La mia Festa dei Ceri – Gubbio 15 maggio (NARRATIVA) ~ di Alessandro Iovinelli - TeclaXXI

 EVENTI/NARRATIVA

Alessandro Iovinelli

 

La mia Festa dei Ceri – Gubbio 15 maggio

 

                         immagine prelevata dal sito italia.it 


        Se ripenso agli avvenimenti che sto per raccontare, io stesso rimango scettico e devo ricorrere alla suspension of disbelief (sospensione dell’incredulità) teorizzata da Coleridge come condizione di partenza di un lettore davanti a ogni testo letterario (anche quando si presenta come autobiografico), per accettare l'autenticità della mia narrazione. Eppure, le cose sono andate proprio così e non ho inventato nulla, perché la mia vita allora si svolgeva in questo modo movimentato e a volte anche avventuroso. Come fu quel weekend nel maggio del 2004.

        Devo prima di tutto avvertire il lettore che dal luglio dell'anno precedente mi trovavo a Zagabria, dove ero stato trasferito come addetto culturale della nostra ambasciata. A maggio avevo ricevuto l'invito a partecipare al festival di poesia di Sarajevo, il quale però si sarebbe svolto nei giorni immediatamente precedenti alla festa dei ceri di Gubbio, dove precedentemente avevo promesso di andare insieme a Jacqueline e nostro figlio, che invece sarebbero partiti da Roma.

        Perciò elaborai un piano per combinare le due circostanze. Per brevità riassumo qui di seguito il calendario che avevo programmato. Martedì 11 pomeriggio, partenza in aereo da Zagabria per Sarajevo. Mercoledì 12, mattina conferenza stampa a Sarajevo e pomeriggio Reading. Giovedì 13, mattina partenza in auto per Mostar, pomeriggio Reading e sera ritorno in auto a Sarajevo. Venerdì 14, mattina presto viaggio in aereo da Sarajevo a Zagabria, servizio in istituto fino alle ore 14:00 e poi partenza in auto per Gubbio, via Lubiana e poi Trieste. 

        La notte prima della partenza da Sarajevo, dormii poco e male. Spesso mi svegliavo e controllavo se avessi attivato correttamente la suoneria del telefonino. Come spesso accade in questi frangenti, a forza di metter mano e configurare il meccanismo, finii proprio per disattivarlo. Avevo predisposto la sveglia per le sei, perché mezz’ora dopo un taxi sarebbe venuto a prendermi. Ma a quell’ora mi ero finalmente addormentato e non mi accorsi di nulla. La provvidenza ebbe pietà di me e non so quale brutto sogno mi ridestò d’improvviso: erano le sei e venti. Maledizione! Mi lavai, mi cambiai di camicia e mi vestii in fretta, infine raggiunsi in strada il taxi che era in attesa, ma solo con qualche minuto di ritardo.

        L’assenza di traffico mi permise di arrivare alle sette in aeroporto. Una volta fatto il check-in, superato il metal detector e mostrato il passaporto, potei imbarcarmi sull’aereo. Il volo partì in orario e atterrai verso le otto e mezzo a Zagabria. Recuperai la macchina al parcheggio, mi diressi verso la città, trovai posto nel luogo strategico che utilizzavo ogni giorno e infine arrivai in istituto quasi in perfetto orario.

        Il venerdì era in genere una giornata piena. Oltre al solito lavoro e alle inevitabili telefonate, veniva pure molta gente in biblioteca. Il fatto mi rendeva in genere orgoglioso, non fosse altro perché, dopo anni di chiusura, abbandono e un inventario senza fine, l’avevo fatta riaprire da qualche mese, ora acquistavamo libri e dvd con regolarità, c’erano tavoli e poltrone per la lettura, un Ficus Benjamin abbelliva l’ambiente e il pubblico di abbonati aumentava progressivamente. Ma quel giorno avrei preferito che l’afflusso di gente non fosse così esuberante. Speravo che potessimo rispettare l’orario di chiusura alle quattordici in punto.

        Mi attendeva un altro viaggio. L’indomani sarebbe stato il 15 maggio, il giorno della Festa dei Ceri a Gubbio. Avevo promesso a Jacqueline che quell’anno vi avremmo partecipato. Per lei era una promessa importante, giacché la sua famiglia era molto legata a quella festività. Il padre era stato un “Capodieci” di Sant’Ubaldo, cioè una sorta di navigatore per la sua squadra, almeno fin quando l’età gliel’aveva consentito.

        La Festa, che risale al Medio Evo e probabilmente addirittura all’età pagana, è di quelle che etnologi, sociologi e storici del folklore adorano, perché un’intera comunità vi partecipa, pur se con ruoli diversi. Sacro e profano vi si mescolano. Per un giorno la vita si ferma e ruota intorno al passaggio forsennato di tre statue di santi, poste in cima a pesanti macchine di legno e trasportate di corsa, malgrado la stazza e il peso impressionanti, da squadre che si danno il cambio, come in una staffetta, all’incirca ogni cento metri. Sono i cosiddetti “ceraioli”. La distinzione tra loro è anche cromatica: pur indossando tutti pantaloni bianchi e una fusciacca rossa in luogo della cintura, le loro camicie sono diverse: gialle per i devoti di Sant’Ubaldo, azzurre per quelli di San Giorgio e nere per quegli altri di Sant’Antonio. Il pubblico, che è molto di più di un pubblico di fan, tifosi e spettatori, si veste a sua volta con gli stessi colori. Per esempio, nella famiglia di Jacqueline, essendo “santubaldari”, sarebbero stati tutti vestiti di giallo, anzi sarebbero stati proprio giallorossi, se si tiene conto della fascia e del fazzoletto intorno al collo. La coincidenza con i colori della Roma non mi disturbava affatto, anzi già mi induceva a gridare, a mia volta, al passaggio dei tre ceri: «Viva Sant’Ubaldo!»

        La folla si accalca, acclama il proprio santo e si muove lungo un percorso che inizia dalla Piazza dei Consoli, scende attraverso il paese e risale per il Monte Ingino sino alla basilica del santo patrono, appunto Sant’Ubaldo.

        Jacqueline e Romain erano partiti al mattino da Roma e mi aspettavano a Gubbio in serata. Il che significava per me compiere un tragitto di settecentocinquanta chilometri. Se non fossi voluto arrivare a tarda notte, avrei dovuto muovermi prima possibile, dopo le due del pomeriggio.

        Decisi di non pranzare per non perdere tempo, rinviando a più tardi uno spuntino, allorché mi fossi fermato per il pieno. Uscii presto da Zagabria e in pochi minuti raggiunsi la frontiera con la Slovenia. A quei tempi, l’autostrada cominciava all’altezza di Lubiana. Vi sarei rimasto fino a Venezia, quando avrei preferito abbandonarla e prendere la Romea, una statale che costeggia l’Adriatico. È una delle strade più pericolose d’Italia, ma da anni l’ho sempre prediletta, perché vi passano meno TIR e non c’è l’incognita degli ingorghi senza via d’uscita. E poi mi è sempre piaciuto attraversare la laguna veneta, mirare di lato i canneti e le barene ricoperte di falaschi e rupie marittime. Varcato il Po, si entra presto nella pineta che circonda Ravenna, la stessa della novella di Nastagio degli Onesti. Anche per il moderno viaggiatore c’è un’improvvisa visione: non già quella di una fanciulla nuda braccata dai cani e da un cavaliere che brandisce la spada, come racconta il Boccaccio, bensì quella dell’Abbazia di Pomposa. Un gioiello dell’arte medievale. Da qualche anno è stata inserita negli itinerari turistici: ormai ci sono parcheggi per camper e pullman, bar, negozi e toilette. Era inevitabile, ma io la ricordo sempre come mi apparve la prima volta: da lontano si scorgeva il campanile, la facciata e nient’altro.

        Mi resi conto prendendo la superstrada che unisce l’Adriatico con il Tirreno e dunque attraversa l’Umbria e il Lazio, di essere in orario sul mio ruolino di marcia. Mi fermai in un’autostazione all’altezza del Monte Fumaiolo. Il sole stava tramontando. C’era il tempo per una birra e un panino. Chiamai Jacqueline sul cellulare per avvisarla che ero a buon punto.

        Un paio d’ore dopo entravo a Gubbio. In realtà, noi alloggiavamo fuori le mura in un quartiere costruito recentemente. Avevamo scoperto quel bed and breakfast molti anni prima, quando eravamo una coppia di giovani innamorati, abbastanza sprovveduti da partire per Capodanno senza prenotare prima e poi accorgersi che negli alberghi eugubini c’era il tutto esaurito. Prima che fossimo presi dallo sconforto, un cameriere di un bar ci aveva indicato un affittacamere che aveva aperto da poco un residence ancora non regolarizzato. Il posto ci piacque, forse perché non c’era praticamente nessuno, forse per la gentilezza della padrona, la signora Felicetta, forse per la vista dalla finestra, che si apriva sul tetto della nostra camera, dell’albero di Natale formato dalle lampadine disseminate sulle pendici del monte Ingino, o forse perché trascorremmo un bel Capodanno. Per l’occasione Jacqueline aveva chiesto alla madre sarta di farle un nuovo vestito da sera. Il tessuto era di paillette argentate su fondo nero. Quando glielo avevo visto indossare, accollato, cucito addosso e abbastanza corto, ne avevo riportato un vero shock emotivo. Mi aveva fatto l’impressione di una diva hollywoodiana. E forse era per questa ragione che avevo voluto alloggiare da Felicetta ogni volta che eravamo ritornati a Gubbio.

        Anche quella sera mi aspettavo inconsciamente di rivederla vestita così, magari con la stessa chioma vaporosa, come si usava in quei tardi anni Ottanta, addirittura con i capelli dello stesso colore: quarzo di Persia lo aveva battezzato il parrucchiere e solo per il nome, ancor prima di vederne il risultato effettivo, mi era subito sembrata una tonalità stupefacente.

        La riconobbi da lontano, prima ancora di parcheggiare l’auto, in piedi davanti alla porta del nostro alloggio. Ce l’avevo fatta. Erano da poco passate le ventitré, ma ero arrivato. Ventiquattro ore prima me ne stavo andando a letto nel cuore della penisola balcanica, ora avevo raggiunto la meta al centro del nostro stivale. Scesi dalla macchina, tutto contento e soddisfatto dell’impresa portata a termine, già pronto ad abbracciarla. Ma lei, venendomi incontro, si fermò a qualche passo di distanza e mi scrutò alla luce del lampione. Poi scosse il capo e m’interrogò con palese disappunto: «Perché ti sei vestito da sangiorgiaro?»

        La camicia era azzurra, l’avevo dimenticato.

 

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ALESSANDRO IOVINELLI



BIONOTA Alessandro Iovinelli, fondatore e direttore scientifico di TeclaXXI

Alessandro Iovinelli (Roma, 1957) ha conseguito la laurea in lettere (Roma, La Sapienza) e il dottorato di ricerca in “Culture et Societé en Italie du Moyen-Age au XXème siècle”, (Parigi, Sorbonne-Nouvelle).
È poeta, narratore, critico e regista teatrale.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti, saggistica, nonché tre romanzi.

 

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