sintetica, indistruttibile nella sua arroganza, non poteva permettere alla fibra naturale dell’umano di trovare il rifugio nella dolcezza del dialogo con i più cari, frustava e incitava alla corsa frenetica verso mete sempre diverse, faceva rattrappire il collo e le spalle, faceva ripudiare l’oggi per un domani ideato da ignoti, beffardo come fuochi fatui. L’idolo, l’Artemide d’Efeso, era il passato, da adorare e ricercare, da perseguire, da tentare il ritorno, anno dopo anno: sapori, odori, polvere calda sotto le piante dei piedi infantili, l’estate senza fine. Chi mi ridarà quel rifugio, chi mi ridarà gli anni che ho sperperato nel maledetto presente, nel carcere da voi, odiosi, costruito? Urla e pianto di un cucciolo uscito da un bestiario non ancora scritto. Ecco, la prima camicia è servita.

Il mondo intorno era già malato, ma quanta bellezza ogni primavera riusciva a spezzare il ghiaccio sporco! Anche tra i giovani si trovavano individui che sapevano parlare la lingua umana senza profanarla. Alcuni sapevano sorridere senza abusare del proprio volto. Si movevano con dignità. Erano pochi. Sapevano rallentare il tempo invece di accelerarlo. Dominavano il mondo con l’aiuto di Chi soffia dove vuole. Almeno in quelli anni. Almeno per qualche anno o mese. Per qualche giorno. Non mi ricordo nessun nome, nessun volto, oramai tutti loro sono una schiera indistinta illuminata dalla parca luce di quelle pallide primavere rarefatte.

L’altra era un reperto ancora più strambo, probabilmente eredità di qualche vacanza di un decennio ancora più remoto, dimenticata da un amico di un lontano parente in breve visita estiva. Passavano in tanti per quella casa, in troppi. Era di un giallo sbiadito, a maniche corte, larga, squadrata, ora apprezzo queste forme, le apprezzavo sempre, senza confessarlo. Ma non il colore. Profumava di una semplicità sospetta, forse persino finta, della semplicità che è, come direbbe uno che pensa in russo, “peggio del furto”, propria di coloro che sono convinti della dabbenaggine degli altri. Questa semplicità ha la bocca larga, dalle labbra secche, avide, che potrebbe spalancarsi tempestivamente per divorare in un batter d’occhio un malcapitato. Negli anni Cinquanta, in un villaggio dove i tetti delle minuscole case bianche sono di canna lacustre, ad una bambina diedero un pulcino. La piccola strinse la manina troppo forte. Dal beccuccio spalancato uscì una minuscola bolla rossa. La Ragazzina, anch’essa una bambina, poco più grandicella della prima, al suo pulcino donato aveva costruito una casina, con una scatola di cartone e un mucchietto di pezzetti variopinti di tessuto – un fazzoletto di cotone blu a fiorellini piccolissimi era uno scampolo dell’ampia gonna della nonna Anna. No, la sorellina non doveva far male al pulcino! Ma smettila, è piccola, non l’ha fatto apposta. Ma anche un secondo pulcino morì allo stesso modo, forse anche un terzo... I grandi non piangevano, la Ragazzina sì. E la Bambina restava imperturbabile: la fortuna, a questa donna, non sarebbe sfuggita mai!

Mentre piegavo la camicia gialla pensavo che la Bambina, quella dei pulcini, avrebbe sicuramente protestato, perché un pezzo in puro cotone, senza palesi buchi, è spendibile eccome, per esempio, come un camice da lavoro se uno decidesse un giorno di imbiancar la cucina. La Bambina aveva una ventina di anni più di me, e aveva, come si era detto poco sopra, una sorella, la Ragazzina, mia madre.

Serviva una terza camicia, a chi la potevo chiedere? La raccolta notturna non contemplava questa opzione. Tutti i capi da conferire devono provenire dalla propria vita, non dell’altrui. Solo a questo patto poteva funzionare.

Le due sorelle crescevano su due pianeti diversi, poco da stupirsi se da anziane trascinavano dietro interi decenni di incomunicabilità. Almeno la Ragazzina ne era conscia. Ora, nei tempi di guerra, i due pianeti si sono allontanati ancora di più. La Ragazzina una volta mi rivelò un sogno ricorrente della sua infanzia, dove lei era sola in mezzo allo spazio, appoggiata con la schiena al globo terrestre di dimensioni di un grosso pallone, ed era leggero e poteva volare via in qualsiasi momento, e non c’era più nessuno intorno. La Bambina probabilmente non aveva attività oniriche di pari intensità. In questi giorni il suo sonno bucato da nonna viene spesso fatto a pezzi dalla sirena d’allarme. Dorme in quella stanza con le ombre degli alberi che si sbracciano sul soffitto, perché dà sul cortile e non sulla via principale. No, le finestre così grandi sono da evitare. Le capita di dormire nel lunghissimo corridoio. La Bambina ha ereditato la terra, è rimasta in quella casa per sempre, a crescere e a moltiplicarsi, donna-fortezza, inespugnabile, maestosa, vincitrice. E ora lei si libra nell’aria, o lotta sospesa nello spazio, per trattenere il globo terrestre, come faceva, da piccola, quell’altra.

Chi scrive ora vorrebbe rimangiarsi le parole dette poco sopra, riguardo a una terza camicia, che sarebbe anche la quarta e l’infinitesima, la prima e l’ultima, la maledetta. Questa è di tutte le male camicie dello sventurato mondo nostro regina e madre: il giorno prima della grande battaglia in cielo, Lucifero la fece, per gettarla addosso all’umanità, per ridurre il popolo degli dèi minori in schiavitù. Rivoltò e scucì la sua splendida veste di luce, e la ricucì con le sue mani divenute all’istante ossute, nodose e gelide, maldestre e invidiose. È enorme, ed è una sola, per tutti noi, per l’immenso corpo di Adam Kadmon, l’uomo universo che comprende milioni di piccoli Adami e milioni di minuscole Eve, tutti nudi, imbarazzati, piangenti, sporchi di fango, innocenti, bugiardi, ladri, venduti, corrotti, ingannati, sedotti. Questa camicia è più nuda della stessa nudità, si chiama disperazione, gli altri nomi affioreranno su queste poche pagine. (continua)

la seconda parte sarà pubblicata il 30 gennaio 2026

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KSENIJA SKLIAR  

BIONOTA Sono Xenia, nata nel 1979. Preferisco la grafia meno ridondante del mio nome, quella con la X. La mia vita è fatta di continui scambi e cambiamenti, complice il percorso di studi in linguistica e filologia, che assicurano la serenità dei cronotopi interiori che custodisco: gli ultimi, velocissimi, anni dell’URSS, i faticosi anni Novanta nella giovane e verde Prussia Orientale, e il secolo XXI, pervaso dal Trecento, a Siena. Allo stesso modo, scambi e cambiamenti, refusi e risemantizzazioni rendevano sempre vivi e vegeti bestiari, vite dei santi, romanzi cavallereschi e altre storie, sempre vere, del Medioevo.







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