Testimonianze di resurrezioni - V. La raccolta notturna - Parte II (NARRATIVA) ~ di Ksenija Skliar - TeclaXXI
NARRATIVA
Testimonianze di resurrezioni
V. LA RACCOLTA NOTTURNA
PARTE II.
di Ksenija Skliar
È la camicia di
negazione, ella nega la stoffa, il colore, il calore, il vero. È uno iato che
tutto vuole inghiottire, e un tornado che tutto vuole travolgere. Lo iato che
altro non è che fiato mutilo del suo caldo suono iniziale, quello di figlio,
di farina, di fede, di fiducia, di festa, di faro,
e se queste parole restano decapitate, lo saranno anche tutte le altre, in
tutte le lingue. Centinaia di nomi possiamo ricamare sulla sua tela
inesistente, ricercando vocaboli sempre nuovi, sempre più calzanti – no, non
esistono parole calzanti! Tranne una, a parte disperazione già nominata.
Guardate come avanza la processionaria rugginosa lungo la strada desolata, tra
campi incolti e città bruciate, il suo nome è ingratitudine: è costituita di
mille elementi, tra estremità simili a falci e seghe, baffi, antenne, corna,
pungiglioni, altra roba che non rende felice nessuno. Ogni pezzo rugginoso strilla,
stride senza posa, sempre lo stesso: su questa terra tutti i mali li porto
addosso io, sotto questo cielo tutto è a me dovuto. Superbia è il suo nome.
All’alba i mondi sovrapposti si separano, e chi dorme
sotto il lenzuolo blu dell’Upim non ha altra scelta che svegliarsi a Siena
nell’ipotetico 2005 e far colazione al bar. Muoversi verso la biblioteca.
Trascorrere una lunga giornata nel giardino della facoltà, immobile, sotto il
sole, nel regno beato dei testi medievali. E librarsi nell’aria con gli occhi
bendati. La camicia della negazione stringeva con furia le spalle, invisibile
per chi scrive, impercettibile, implacabile. Qualcun altro vedeva camminare per
le strade di Siena un orrendo bozzolo di fogli di giornale e scotch marrone,
con dentro un enorme insetto umano dormiente che un giorno avrebbe fatto tanta
fatica a liberarsene.
Occorre dunque un
foglio di giornale e qualche scampolo di scotch marrone. E tanto deserto
strategico intorno, per ascoltare, per star fermi e muti. Per imparare a
respirare. Per far inciampare la processionaria rugginosa.
La notte della
raccolta mi devo trovare nella casa delle ombre degli alberi. È mezzanotte, i
giovani sono tutti al lungomare, i vecchi si addormentano, chi scrive non sa
che anno corre. Eccomi, sul pianerottolo, ho in mano una busta anonima con due
camicie piegate, avvolte in un foglio di giornale, sigillato collo scotch
marrone. Il cuore batte forte. D’altronde, chi fa la raccolta sa perfettamente
della mia terza camicia. Comincio a scendere le scale. Mi fermo sul
pianerottolo di sotto, dove la luce azzurra sfarfalla, complici piccole falene
color tela di sacco che si agitano intorno alla lampadina nuda. Riprendo il
fiato con gli occhi chiusi, avvolta nella luce notturna intermittente. In
questo preciso istante sono già lì, oltre il portone, a cospetto degli
arcangeli, perché proprio loro raccolgono le nostre maledette camicie. Gli
arcangeli sono almeno sette: dopo Michele, Gabriele, Raffaele vengono Uriel,
“Dio è luce”, Selatiel, “preghiera a Dio”, Barachiel, “benedetto da Dio”, Jeremiel
“Dio è misericordia”. Nell’anno beato del 2005 trovai, nello stanzino dei libri
difettosi, “Una strada a Dio” dell’Areopagita, testo greco a fronte, con alcune
pagine bianche:
“L’angelo è immagine
di Dio, manifestante della luce nascosta, specchio puro, limpidissimo,
immacolato, incorrotto, non inquinato, pronto a ricevere, se è giusto dire
così, tutta la bellezza della forma divina, improntata al bene e chi fa
risplendere in sé, in modo puro, per quanto è possibile, la bontà del silenzio
che è nei penetrali”.[1]
Scendo nell’androne
sproporzionato, troppo angusto, e dannatamente buio. Il portone è spalancato, o
forse addirittura rimosso. L’oscurità concentrata mi spinge fuori, mi sputa
fuori. Sotto gli alberi enormi, sotto un lampione, è fermo un furgone aperto,
pieno di luce che ruba tutti i colori al mondo intorno e oblitera la luce
elettrica. Gli arcangeli presenti sono solo quattro, ritti in piedi, due ai
lati del furgone, due all’interno. Non sono altissimi. Di una bellezza
struggente, perfetta, quasi astratta. Indossano tute grigie da lavoro e
grembiuli grigi. Splendono. Mi avvicino. Passo tra i primi due. Allungo il mio
pacchetto ai due all’interno del furgone. La luce non abbaglia. Solo illumina.
Non posso dire se nel furgone ci sia altro carico. Non so se altri abbiano già
consegnato la loro roba. Chiudo gli occhi e mi volto per andare via. Dove? Devo
mica rientrare nel ventre buio della casa? Risalire le scale? Le mie scapole
sentono ancora la luce degli arcangeli. Davanti a me vedo solo l’oscurità.
Nessuna luce sfarfalla all’interno della casa dalle finestre nere che non
riflettono la luce del furgone degli arcangeli. No, in questa casa non potrà
mai arrivare la spedizione postale che sin da questo momento attenderò, giorno
dopo giorno, anno dopo anno, da parte di questi quattro, o sette, splendidi
esseri che non abbagliano. Arriverà per posta ordinaria, non ci sarà nessun
messaggio, solo una camicia bianca. E sarà alba. Pasqua. Un giorno qualsiasi.
L’ottavo giorno. Se mi volto verso gli alberi, verso il lampione, vedrò ancora
il furgone degli arcangeli?
Zampilla la
fontanella della Tartuca. Chi scrive supera di corsa i pochi gradini. La gente
non è ancora uscita, si fa bella davanti allo specchio.
[1] Edizione a
cura di P. Scazzoso, Jaca, 1989.
KSENIJA SKLIAR


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