Testimonianze di resurrezioni - V. La raccolta notturna - Parte II (NARRATIVA) ~ di Ksenija Skliar - TeclaXXI

 

 NARRATIVA


                                Testimonianze di resurrezioni

V. LA RACCOLTA NOTTURNA

PARTE II.

di Ksenija Skliar



                         PHOTO di Ekaterina Astakhova CC0 (free domain pexels)


 

È la camicia di negazione, ella nega la stoffa, il colore, il calore, il vero. È uno iato che tutto vuole inghiottire, e un tornado che tutto vuole travolgere. Lo iato che altro non è che fiato mutilo del suo caldo suono iniziale, quello di figlio, di farina, di fede, di fiducia, di festa, di faro, e se queste parole restano decapitate, lo saranno anche tutte le altre, in tutte le lingue. Centinaia di nomi possiamo ricamare sulla sua tela inesistente, ricercando vocaboli sempre nuovi, sempre più calzanti – no, non esistono parole calzanti! Tranne una, a parte disperazione già nominata. Guardate come avanza la processionaria rugginosa lungo la strada desolata, tra campi incolti e città bruciate, il suo nome è ingratitudine: è costituita di mille elementi, tra estremità simili a falci e seghe, baffi, antenne, corna, pungiglioni, altra roba che non rende felice nessuno. Ogni pezzo rugginoso strilla, stride senza posa, sempre lo stesso: su questa terra tutti i mali li porto addosso io, sotto questo cielo tutto è a me dovuto. Superbia è il suo nome.

All’alba i mondi sovrapposti si separano, e chi dorme sotto il lenzuolo blu dell’Upim non ha altra scelta che svegliarsi a Siena nell’ipotetico 2005 e far colazione al bar. Muoversi verso la biblioteca. Trascorrere una lunga giornata nel giardino della facoltà, immobile, sotto il sole, nel regno beato dei testi medievali. E librarsi nell’aria con gli occhi bendati. La camicia della negazione stringeva con furia le spalle, invisibile per chi scrive, impercettibile, implacabile. Qualcun altro vedeva camminare per le strade di Siena un orrendo bozzolo di fogli di giornale e scotch marrone, con dentro un enorme insetto umano dormiente che un giorno avrebbe fatto tanta fatica a liberarsene.

Occorre dunque un foglio di giornale e qualche scampolo di scotch marrone. E tanto deserto strategico intorno, per ascoltare, per star fermi e muti. Per imparare a respirare. Per far inciampare la processionaria rugginosa. 

La notte della raccolta mi devo trovare nella casa delle ombre degli alberi. È mezzanotte, i giovani sono tutti al lungomare, i vecchi si addormentano, chi scrive non sa che anno corre. Eccomi, sul pianerottolo, ho in mano una busta anonima con due camicie piegate, avvolte in un foglio di giornale, sigillato collo scotch marrone. Il cuore batte forte. D’altronde, chi fa la raccolta sa perfettamente della mia terza camicia. Comincio a scendere le scale. Mi fermo sul pianerottolo di sotto, dove la luce azzurra sfarfalla, complici piccole falene color tela di sacco che si agitano intorno alla lampadina nuda. Riprendo il fiato con gli occhi chiusi, avvolta nella luce notturna intermittente. In questo preciso istante sono già lì, oltre il portone, a cospetto degli arcangeli, perché proprio loro raccolgono le nostre maledette camicie. Gli arcangeli sono almeno sette: dopo Michele, Gabriele, Raffaele vengono Uriel, “Dio è luce”, Selatiel, “preghiera a Dio”, Barachiel, “benedetto da Dio”, Jeremiel “Dio è misericordia”. Nell’anno beato del 2005 trovai, nello stanzino dei libri difettosi, “Una strada a Dio” dell’Areopagita, testo greco a fronte, con alcune pagine bianche:

“L’angelo è immagine di Dio, manifestante della luce nascosta, specchio puro, limpidissimo, immacolato, incorrotto, non inquinato, pronto a ricevere, se è giusto dire così, tutta la bellezza della forma divina, improntata al bene e chi fa risplendere in sé, in modo puro, per quanto è possibile, la bontà del silenzio che è nei penetrali”.[1]

Scendo nell’androne sproporzionato, troppo angusto, e dannatamente buio. Il portone è spalancato, o forse addirittura rimosso. L’oscurità concentrata mi spinge fuori, mi sputa fuori. Sotto gli alberi enormi, sotto un lampione, è fermo un furgone aperto, pieno di luce che ruba tutti i colori al mondo intorno e oblitera la luce elettrica. Gli arcangeli presenti sono solo quattro, ritti in piedi, due ai lati del furgone, due all’interno. Non sono altissimi. Di una bellezza struggente, perfetta, quasi astratta. Indossano tute grigie da lavoro e grembiuli grigi. Splendono. Mi avvicino. Passo tra i primi due. Allungo il mio pacchetto ai due all’interno del furgone. La luce non abbaglia. Solo illumina. Non posso dire se nel furgone ci sia altro carico. Non so se altri abbiano già consegnato la loro roba. Chiudo gli occhi e mi volto per andare via. Dove? Devo mica rientrare nel ventre buio della casa? Risalire le scale? Le mie scapole sentono ancora la luce degli arcangeli. Davanti a me vedo solo l’oscurità. Nessuna luce sfarfalla all’interno della casa dalle finestre nere che non riflettono la luce del furgone degli arcangeli. No, in questa casa non potrà mai arrivare la spedizione postale che sin da questo momento attenderò, giorno dopo giorno, anno dopo anno, da parte di questi quattro, o sette, splendidi esseri che non abbagliano. Arriverà per posta ordinaria, non ci sarà nessun messaggio, solo una camicia bianca. E sarà alba. Pasqua. Un giorno qualsiasi. L’ottavo giorno. Se mi volto verso gli alberi, verso il lampione, vedrò ancora il furgone degli arcangeli?

Zampilla la fontanella della Tartuca. Chi scrive supera di corsa i pochi gradini. La gente non è ancora uscita, si fa bella davanti allo specchio.

 


[1] Edizione a cura di P. Scazzoso, Jaca, 1989.


KSENIJA SKLIAR  


BIONOTA Sono Xenia, nata nel 1979. Preferisco la grafia meno ridondante del mio nome, quella con la X. La mia vita è fatta di continui scambi e cambiamenti, complice il percorso di studi in linguistica e filologia, che assicurano la serenità dei cronotopi interiori che custodisco: gli ultimi, velocissimi, anni dell’URSS, i faticosi anni Novanta nella giovane e verde Prussia Orientale, e il secolo XXI, pervaso dal Trecento, a Siena. Allo stesso modo, scambi e cambiamenti, refusi e risemantizzazioni rendevano sempre vivi e vegeti bestiari, vite dei santi, romanzi cavallereschi e altre storie, sempre vere, del Medioevo.


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