Villa Lante al Gianicolo - I parte (VISITE GUIDATE) ~ di Jacqueline Spaccini

 VISITE GUIDATE/STORIA DELL'ARTE


JACQUELINE SPACCINI

VILLA LANTE AL GIANICOLO

I PARTE

 *la seconda parte sarà pubblicata il 4 novembre 2026

                               Villa Lante al Gianicolo (ingresso)

 

È l’estate del 1514. A Roma, l’afa non si sopporta più. Baldassarre Turini di professione datario del papa, decide di farsi costruire un casino su una delle alture romane. Gli è stato consigliato il Gianicolo, collina sulla riva destra del Tevere: lassù la frescura è assicurata.

Non è romano, le sue origini sono pesciatine, quando è nato – nel 1485 – la sua città (oggi in provincia di Pistoia) non era più sotto il dominio della confinante Lucca (ma la diocesi resterà lucchese fino al 1519), bensì della repubblica di Firenze. Ha fatto studi notarili, proviene da una famiglia nobile e vanta un ambasciatore papale. Perché non intraprendere la carriera ecclesiastica? Si «smarca» dalla provincia e diventa collaboratore dell’allora cardinale Giovanni de’ Medici (figlio di Lorenzo il Magnifico), seguendolo nel periodo dell’esilio, a partire dal 1509. La famiglia rientra nel 1512, Giovanni diventa papa nel 1513 e premia la fedeltà del suo assistente, facendolo datario, vale a dire responsabile di concessione di suppliche e beneficenze, grazie, dispense, privilegi richiesti al papa, datando i documenti pontifici (da qui «datario»), amministrando così beni mobili e immobili.

Sicché, si diceva, vuol farsi costruire un casino, in cui non si colloca la residenza abituale, ma locus amoenus dell’otium ove riposare, leggere, scrivere, dissertare di filosofia o di letteratura, godere della natura. In una lettera del 1517 (?), Raffaello scrive a Baldassare Castiglione dell’intenzione, da parte del Turini, di costruire la suddetta villa, resa verosimile dall’acquisto di 2 ettari di vigne al Gianicolo. All’epoca è una distesa di vigneti, ma è anche luogo paganamente sacro, giacché lì è la tomba del secondo re di Roma, Numa Pompilio, perché lì Marziale passava i suoi soggiorni in casa del cugino:

Iuli iugera pauca Martialis

Hortis Hesperidum beatiora

Longo Ianiculi iugo recumbunt:

Lati collibus eminent recessus

Et planus modico tumore uertex

Caelo perfruitur sereniore

Et curuas nebula tegente ualles

Solus luce nitet peculiari:

Puris leniter admouentur astris

Celsae culmina delicata uillae.

Hinc septem dominos uidere montis

Et totam licet aestimare Romam,

Albanos quoque Tusculosque colles

Et quodcumque iacet sub urbe frigus,

Fidenas ueteres breuesque Rubras,

Et quod uirgineo cruore gaudet

Annae pomiferum nemus Perennae[1].

 

Da qui si può ammirare tutta Roma. Chi costruirà la villa? Il braccio destro di Raffaello, Giulio Pippi meglio noto come Giulio Romano. Colui che in seguito verrà ricordato come l’architetto (e il pittore degli interni) di Palazzo Te a Mantova per il marchese Federico II Gonzaga, è anche il progettista di altri due edifici insieme con Villa Lante. Nel 1519 concepisce e in parte realizza palazzo Stati Cenci Maccarani (quello del Caffè Sant’Eustachio) e nel 1520 Palazzo Salviati alla Lungara (attuale sede del Ministero della Difesa), a Roma.

L’edificio che si va a costruire sul Gianicolo nel 1518 segue i canoni della villa medicea: armonia, simmetria, eleganza; praticamente un cubo che nel piano nobile segue l’ordine tuscanico, ionico al primo piano, l’attico e il tetto, a falde, quadrangolare. Ai lati due alti pilastri, probabilmente usati come serbatoi di acqua piovana, incorniciano la bella facciata. Una semplice scala frontale permette l’accesso al vestibolo sul prospetto ovest, mentre su quello est è situata la loggia da cui poter ammirare totam Romam.

Ma c’è un ma. Anzi ce ne sono due. Nel giorno del suo 37° compleanno, Raffaello Sanzio, il divin pittore, muore all’improvviso. Che sia a causa della sifilide, di una febbre tifoidea o di una polmonite, muore. Fa appena in tempo a dettare il suo testamento. Nomina Baldassarre Turini suo esecutore testamentario. La sua scomparsa genera scompiglio nella sua bottega: il Sanzio ha accettato tante commissioni (ben pagate) che non potrà portare a termine. E i committenti reclamano. Tocca a Giulio Romano divenuto suo erede, per designazione stessa di Raffaello, risolvere i problemi e concludere tutti i lavori, insieme con i «ragazzi» della bottega.

È il 6 aprile 1520: ce la farà, ma gli occorreranno quattro anni per assolvere al suo compito. Solo allora, nel 1524, potrà alfine accogliere la pressante richiesta che viene da Mantova per l’intermediario del Castiglione e lasciare Roma, città alla quale non farà più ritorno.

E un anno dopo, muore Leone X. Per Baldassarre Turini è una iattura: nel gennaio del 1522 viene eletto al soglio pontificio un fiammingo che proviene da Utrecht, Adriaan Florenszoon Boeyens d'Edel. Papa nuovo, squadra nuova: Turini è esautorato. La costruzione della villa si interrompe.

Sfortuna di breve durata, ché già nel settembre dell’anno successivo, Adriano VI è morto e al suo posto viene eletto papa Giulio, figlio di quel Giuliano de’ Medici assassinato nella congiura dei Pazzi, il nipote di Leone X, che prende il nome di Clemente VII. Tornano i Medici, torna Baldassarre Turini. Riprendono i lavori di costruzione della villa gianicolense. Nel 1525 l’opera è a buon punto se può permettersi di ricevere per una breve visita del nuovo papa. Leone X l’aveva fatto datario e promesso di assegnargli il cardinalato. Clemente VII lo riprende con sé ma non è più datario, né mai diventerà cardinale.

Torniamo alla facciata del prospetto ovest. Quella che vediamo oggi è rimaneggiata. Ai primi del XIX secolo, i proprietari del tempo aggiungono tre balconcini – che comportano tra l’altro la distruzione della parte superiore dell’arco di ingresso –, le finestre del primo piano vengono allungate (si rompe la simmetria), e già che ci siamo si aggiunge una scala a branchie (o tenaglia) a opera di Virginio Bracci, scultore figlio di scultore e «tutor» di Antonio Canova. Non sarà l’unico stravolgimento definitivo.

Ma entriamo nella villa, sotto la bandiera della Finlandia che garrisce al vento frizzante del Gianicolo.

Accediamo allo stretto vestibolo con volta a botte, formata da cassettoni ottagonali e quadrangolari con rosette al centro. A sinistra e a destra due porte che nascondono due stanze (adibite all’ufficio del direttore dell’Istituto e alla cancelleria) affrescate di grottesche e dipinti che riproducono nella stanza di sinistra (lo studio del Direttore dell’Istitutum Romanum Finlandiae) – e – le donne dipinte da Raffaello [la Fornarina, la Velata, la Gravida e la Musa Melpomene] e in quella di destra (l’ufficio) Lucrezia Tornabuoni, la Musa Thalia, la Maddalena, la Musa Euterpe. Nella cancelleria dell’ambasciata di Finlandia presso la Santa Sede (cui si accede dal Salone), troveremo sempre le grottesche, scoperte all’epoca, e il ritratto affrescato sul soffitto dei grandi uomini dell’arte e della letteratura italiana [Dante, Petrarca, Raffaello e Poliziano]. L’autore di questi affreschi è presumibilmente Vincenzo Tamagni, allievo di Raffaello. Al centro del soffitto troviamo un ottagono di un periodo successivo (XVII secolo) che raffigura lo stemma di Marcello Lante, a forma di cartiglio con tre aquile bianche e sormontato da cappello cardinalizio.

Sempre nel vestibolo troneggia una scritta che attesta il passaggio di papa Pio VII, quello di Napoleone I Bonaparte, rappresentato nell’atto di assistere all’incoronazione di Joséphine de Beauharnais, nel dipinto di Jacques-Louis David. In quel dipinto, Pio VII è relegato a distanza e non può procedere all’intronisation dell’imperatore con il sommo pontefice che posa la corona sul capo del nuovo monarca, così come era avvenuta l’incoronazione di Carlomagno da parte di Leone III, la notte di Natale dell’800. La scritta in latino riporta il conforto di Pio VII che può alfine qui riprendersi dalle tribolazioni inflittegli dal francese.

Dal vestibolo si accede al Salone, luogo di ricevimento e di conversazione. Le opere presenti in questa sala appartengono a periodi e proprietari diversi.

Turini muore nel 1543. Il suo testamento stabilisce che tutti i suoi beni (possedeva vari appartamenti dentro Roma) siano venduti e i proventi investiti a favore della città di Pescia, in cui sarà sepolto con monumento funebre. La villa, nel frattempo, si è estesa: gli ettari sono diventati nove. I vigneti hanno lasciato il posto a magnifici giardini. Il nipote, suo erede, nicchia per un po’ di anni, affittando la villa a varie personalità. Nel 1551 la villa viene venduta ai proprietari confinanti, i Lante.

Costoro conserveranno il sito per quasi 250 anni. Non si sa molto, se non che nella loro dinastia figura un alto prelato, il cardinale Marcello Lante (1561-1652), un umanista di grande sensibilità artistica che si prodigherà per il benessere culturale e artistico di Roma, senza mai voler figurare in nessuna epigrafe aut similia. Non sua fu presumibilmente la scelta di affrescare il soffitto delle tre salette con immagini tipiche della sua araldica ecclesiastica: il galero (cappello rosso cardinalizio), le nappe, e naturalmente le tre aquile bianche dei Lante. Convertì la gran parte dei terreni acquisiti in vigne e agrumeti, i cui raccolti venivano poi rivenduti a terzi, ricavandone dei proventi.  Quel che sappiamo per certo è che quando nel 1643 il papa Urbano VIII requisirà una gran parte dei giardini della villa – che nel frattempo aveva esteso i suoi domini per quasi tutto il Gianicolo –, al fine di erigere un nuovo tratto delle mura difensive vaticane, la richiesta di risarcimento da parte della famiglia Lante Della Rovere le procurerà nel 1656 un feudo nel viterbese (ancor oggi si può visitare la Villa Lante a Bagnaia coi suoi magnifici giardini).

Nel primo ventennio del XIX secolo, i Lante conoscono una grande criticità economica che li porterà a vendere villa & annessi al principe Camillo Borghese (omonimo di quel Camillo divenuto nel 1605 papa Paolo V), meglio noto come marito di Paolina Bonaparte e cognato di Napoleone I Bonaparte. Sarà nelle sue mani una villa negletta (1817-1837).

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Jacqueline Spaccini

29 marzo 2026



[1] Marco Valerio MARZIALE, Liber IV Epigramma 64 [I pochi ettari di terreno di Giulio Marziale/Più beati dei giardini delle Esperidi/Si adagiano sul lungo crinale del Gianicolo:/Si stagliano le rientranze delle ampie colline/E la cima pianeggiante con un lieve dislivello/Il cielo gode di una serenità maggiore/E le valli, avvolte dalla nebbia, s’incurvano/Il sole splende di una luce particolare:/Le stelle pure si muovono dolcemente/Le alte cime dei delicati borghi/Da qui si possono scorgere i sette colli dominatori/E si può ammirare tutta Roma,/i colli albanesi e tuscolani/E le fredde località suburbane,/L’antica Fidene e la piccola Rubra,/E ciò che gioisce del sangue verginale/Il sempreverde frutteto di Anna./ (Google traduttore)].


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JACQUELINE SPACCINI

 BIONOTA
Di natura poliedrica, Jacqueline Spaccini è nata in Francia, ma da alcuni anni è tornata a vivere in Italia. Si occupa di contaminazione tra il linguaggio letterario e artistico; scrive poesia multilingue. È traduttrice e autrice di saggi e novelle. Scrive pièces, ha diretto atelier di recitazione; è stata regista e attrice teatrale. Dal 2009 fa parte della Compagnia delle Poete, fondata da Mia Lecomte.  
Narratrice volontaria FAI, dal 2026 è anche guida turistica nazionale abilitata.

 

 

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