'O surdato 'nnammurato: l'inno di chi andava a morire e scriveva a casa (STORIA) (LE NUGAE DI ANSELMO/1) ~ Anselmo Liguori - TeclaXXI

 STORIA/

LE NUGAE DI ANSELMO / 1

 

Anselmo Liguori

 

'O surdato 'nnammurato: l'inno di chi andava a morire e scriveva a casa

 

 

     Soldati italiani della I Guerra Mondiale in trincea  http://commons.wikimedia.org/

 

        Vedete, quando uno pensa a 'O surdato 'nnammurato gli viene subito in mente la chitarra, il mandolino, il tenore che la canta col fazzoletto in mano e la voce rotta. Una canzone d'amore. Dolce. Napoletana. E invece no. 'O surdato 'nnammurato è una lettera dal fronte. È del 1915. Ed è l’inno, suo malgrado, di una generazione che è andata a farsi ammazzare sulle Alpi e sul Carso senza capire bene il perché. Il Papa di allora, Benedetto XV, la chiamò "l’inutile strage". E aveva ragione lui.

        La storia la conosciamo tutti a metà. Il testo è di Aniello Califano, poeta e giornalista napoletano. La musica è di Enrico Cannio, maestro e compositore. Esce nell’agosto del 1915, pochi mesi dopo che l’Italia è entrata in guerra. Califano non era un soldato. Era un borghese, di mezza età. Ma aveva l’orecchio. E aveva il cuore a Napoli. E capì subito una cosa: a guerra iniziata, le madri, le mogli, le fidanzate restavano a casa. E i ragazzi partivano. E che cosa facevano quei ragazzi la sera, nelle trincee, col freddo e con la paura? Scrivevano. Ecco da dove nasce la canzone. Da una lettera.

        "Giornata 'e festa, e io nun sto cuntento...

        Ca sulo a te penzanno, io sto murenno"

Tradotto: è festa grande a Napoli, il 2 giugno, e io sto qua nel fango. E penso solo a te. E sto morendo.

Notate il verbo: "sto murenno". Non "potrei morire". Sto morendo. È già presente. Perché nel 1915 sui giornali arrivavano i primi elenchi. E tutti conoscevano qualcuno che non era tornato. Poi arriva l’apostrofe. Il vero colpo al cuore.

        "Oi vita, oi vita mia,

        tu si' 'a speranza mia!"

        Fermatevi qui un attimo. Perché qua non canta più il soldato. Piange l’uomo. "Oi vita, oi vita mia" non è un verso. È un lamento. È come quando stai al banchetto e perdi l’ultima carta e non dici niente, butti solo un sospiro. Solo che questo sospiro vale una vita intera.

        Califano in 6 parole ti mette dentro tutta la paura: la paura di non tornare, la paura di essere dimenticato, la paura che "la vita" che è fuori ad aspettarti diventi solo un ricordo. È disperazione pura, vestita da melodia. Il genio di Califano è stato questo: non ha scritto una canzone di propaganda. Non ha scritto "andiamo a Trieste e Trento". Ha scritto la verità della trincea. La nostalgia. La fame. Il freddo. E l’amore come unica ancora di salvezza.

        "Tu nun me scurdà, nun me scurdà..."

Ovvero: Non dimenticarmi. Perché se mi dimentichi, allora sì che sono morto davvero. E qui casca l’asino di chi la canta oggi come una canzone romantica. Non è romantica. È disperata. È la voce di un ragazzo di 20 anni che sa che probabilmente non rivedrà più la sua ragazza. E l’unico modo per tenerla viva è scriverle. Anche se la lettera ci metterà settimane. Anche se magari quando arriverà, lui non c’è più.

Enrico Cannio ci mise sopra una musica che sembrava una serenata. E fu un colpo di genio. Perché il contrasto tra la melodia dolce e il testo tragico è quello che la fece esplodere. La cantavano nelle case, nei teatri, nelle osterie. La cantavano anche al fronte.

        E qui c’è la storia che pochi sanno. Dicono, e io ci credo, che nelle notti di stallo sul fronte dell’Isonzo, i nostri la cantavano a bassa voce. E dall’altra parte, gli austriaci, col fucile in mano e la stessa paura nel petto, stavano zitti ad ascoltare. Pensate: nemici. Con un filo spinato in mezzo. E la stessa canzone che li faceva piangere tutti e due. Perché la nostalgia, vedete, non ha divisa. La nostalgia è una lingua universale. E per tre minuti quella guerra si fermava.    La canzone ebbe un successo immediato e travolgente. Fu incisa, ristampata, tradotta. Divenne "la" canzone dei soldati. Non La Leggenda del Piave. Quella arrivò dopo, nel 1918, per chiudere i conti. 'O surdato 'nnammurato è la canzone di chi sta al fronte. Di chi non sa se vincerà o perderà. Sa solo che ha freddo, che gli manca casa, e che fuori è scoppiato un macello. E qui arriviamo al punto storico, quello che a me interessa sottolineare a distanza di più di un secolo.

        La Prima guerra mondiale del 1915-1918, ossia la Grande guerra per antonomasia, fu anche per l’Italia una carneficina. 650.000 morti. Caporetto. Isonzo. Dodici battaglie. Per che cosa? Per quattro province. Il Papa lo disse chiaro, definendola come un’"inutile strage". E questa canzone, senza volerlo, gli diede la colonna sonora. Perché non parla di Patria. Non parla di onore. Parla di una finestra illuminata a Napoli. Parla di un profumo. Parla di una promessa: "Si tu me vuò bene, famme 'na preghiera". Fammi una preghiera. Non una medaglia. Una preghiera. Ecco perché questa canzone ha scavalcato il tempo.

        Perché oggi, a più di 100 anni, la sentite perfino allo stadio. La cantano infatti i tifosi del Napoli. 50.000 persone. Sciarpe in alto. E manco sanno chi era Califano, manco sanno del 1915. Ma la cantano lo stesso. Perché è diventata transgenerazionale. È passata da lettera di un soldato a inno di un popolo. Hanno dimenticato le origini, è vero. Ma ne hanno tenuto vivo lo spirito: l’attaccamento, la lontananza, la voglia di tornare a casa.

        È la stessa cosa, eh. Ieri era la trincea. Oggi è la trasferta a Milano. Ma "Oi vita, oi vita mia" è sempre "tu si' 'a speranza mia". Ogni “guerra” ha i suoi "surdati 'nnammurati". Ragazzi che partono e scrivono a casa. E le case che aspettano e hanno paura.

        Aniello Califano morì nel 1919, subito dopo la guerra. Troppo presto. Ma la sua lettera è arrivata. E ci arriva ancora.




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ANSELMO LIGUORI

BIONOTA 

Anselmo Liguori ha 73 anni, è un professore di liceo in pensione, ora uno "studioso a tempo perso". Vive nei Quartieri Spagnoli di Napoli con una biblioteca disordinata e il vizio delle Gitanes in ricordo degli anni giovanili. Nella rubrica Le Nugae di Anselmo smonta miti, insegue curiosità e racconta retroscena. Detesta le mode storiografiche. Ama le note a piè di pagina e le verità scomode.


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