La storia coraggiosa di un'americana a Parigi: Sylvia Beach e la Shakespeare and Company (BIBLIOFILIA) ~ di Giovanna Romanelli - TeclaXXI
BIBLIOFILIA
La storia coraggiosa di un’americana a Parigi:
Sylvia Beach e la Shakespeare and Company
di Giovanna Romanelli
fonte: wikipedia
Gli amanti dei libri e delle librerie cariche di storia in visita a Parigi non mancano di recarsi presso la celebre libreria Shakespeare and Company situata al 37 di Rue de la Bûcherie, sul Lungosenna, attratti dalla sua fama e dalle sue eccezionali vicende nel tempo. È necessario tuttavia ricordare che questa libreria non è quella fondata da Sylvia Beach a Parigi, il 19 novembre del 1919 in Rue de l’Odeon e costretta a chiudere nel 1941 a causa dell’occupazione tedesca della città. Infatti, nel 1951 il soldato americano George Whitman, apre la libreria Le Mistral proprio in rue de la Bûcherie, nel punto in cui l’Ile de la Cité e l’Ile-Saint-Louis, che si trovano nel mezzo della Senna, dividono la città di Parigi nelle due sponde, quella di destra e quella di sinistra. Nel 1964, due anni dopo la morte di Sylvia Beach, della quale George era grandissimo estimatore e amico, ribattezza la sua libreria Shakespeare and Company per gratitudine e per mantenere viva la memoria di quella donna davvero eccezionale.
Ma chi era Sylvia Beach? Americana, figlia di un pastore presbiteriano[1], amante dell’arte e della letteratura, visse a Parigi dal 1902 al 1905, successivamente viaggiò più volte in Europa: visse due anni in Spagna, lavorò per la Commissione Balcanica della Croce Rossa, infine si stabilì a Parigi per studiare letteratura francese contemporanea negli ultimi anni della Grande Guerra.
Un giorno, mentre era alla Biblioteca Nazionale, scoprì di una rivista «Vers et Prose» di Paul Fort[2], distribuita dalla libreria di A. Monnier, sita al numero 7 di Rue de l’Odéon, nel VI arrondissement.
Fu così che Silvia fece l’incontro tra i più importanti della sua vita: rimase colpita dalla piccola libreria grigia che in vetrina e sugli scaffali interni mostrava molti e interessanti libri. Divenne allora amica e frequentatrice assidua della proprietaria di quella libreria, Adrienne Monnier, che diventerà poi la sua compagna per tutta la vita e con la quale condivise la passione per i libri e la cultura. Fu l’incontro di due mondi diversi, di due culture ma di una stessa passione.
La libreria di Adrienne Monnier promuoveva con successo una biblioteca circolante, La Maison des Amis des Livres, ma era soprattutto luogo di incontro con scrittori provenienti dal fronte e centro prolifico di letture affidate ad autori di valore, quali André Gide, Valery Larbaud e Léon-Paul Fargue. E non mancavano le esibizioni musicali con Erik Satie e Francis Poulenc, che facevano parte de Il Gruppo dei Sei, un circolo musicale sorto spontaneamente a Parigi intorno al 1920 di cui faceva parte anche una donna compositrice, Germaine Tailleferre.
Con grande tenacia Sylvia riesce a realizzare, pur tra molte difficoltà, l’ambizioso progetto di aprire una sua libreria che all’origine avrebbe dovuto essere una libreria francese a New York, ma non avendo i mezzi economici necessari per attuarlo, realizzò invece una libreria americana a Parigi, che nel tempo divenne punto di riferimento imprescindibile per gli americani stessi e per tutta la città tanto che André Gide, affascinate, alto, bello fu uno dei frequentatori più fedeli e il suo interesse per Silvia e la sua libreria non vennero mai meno nel corso degli anni e degli eventi.
Con il proibizionismo e la censura degli anni Venti molti americani si stabilirono a Parigi e la Shakespeare and Company divenne il luogo d’incontro, di dibattito, di riferimento per i letterati espatriati a Parigi. Essa non era solo una libreria, era anche una sala di lettura, un centro culturale, una biblioteca che rilasciava una tessera di prestito a chi non poteva acquistare libri.
A Parigi, città cosmopolita, in pieno fermento culturale e artistico, vivevano all’epoca James Joyce, Ezra Pound, Pablo Picasso e Igor Stravinskij che, insieme a Gertrude Stein e Alice B. Toklas, furono i maggiori sostenitori della nuova libreria. Gertrude (1874 – 1946) era una scrittrice e poetessa statunitense, carissima amica di Hemingway e di Picasso delle cui opere, in particolare, fu mecenate e sostenitrice. Insomma, intorno alla Shakespeare and Company si creò ben presto una comunità internazionale di intellettuali vivace, attenta, feconda.
Tra i frequentatori più illustri ci furono Ezra Pound - sempre abbigliato con giacca di velluto e camicia alla Robespierre - e la moglie Dorothy Shakespear, appena giunti da Londra, Sherwood Anderson, il cui libro da poco pubblicato negli Stati Uniti, Winesburg, Ohio, faceva bella mostra di sé nella vetrina della Shakespeare and Company.
Particolarmente interessante è la vicenda di James Joyce che, dopo un soggiorno caratterizzato da instabilità a Trieste, si trasferisce a Parigi nel 1920, con la moglie Nora e i figli Giorgio e Lucia, invitato da Ezra Pound. Sarà proprio in questa città che Joyce riuscirà a pubblicare il suo Ulysses, nel 1922, grazie a Sylvia Beach che aveva aperto da meno di un anno la sua libreria. Lo conobbe a casa di amici e di lui scrive[3]:
Joyce era un uomo di media statura, magro e sottile, leggermente curvo e molto aggraziato. Si notavano subito le sue mani sottilissime, la sinistra adorna di anelli dalla pesante incastonatura. Straordinariamente belli gli occhi, di un azzurro profondo, in cui brillava la luce del genio. Notai però che il destro non pareva normale e che la lente destra degli occhiali era più spessa della sinistra. I capelli folti ondulati color della sabbia erano pettinati all’indietro, lasciavano scoperta la fronte alta, traversata da rughe. Tutto in lui indicava un uomo di eccezionale sensibilità. Aveva la pelle chiara, sparsa di rade lentiggini e facile ad arrossire, il mento adorno di una specie di minuscola barba, il naso ben fatto, le labbra sottili, dal disegno preciso. Pensai che da giovane doveva essere stato molto bello.
La sua voce, dalle inflessioni dolci, modulate come quella di un tenore, mi incantò. Parlava con estrema chiarezza. La pronuncia di certe parole come «book» e «look» (le faceva sentire molto lunghe) e di quelle principianti «th» era irlandese, e irlandese era soprattutto la voce; ma solo questi particolari denunciavano la sua origine. Si esprimeva con semplicità ma - lo notai subito - scegliendo con cura parole e suoni: in parte, senza dubbio, a causa del suo amore per la parola e del suo orecchio musicale, ma anche, credo, perché aveva insegnato inglese per tanti anni.
Joyce trovò in Sylvia Beach una grandissima estimatrice che scelse di pubblicare il capolavoro dello scrittore irlandese, opera considerata per le leggi dell’epoca oscena e pornografica tanto da esserne vietata la pubblicazione negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Per dare un’idea dell’ostilità che l’Ulysses suscitava ovunque, è utile leggere la lettera di risposta inviata a Sylvia da G. Bernard Shaw, al quale l’editrice aveva chiesto di firmare la sottoscrizione a favore della pubblicazione[4]:
Cara signora,
ho letto frammenti di Ulysses sulle riviste in cui è apparso a puntate. È il nauseante documento di un disgustoso stadio della civiltà, ma un documento vero; e vorrei poter stendere un cordone attorno a Dublino, pigliare uno a uno i suoi cittadini di sesso maschile dai 15 ai 30 anni, e costringerli a leggere tutte quelle luride e offensive oscenità. A Lei possono sembrare arte e piacere come tale; probabilmente Lei (mi perdoni, non La conosco) è una giovane barbara sensibile alle emozioni e agli entusiasmi che l’arte accende nelle anime appassionate; ma per me è tutto orrendamente reale: ho camminato per quelle strade e conosco quei negozi, e ho udito quelle conversazioni e vi ho preso parte. Ne sono fuggito a vent’anni per rifugiarmi in Inghilterra; e ora, a quarant’anni di distanza, imparo dai libri del signor Joyce che Dublino è ancora quella di sempre, e che i giovanotti dublinesi passano ancora il loro tempo a sbavare sconcezze, esattamente come nel 1870. Certo è una consolazione sapere che finalmente qualcuno ne ha avuto tanto schifo da trovare il coraggio di trascriverle e da usare il suo genio letterario per costringere la gente a guardare in faccia quella repugnante realtà. In Irlanda, per insegnare al gatto a non sporcare in casa, gli fanno strofinare il naso nei suoi bisogni. Il signor Joyce ha tentato l’esperimento sul soggetto umano. Mi auguro che l’esperimento abbia successo.
Non ignoro che in Ulysses ci sono altre qualità e altri brani; ma non mi ispirano nessuna particolare considerazione.
Devo aggiungere, dato che il volantino implica un invito all’acquisto, che io sono un rispettabile signore irlandese di una certa età; e se Lei crede che un irlandese - figuriamoci un irlandese di una certa età - sia disposto a sborsare 150 franchi per un libro come quello, vuol dire che non conosce bene i miei compatrioti.
Cordialmente
G. BERNARD SHAW
Così, nonostante i rifiuti e le opposizioni, grazie alla lungimiranza e alla tenacia di Sylvia, alla sua rete di conoscenze, la prima edizione integrale inglese dell’Ulysses vide la luce a Parigi il 2 febbraio del 1922. Il tipografo che si occupò della pubblicazione era il famoso Maurice Darantiere, che esercitava l’attività a Digione ed era molto amico di Adrienne Monnier. La tiratura fu di 1.000 copie e per sostenere l’impresa venne aperta una sottoscrizione alla quale aderirono in molti, sollecitati anche da una fitta rete di relazioni internazionali. La prima traduzione francese del capolavoro di Joyce uscì, sempre a Parigi, il 2 febbraio del 1929, pubblicata da Adrienne Monnier per la traduzione di Auguste Morel. In Italia il libro sarà pubblicato da Mondadori soltanto nel 1960 con traduzione a cura di Giulio De Angelis.
Assiduo frequentatore della Shakespeare and Company era anche Ernest Hemingway che, giunto a Parigi sul finire del 1921, conquistò subito la simpatia di Sylvia e Adrienne. Lo apprezzavano per la sua vasta cultura conquistata attraverso l’esperienza concreta e non solo all’università. Lo scrittore, infatti, conosceva lingue e culture diverse, seguiva tutti gli avvenimenti più importanti del mondo sportivo e avviò sia Sylvia che Adrienne alla pratica di attività sportive quali la boxe e poi il ciclismo, questo non come pratica diretta ma come interesse e curiosità verso quel mondo. Sylvia ricorda che ogni attività svolta con Ernest era divertente e stimolante, in particolare, fu colpita dalla lettura di uno dei racconti che sarebbe entrato a far parte della raccolta In Our Time: sia Sylvia che Adrienne ne apprezzavano infatti l’originalità, lo stile assai personale, la limpidezza del pensiero, la capacità di delineare personaggi tanto che Adrienne dichiarava di amare in Ernest il temperamento autentico di scrittore.
Altro frequentatore di rilievo della libreria era Serghiei Eisenstein, che Sylvia definiva «grande artista e uomo pieno di idee interessanti sul cinematografo», ma il suo interesse si estendeva anche alla letteratura e, in particolare, ammirava senza riserva alcuna Joyce tanto da manifestare l’intenzione di trarre un film dall’Ulysses, ma il profondo rispetto che nutriva per quel libro gli impedì di dar seguito al suo proposito.
Le cose però cambiarono con l’arrivo degli anni Trenta ed anche la Riva Sinistra non era più la stessa: gli interessi e la vita degli amici di un tempo erano cambiati, molti degli amici più cari erano tornati in patria, inoltre c’era la depressione. Alcuni amici erano rimasti: Hemingway abitava un appartamento vicino a Saint Sulpice e, se Pound si era trasferito a Rapallo, a Parigi restavano ancora Joyce, Gertrude Stein e Alice B. Toklas. La libreria era ormai famosa, sempre più frequentata anche da turisti attratti dalla sua storia e dalla sua fama, ma gli incassi diminuivano vistosamente, soprattutto a causa della partenza dei compatrioti. L’amico André Gide cercò di andare in soccorso della libreria creando un comitato di sostegno, la stessa Sylvia decise di vendere carte e libri di particolare pregio, ma ciò rallentò solo l’epilogo della sorte di Shakespeare and Company.
Già dal 1939 Parigi pullulava di soldati con gli zaini in spalla, c’era gente accampata davanti alle stazioni ferroviarie nella speranza di poter prendere un treno, c’era chi fuggiva a piedi, mentre i fuggiaschi provenienti dai Paesi ad Est e a Nord-Est attraversavano la città per dirigersi verso Ovest.
Nel mese di giugno del 1940 a Parigi restavano non più di 25.000 persone. Alle spalle dei fuggiaschi avanzava una lunga teoria di forze motorizzate tedesche, di carri armati, di soldati, mentre la città sembrava avvolta da un triste grigiore, reso più penetrante dal fragore di quella cupa avanzata.
Ogni sforzo di mantenere aperta la libreria risultò vano, soprattutto quando gli Stati Uniti entrarono in guerra; ormai Sylvia era iscritta nella lista dei nemici, perciò, prima che i Tedeschi giungessero a confiscare la libreria non ebbe altra scelta che salvarne le cose più preziose, libri, fotografie, mobilio, scaffali, lampade, che trasferì in un appartamento vuoto al terzo piano dell’edificio dove si trovava la sua abitazione. Un imbianchino si occupò di cancellare anche la scritta «Shakespeare and Company» all’esterno della libreria. Era il 1941: era finita un’epoca, ma certo non la gloriosa storia passata di un’intera generazione di intellettuali, che impropriamente fu definita lost generation (generazione perduta). La loro attività culturale innovativa e aperta al mondo avrebbe dischiuso nuovi orizzonti e nuove prospettive le cui tracce ancora oggi risultano vive e vitali.
[1] Il Presbiterianesimo indica quella forma di organizzazione della Chiesa cristiana che nasce dalla riforma calvinista, che prevede il governo da parte di presbitèri (anziani).
[2] «Versi e Prosa».
[3] Sylvia Beach, Shakespeare and Company, Neri Pozza Editore, Vicenza 2018, pp. 55-56.
[4] Ivi, pp. 73-74.
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GIOVANNA ROMANELLI
BIONOTA
Giovanna Romanelli laureata in Lettere classiche presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito la specializzazione in critica letteraria e artistica e ha collaborato col progetto IRIDE presso la medesima università. Ha insegnato presso la Sorbonne (Paris III), è stata membro del comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese e presidente della giuria del Premio Letterario che dello scrittore porta il nome.



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