Villa Lante al Gianicolo - I parte (VISITE GUIDATE) ~ di Jacqueline Spaccini
VISITE GUIDATE/STORIA DELL'ARTE
JACQUELINE SPACCINI
VILLA LANTE AL GIANICOLO
I PARTE
È l’estate del 1514. A Roma, l’afa non si sopporta
più. Baldassarre Turini di professione datario del papa, decide di farsi
costruire un casino su una delle alture romane. Gli è stato consigliato il
Gianicolo, collina sulla riva destra del Tevere: lassù la frescura è
assicurata.
Non è romano, le sue origini sono pesciatine, quando è
nato – nel 1485 – la sua città (oggi in provincia di Pistoia) non era più sotto
il dominio della confinante Lucca (ma la diocesi resterà lucchese fino al 1519),
bensì della repubblica di Firenze. Ha fatto studi notarili, proviene da una
famiglia nobile e vanta un ambasciatore papale. Perché non intraprendere la
carriera ecclesiastica? Si «smarca» dalla provincia e diventa collaboratore
dell’allora cardinale Giovanni de’ Medici (figlio di Lorenzo il Magnifico),
seguendolo nel periodo dell’esilio, a partire dal 1509. La famiglia rientra nel
1512, Giovanni diventa papa nel 1513 e premia la fedeltà del suo assistente,
facendolo datario, vale a dire responsabile di concessione di suppliche e
beneficenze, grazie, dispense, privilegi richiesti al papa, datando i documenti
pontifici (da qui «datario»), amministrando così beni mobili e immobili.
Sicché, si diceva, vuol farsi costruire un casino,
in cui non si colloca la residenza abituale, ma locus amoenus dell’otium
ove riposare, leggere, scrivere, dissertare di filosofia o di letteratura,
godere della natura. In una lettera del 1517 (?), Raffaello scrive a Baldassare
Castiglione dell’intenzione, da parte del Turini, di costruire la suddetta
villa, resa verosimile dall’acquisto di 2 ettari di vigne al Gianicolo.
All’epoca è una distesa di vigneti, ma è anche luogo paganamente sacro, giacché
lì è la tomba del secondo re di Roma, Numa Pompilio, perché lì Marziale passava
i suoi soggiorni in casa del cugino:
Iuli iugera pauca
Martialis
Hortis Hesperidum beatiora
Longo Ianiculi iugo recumbunt:
Lati collibus eminent recessus
Et planus modico tumore
uertex
Caelo perfruitur
sereniore
Et curuas nebula tegente ualles
Solus luce nitet
peculiari:
Puris leniter admouentur
astris
Celsae culmina delicata uillae.
Hinc septem dominos uidere montis
Et totam licet aestimare
Romam,
Albanos quoque
Tusculosque colles
Et quodcumque iacet sub urbe frigus,
Fidenas ueteres breuesque
Rubras,
Et quod uirgineo cruore
gaudet
Annae pomiferum nemus Perennae[1].
Da qui si può ammirare tutta Roma. Chi costruirà la villa? Il braccio destro di
Raffaello, Giulio Pippi meglio noto come Giulio Romano. Colui che in seguito
verrà ricordato come l’architetto (e il pittore degli interni) di Palazzo Te a
Mantova per il marchese Federico II Gonzaga, è anche il progettista di altri
due edifici insieme con Villa Lante. Nel 1519 concepisce e in parte realizza palazzo
Stati Cenci Maccarani (quello del Caffè Sant’Eustachio) e nel 1520 Palazzo
Salviati alla Lungara (attuale sede del Ministero della Difesa), a Roma.
L’edificio che si va a costruire sul Gianicolo nel
1518 segue i canoni della villa medicea: armonia, simmetria, eleganza;
praticamente un cubo che nel piano nobile segue l’ordine tuscanico, ionico al
primo piano, l’attico e il tetto, a falde, quadrangolare. Ai lati due alti
pilastri, probabilmente usati come serbatoi di acqua piovana, incorniciano la
bella facciata. Una semplice scala frontale permette l’accesso al vestibolo sul
prospetto ovest, mentre su quello est è situata la loggia da cui poter ammirare
totam Romam.
Ma c’è un ma. Anzi ce ne sono due. Nel giorno del suo
37° compleanno, Raffaello Sanzio, il divin pittore, muore
all’improvviso. Che sia a causa della sifilide, di una febbre tifoidea o di una
polmonite, muore. Fa appena in tempo a dettare il suo testamento. Nomina
Baldassarre Turini suo esecutore testamentario. La sua scomparsa genera
scompiglio nella sua bottega: il Sanzio ha accettato tante commissioni (ben
pagate) che non potrà portare a termine. E i committenti reclamano. Tocca a
Giulio Romano divenuto suo erede, per designazione stessa di Raffaello,
risolvere i problemi e concludere tutti i lavori, insieme con i «ragazzi» della
bottega.
È il 6 aprile 1520: ce la farà, ma gli occorreranno
quattro anni per assolvere al suo compito. Solo allora, nel 1524, potrà alfine
accogliere la pressante richiesta che viene da Mantova per l’intermediario del
Castiglione e lasciare Roma, città alla quale non farà più ritorno.
E un anno dopo, muore Leone X. Per Baldassarre Turini
è una iattura: nel gennaio del 1522 viene eletto al soglio pontificio un
fiammingo che proviene da Utrecht, Adriaan Florenszoon Boeyens d'Edel. Papa
nuovo, squadra nuova: Turini è esautorato. La costruzione della villa si
interrompe.
Sfortuna di breve durata, ché già nel settembre
dell’anno successivo, Adriano VI è morto e al suo posto viene eletto papa
Giulio, figlio di quel Giuliano de’ Medici assassinato nella congiura dei
Pazzi, il nipote di Leone X, che prende il nome di Clemente VII. Tornano i
Medici, torna Baldassarre Turini. Riprendono i lavori di costruzione della
villa gianicolense. Nel 1525 l’opera è a buon punto se può permettersi di
ricevere per una breve visita del nuovo papa. Leone X l’aveva fatto datario e
promesso di assegnargli il cardinalato. Clemente VII lo riprende con sé ma non
è più datario, né mai diventerà cardinale.
Torniamo alla facciata del prospetto ovest. Quella che
vediamo oggi è rimaneggiata. Ai primi del XIX secolo, i proprietari del tempo aggiungono
tre balconcini – che comportano tra l’altro la distruzione della parte
superiore dell’arco di ingresso –, le finestre del primo piano vengono
allungate (si rompe la simmetria), e già che ci siamo si aggiunge una scala a
branchie (o tenaglia) a opera di Virginio Bracci, scultore figlio di scultore e
«tutor» di Antonio Canova. Non sarà l’unico stravolgimento definitivo.
Ma entriamo nella villa, sotto la bandiera della
Finlandia che garrisce al vento frizzante del Gianicolo.
Accediamo allo stretto vestibolo con volta a
botte, formata da cassettoni ottagonali e quadrangolari con rosette al centro. A
sinistra e a destra due porte che nascondono due stanze (adibite
all’ufficio del direttore dell’Istituto e alla cancelleria) affrescate di
grottesche e dipinti che riproducono nella stanza di sinistra (lo studio del
Direttore dell’Istitutum Romanum Finlandiae) – e – le donne dipinte da
Raffaello [la Fornarina, la Velata, la Gravida e la Musa Melpomene] e in quella
di destra (l’ufficio) Lucrezia Tornabuoni, la Musa Thalia, la Maddalena, la
Musa Euterpe. Nella cancelleria dell’ambasciata di Finlandia presso la Santa
Sede (cui si accede dal Salone), troveremo sempre le grottesche, scoperte
all’epoca, e il ritratto affrescato sul soffitto dei grandi uomini dell’arte e
della letteratura italiana [Dante, Petrarca, Raffaello e Poliziano]. L’autore
di questi affreschi è presumibilmente Vincenzo Tamagni, allievo di Raffaello. Al
centro del soffitto troviamo un ottagono di un periodo successivo (XVII secolo)
che raffigura lo stemma di Marcello Lante, a forma di cartiglio con tre aquile
bianche e sormontato da cappello cardinalizio.
Sempre nel vestibolo troneggia una scritta che attesta
il passaggio di papa Pio VII, quello di Napoleone I Bonaparte, rappresentato nell’atto
di assistere all’incoronazione di Joséphine de Beauharnais, nel dipinto di
Jacques-Louis David. In quel dipinto, Pio VII è relegato a distanza e non può
procedere all’intronisation dell’imperatore con il sommo pontefice che
posa la corona sul capo del nuovo monarca, così come era avvenuta l’incoronazione
di Carlomagno da parte di Leone III, la notte di Natale dell’800. La scritta in
latino riporta il conforto di Pio VII che può alfine qui riprendersi dalle
tribolazioni inflittegli dal francese.
Dal vestibolo si accede al Salone, luogo di ricevimento
e di conversazione. Le opere presenti in questa sala appartengono a periodi e
proprietari diversi.
Turini muore nel 1543. Il suo testamento stabilisce che tutti i suoi beni
(possedeva vari appartamenti dentro Roma) siano venduti e i proventi investiti
a favore della città di Pescia, in cui sarà sepolto con monumento funebre. La
villa, nel frattempo, si è estesa: gli ettari sono diventati nove. I vigneti
hanno lasciato il posto a magnifici giardini. Il nipote, suo erede, nicchia per
un po’ di anni, affittando la villa a varie personalità. Nel 1551 la villa
viene venduta ai proprietari confinanti, i Lante.
Costoro conserveranno il sito per quasi 250 anni. Non
si sa molto, se non che nella loro dinastia figura un alto prelato, il
cardinale Marcello Lante (1561-1652), un umanista di grande sensibilità
artistica che si prodigherà per il benessere culturale e artistico di Roma,
senza mai voler figurare in nessuna epigrafe aut similia. Non sua fu
presumibilmente la scelta di affrescare il soffitto delle tre salette con immagini
tipiche della sua araldica ecclesiastica: il galero (cappello rosso
cardinalizio), le nappe, e naturalmente le tre aquile bianche dei Lante.
Convertì la gran parte dei terreni acquisiti in vigne e agrumeti, i cui
raccolti venivano poi rivenduti a terzi, ricavandone dei proventi. Quel che sappiamo per certo è che quando nel
1643 il papa Urbano VIII requisirà una gran parte dei giardini della villa – che
nel frattempo aveva esteso i suoi domini per quasi tutto il Gianicolo –, al
fine di erigere un nuovo tratto delle mura difensive vaticane, la richiesta di
risarcimento da parte della famiglia Lante Della Rovere le procurerà nel 1656
un feudo nel viterbese (ancor oggi si può visitare la Villa Lante a Bagnaia coi
suoi magnifici giardini).
Nel primo ventennio del XIX secolo, i Lante conoscono una grande criticità economica che
li porterà a vendere villa & annessi al principe Camillo Borghese
(omonimo di quel Camillo divenuto nel 1605 papa Paolo V), meglio noto come
marito di Paolina Bonaparte e cognato di Napoleone I Bonaparte. Sarà nelle sue
mani una villa negletta (1817-1837).
continua >>
Jacqueline Spaccini
29 marzo 2026
[1] Marco Valerio MARZIALE,
Liber IV Epigramma 64 [I pochi ettari di terreno di Giulio Marziale/Più beati
dei giardini delle Esperidi/Si adagiano sul lungo crinale del Gianicolo:/Si
stagliano le rientranze delle ampie colline/E la cima pianeggiante con un lieve
dislivello/Il cielo gode di una serenità maggiore/E le valli, avvolte dalla
nebbia, s’incurvano/Il sole splende di una luce particolare:/Le stelle pure si
muovono dolcemente/Le alte cime dei delicati borghi/Da qui si possono scorgere
i sette colli dominatori/E si può ammirare tutta Roma,/i colli albanesi e tuscolani/E
le fredde località suburbane,/L’antica Fidene e la piccola Rubra,/E ciò che
gioisce del sangue verginale/Il sempreverde frutteto di Anna./ (Google
traduttore)].
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