James Ekenstedt 5 poesie (POESIA/TRADUZIONE) ~ di Barbara Carle - TeclaXXI

 POESIA/TRADUZIONE 


5 POESIE DI JAMES EKENSTEDT 

TRADOTTE IN ITALIANO DA 

BARBARA CARLE


James Ekenstedt è un giovane poeta che vive a Brooklyn, New York. Prima di stabilirsi nello stato di New York ha vissuto a lungo in California. Recentemente è tornato da un grande viaggio in Tanzania, Spagna e Italia. Nelle sue parole, scrive poesie sulla “mascolinità allucinata e qualche lettera d’amore al sistema di trasporto pubblico”. Scrive anche sulla malattia di suo padre, sul dolore, sulla precarietà dell’essere. Il suo lavoro uscirà o è già apparso nelle seguenti riviste statunitensi: The Arkansas International, Kitchen Table Quarterly, Folly Journal, Sea to Sky Review e The Under Review. Queste sono le prime traduzioni italiane delle sue poesie.

 https://www.jamesekenstedtpoetry.com



Good Son

Originally published in Sea to Sky Review (Volume 6, Issue 1, 2025)

Let’s lean linear, yes?

One:
Start with belief.
Fishes, crosses,
the clean weight of righteous me.

Two:
Shatter that glass plate.
Make me tap dance
till the blood shards kiss heel,
forge a breaking shoe.
Cinderella, I guess,
was born of the jig.

Three:
Deny, defy, get high,
drop him cold
with a clean right.

Four:
Note gray pubic hair
as you hoist him
over the toilet.

 

Good Son showed up
to dance on time.

 


 

Bravo figlio

Incliniamoci linearmente, va bene?

Uno:

Partiamo dalla convinzione.

Pesci, croci,

il peso pulito della mia rettitudine.

Due:

Spezza il piatto di vetro.

Fammi ballare il tiptap

fino a quando i cocci di sangue baciano il tacco,

forgiando una scarpa mentre si rompe.

Credo che Cenerentola

sia nata dalla giga.

Tre:

Negare, sfidare, sballarsi

mollarlo a freddo

arrogandomi il diritto pulito.

Quattro:

Noti dei peli pubici grigi

mentre lo alzi

sul gabinetto.

 

Il bravo figlio è arrivato

in tempo per ballare.


 

  

Starving Out Dementia

 

Day One:

Bags bounce out

of the trunk & I note

a front yard cage.

Day Two:

A squirrel buries

acorns in Dad’s ears. The cage

will catch him.

Day Three:

I ignore the cage’s

pleading, escalating squeaks.

Day Four:

Dad’s plan is to let

him starve to death.

Day Five:

How loud can hunger

call for an acorn?

Day Six:

I carry the cage into

pine dust & let him free.

Resurrection Day:

An oak tree

splits open Dad’s head

from inside in search

of a cage to contain itself.

 


 

Affamare la demenza

 

Primo giorno:

Le borse rimbalzano

dal bagagliaio & noto

una gabbia nel giardino di fronte.

Secondo giorno:

Uno scoiattolo seppellisce

ghiande nelle orecchie

di papà. La gabbia

lo prenderà.

Terzo giorno:

Non faccio caso

alla supplica

della gabbia, cigolii

crescenti.

Quarto giorno:

Il piano di papà

è di lasciarla morire

di fame.

Quinto giorno:

Come fa la fame a chiamare

una ghianda così forte?

Sesto giorno:

Porto la gabbia

nella polvere del pino & la libero.

Giorno della risurrezione:

Da dentro, una quercia

spacca la testa di papà

alla ricerca di una gabbia

per contenersi.


 

 

Permanence

 

Originally published in After Happy Hour Review (AHH), Issue 30, Summer 2026.

 

Man, let that poor sucker sleep. I can’t form words.

I can mythologize a bomber leather jacket,

a blue cowboy, a handsome guy with a great vacant

yawn. See, whitewashing personal histories is 

easy. The devil looks just like me. He is a

long-distance runner who ran the length of

the horizon to find time boxed and compressed.

His eyes are microscopes for this vehicle of sound

and motion. Looking for me? I’d forgotten

who I was. My lease on this body is cheap

man fabric. My violence is seductive and inherited.

Find me driving a pickup truck with murals of nude, fat men.

As a kid, they were my heroes, muscular beer can smooth.

I remember. Now, no body holds the wheel.


 

Permanenza

 

 

Fra’, lascia quel poveraccio dormire. Non posso formare parole.

Posso mitizzare un giubbotto di pelle stile bomber,

un cowboy blu, un bel tipo con un grande sbadiglio

vuoto. Vedi, riscrivere la propria storia è

facile. Il diavolo mi assomiglia; è un maratoneta

che ha corso la lunghezza dell’orizzonte

per trovare il tempo inscatolato e compresso.

I suoi occhi sono microscopi per questo veicolo di suono

e movimento. Mi stavi cercando? Avevo dimenticato

chi fossi io. Il mio contratto d’affitto per questo corpo

è uno scadente tessuto da uomo. La mia violenza è seducente

e ereditata. Mi troverai al volante di un pickup con murales

di grassi uomini nudi. Da ragazzo, erano i miei eroi, lisci muscoli

da lattina di birra. Mi ricordo. Ora nessuno tiene il volante.

 

  

Relapsing into Space

Originally published in Sea to Sky Review, Volume 6, Issue 1, 2025

It’s a blast of yellow,
the opiates fade while my eyes curtain close
off on another pilot speaking,
another “prepare for landing.” I’ve spent sixteen
years crawling this line,
balancing is just stalling with style.

Bold, bitter, balloons, and glitter –
floating hands, karaoke, and ten different
ways to be a sinner
bottled into one dusk, witness
one whiff of joy streak through snaked clouds.
Aren’t we all desperate in our own cabin-pressured ways?

Last night was not a movie.
It’s a graded, faded rerun I’ve lived before.
Her head on my shoulder was a tease of
a life pure.
Or was it the K, the gas, the burn?

Tonight will find me, and tomorrow too.
The cabin crew and somewhere hidden there
I am too

with tightrope balance and roped-in tight ambition,
floating just above consequence.

 


 

Recidivare nello spazio

È una raffica di giallo,

gli oppiati svaniscono mentre le tende dei miei occhi

si chiudono, accesi spenti, un altro pilota parla,

un altro “prepararsi all’atterraggio.” Ho passato sedici

anni ad arrampicarmi su questa linea

l’equilibrio è rimandare con eleganza.

 

Arditi, amari palloni e lustrini –

mani galleggianti, karaoke e dieci modi

diversi di essere un peccatore

imbottigliati in un crepuscolo, assistere

a un pizzico di gioia mentre sfreccia attraverso nuvole serpeggianti.

Non siamo tutti disperati nella nostra cabina pressurizzata?

Ieri sera non era un film.

È una replica sbiadita valutata che ho già vissuto.

La sua testa sulla mia spalla era una stuzzicata

di vita pura.

O era la ketamina, la benzina, la scotta?

Questa notte mi troverà, e anche domani.

Gli assistenti di volo e da qualche parte

di nascosto anch’io

con l’equilibrio del funambolo e l’ambizione ben legata

sospeso al di là delle conseguenze.

 

  

Coos Bay, Oregon 2015

 

Your rig and trailer

are stuffed with pulaskis, scuffed

Igloo coolers, sweat stained shirts, chainsaw

oil. The E-350 keys are at the

bottom of a storm sewer man-

hole. Nine teenage boys and you

crowd the circle

opening. Two boys come

back from a Fred Meyer

with wire and string to shape.

You don’t ask if they stole

or paid. You know that answer.

 

Eleven boys and you,

crouched casting wire

for your permission to leave.

You imagine calling your

boss and telling her you

dropped your ability to

twist 325 horses into

power seven feet below.

You don’t call.

 

A boy,

waist long black hair

armoring his back, wields

his makeshift wire hook.

He makes contact

with the glittering

keys. The volume lifts.

Ten other boys peer,

clamber, yelp, point, direct.

A roar as our gladiator enters

the arena. Here, on

this Fred Meyer

black asphalt, you

and eleven boys fish

for your freedom

 


 

Baia di Coos, Oregon 2015

 

Il tuo bestione con rimorchio

è pieno di asce pulaski, frigo

igloo graffiati, maglie imbrattate di sudore, olio

da motosega. Le chiavi E-350 sono

in fondo a un tombino.

Nove adolescenti e tu

vi accalcate intorno al cerchio

di apertura. Due ragazzi

tornano dal negozio Fred Meyer

con filo di ferro e corda modulabili.

Non chiedi se hanno pagato

o rubato. Sai già la risposta.

 

Tu e undici ragazzi

accovacciati mentre lanciate

il filo di ferro aspettando il permesso

di partire

Immagini di chiamare

il tuo capo dicendole

che hai mollato la tua capacità

di sprigionare 325 cavalli

di potenza a due metri di profondità.

Non chiami.

 

Un ragazzo,

capelli lunghi fino alla vita

che armeggiano la schiena, maneggia

l’uncino di ferro appena fabbricato.

Entra in contatto

con le scintillanti

chiavi. Il volume si alza. 

Dieci altri ragazzi scrutano,

si agitano, stridono indicano, dirigono.

Un ruggito mentre il gladiatore entra

nell’arena. Qui

sull’asfalto nero

di Fred Meyer, tu

e undici ragazzi

pescate per la vostra libertà.

 

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BARBARA CARLE 


BIONOTA Barbara Carle poeta, traduttore e critico. È italianista emerita all'Università statale della California a Sacramento. Ha pubblicato diversi libri di poesia bilingue e un libro di poesia e prosa in italiano. Ha tradotto molti poeti dall'italiano all'inglese e dall'inglese all'italiano.



 

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