La Scienza come Arte della Rappresentazione - II parte (SCIENZA) ~ di Alessandro Giuliani - TECLAXXI
SCIENZA
Alessandro
Giuliani
La
Scienza come Arte della Rappresentazione
Parte Seconda
Salto di inquadratura:
siamo ora in un laboratorio scientifico, ambiente artificiale tanto quanto un
palcoscenico, anzi di solito molto di più. Un ricercatore che voglia verificare
una ipotesi sulla conduzione nervosa lavora su un assone gigante di calamaro
con inseriti dei minuscoli elettrodi: qualcosa di molto differente da un
neurone inserito in una rete di miliardi di altri neuroni nel nostro cervello.
Un altro ricercatore ha di fronte delle culture cellulari bidimensionali
all’interno di dischi di Petri. Egli le considera come l’equivalente di un
tumore sottoposto al complesso microambiente del corpo umano anche se la
distanza è abissale.
Lo stesso vale per
qualsiasi altro esperimento: a partire dai piani inclinati accuratamente
levigati che i migliori maestri d’ascia dell’arsenale di Venezia fornivano a
Galileo, per arrivare alla stellare complessità degli acceleratori del CERN a
Ginevra o del Fermi Lab di Chicago.
Nel caso di un
esperimento legato a un effettivo avanzamento della conoscenza, il ricercatore
(così come l’illusionista) presenta al pubblico un fenomeno che, nelle
condizioni artificiali del suo laboratorio (palcoscenico) non si spiega
completamente con l’attuale stato di conoscenze e necessita una modifica o
addirittura l’abbandono di posizioni (modelli, teorie) precedenti. Come si
comporta a questo punto il pubblico? Nel caso dello spettacolo di illusionismo,
il patto finzionale è ben circoscritto: l’illusionista non ha poteri magici e non
intende mettere in discussione le leggi della natura. Nel caso dell’esperimento
scientifico, il pubblico è formato da altri illusionisti (solo gli scienziati
leggono i lavori scientifici); si tratta quindi di un pubblico particolarmente
smaliziato e ben conscio del vasto arsenale di “trucchi” garantito
dall’artificialità (necessaria a mantenere sotto controllo il fenomeno) delle
condizioni di laboratorio. In questo caso il patto finzionale è meno
circoscrivibile che nel caso dello spettacolo di prestidigitazione: il trucco,
inteso come possibilità di integrare l’apparente anomalia del fenomeno in un
modello esplicativo preesistente, potrebbe non esserci e in questo caso
avremmo bisogno di abbandonare credenze acquisite a favore di quelle nuove. Nel
sistema detto di “revisione fra pari” (peer
review), che si utilizza per sancire l’assenza di trucchi (o meglio
l’ammissione di non averne rilevati), due o tre spettatori vengono eletti a
critici teatrali (reviewers) con lo
specifico compito di trovare delle possibilità alternative all’interno
dell’armamentario dei “trucchi” che de-rubricherebbero il nuovo risultato a
mera illusione. In caso ciò non avvenga, la conseguente pubblicazione in una
rivista scientifica rende ufficiale la scoperta.
Le spiegazioni
alternative (tutte interne al già noto), che farebbero decadere la necessità di
rimettere in discussione l’esistente, potrebbero nascondersi ovunque: nella
scelta del campione analizzato, nella distorsione indotta da un errato
trattamento statistico dei dati, dalla inadeguatezza dei sistemi di misura, da
peculiarità del modello che lo allontanano troppo dalla situazione naturale che
vorrebbe emulare. Chiaramente, maggiore l’impatto sulla conoscenza pregressa
dell’accettazione della nuova ipotesi, maggiore la profondità e l’impegno nella
scoperta di eventuali trucchi. La ricerca scientifica (parlo delle scienze
naturali come fisica, chimica, biologia) è infatti, a differenza di altre
attività umane, un pensiero tradizionale molto restio (con buoni motivi come
vedremo in seguito) ad accettare le novità. Come ogni pensiero tradizionale (si
pensi al “depositum fidei” del cattolicesimo o più prosaicamente alle
ricette dei piatti regionali o alla canzone popolare), la scienza si basa
sull’assunto che quanto scoperto in precedenza, e attentamente valutato e
soppesato negli anni, sia con altissima probabilità corretto. Questa
convinzione deriva dal fatto che l’impianto scientifico generale
sostanzialmente funziona, e dalla semplice constatazione che, a partire dal
cumulo di conoscenze pregresse (potremmo chiamarlo “depositum scientiae”),
si costruiscono strumenti che in linea di massima eseguono bene il loro
compito. Questo atteggiamento è del tutto ragionevole: la gran parte dei
‘risultati inaspettati’ esauriscono rapidamente il loro portato rivoluzionario e
l’insieme di conoscenze rimane sostanzialmente invariato (da ciò capiamo cosa
si rischia a prendere per buona ogni idea strampalata che si presenta come
scienza). È comprensibile quindi come una nuova ipotesi abbia maggiori
probabilità di essere accettata e incorporata nel depositum scientiae se
non altera il sistema di relazioni scientifiche preesistente. Possiamo
paragonare la probabilità di accettazione di una ‘novità’ scientifica
consistente in piccoli aggiustamenti della conoscenza pregressa alle procedure
di autorizzazione necessarie per una piccola modifica di un’abitazione preesistente.
Diverso il caso di una evidenza molto più dirompente che equivale alle complesse
procedure di autorizzazione necessarie per sconvolgere un intero quartiere
costruendo una piazza o un grattacielo.
Questo “conservatorismo
con possibilità di apertura” garantisce, almeno in un mondo ideale, un efficace
avanzamento delle conoscenze, abbattendo l’entropia informazionale legata alla
ricerca della “novità ad ogni costo”. Quest’ultima impedirebbe, infatti,
qualsiasi possibilità di progresso per il semplice fatto che una piccolissima
minoranza di modifiche vantaggiose (necessarie per l’evoluzione scientifica) è
immersa in una enorme maggioranza di false piste.
Torniamo al ricercatore
che desideri offrire una rappresentazione convincente della congruità della sua
ipotesi. Da quanto detto, risulta naturale che egli si debba premurare di far
apparire la sua proposta come coerente con quanto già accettato dalla comunità
scientifica. Tale proposta dovrà non solo turbare il meno possibile la
struttura di conoscenze preesistente, ma possibilmente essere più o meno
“adombrata” dai lavori precedenti di altri ricercatori. Questo è il motivo per
cui ogni pubblicazione scientifica ‘che si rispetti’ è infarcita di citazioni
ad articoli precedenti di altri ricercatori.
La ragionevolezza della
proposta è insomma dipendente dal consenso precedentemente accordato ad altri
ricercatori che avrebbero affermato concetti coerenti con quanto affermato
dalla nuova ricerca. È questo un importante esercizio retorico che non a caso
condivide il termine “citazione” con i processi che si svolgono nelle aule di
giustizia (un’altra importante forma teatrale) dove si chiamano a testimoniare
delle persone che corroborino la tesi di una delle parti o vengono “citati”
precedenti giurisprudenziali. In maniera paradossale (ma solo in apparenza),
più innovativa è la tesi sostenuta dagli autori di una memoria scientifica,
maggiore deve essere il numero di “testimoni chiamati a deporre” e di
“riferimenti giurisprudenziali”.
Il paradosso
dell’esistenza di un gran numero di testi a supporto di una tesi innovativa è
tale solo per chi è preda di una distorta visione romantico-progressista del
genio scientifico solitario e ribelle: di fatto una proposta veramente
innovativa è da prendere in considerazione se spiega o chiarisce una gran mole
di osservazioni eseguite da altri membri della comunità scientifica. In altre parole, se risponde a una domanda
già presente, in forma più o meno latente, nella comunità scientifica di
riferimento. Questo rende il lavoro scientifico molto più simile all’arte
romanica in cui le creazioni scaturivano da una comunità piuttosto che al
solipsismo dell’artista moderno.
Analogamente alla
“rappresentazione giuridica” la “rappresentazione scientifica” dovrà quindi
avvalersi di prove incrociate, cioè di risultati analoghi derivati da diversi
approcci al problema (partendo quindi da diversi punti di vista indipendenti).
Analoghe considerazioni valgono per la composizione del campione di studio,
delle misure effettuate e dell’entità degli effetti misurati.
Rimane inteso che il
ricercatore debba essere in buona fede e che lui per primo sia convinto della
solidità dei suoi risultati: la retorica è perciò affidabile, non un inganno
ben ordito. Purtroppo, le retoriche poco affidabili si diffondono sempre di più
(il termine “narrativa” che soppianta progressivamente “dimostrazione” è una
traccia evidente di questo processo degenerativo). Mi viene da pensare che ciò
sia anche la conseguenza della profonda incompatibilità tra un pensiero
tradizionale come quello scientifico e la società contemporanea.
Approfondire le cause
sociali della diffusione di retoriche poco affidabili ci porterebbe però troppo
lontano, qui basti accennare al fatto che un capitalismo terminale che si basa
sulle ‘promesse mirabolanti’ (si chiamano futures)
che addirittura vengono inserite nel bilancio degli stati e delle aziende come
se fossero già realizzate è il contrario esatto dello stile della scienza come
lo abbiamo sommariamente qui delineato.
ALESSANDRO GIULIANI
BIONOTA Alessandro Giuliani vive a Roma, è sposato e padre di due figlie. Attualmente è Dirigente di Ricerca presso l’Istituto Superiore di Sanità.
È stato visiting professor all’Università Keio di Tokio, all’Istituto Indiano di Tecnologia (IIT) a Trivandrum (Kerala), all’Università di Chicago (USA) e all’Università di Tomsk (Federazione Russa).
Lavora da circa quaranta anni alla costruzione di modelli fisico-matematici di sistemi biologici complessi con particolare riguardo allo studio della struttura delle molecole proteiche, alla previsione di ‘transizioni di fase’ nell’espressione genica e alle relazioni tra struttura chimica e attività biologica. Ha contribuito, insieme a Joseph Zbilut e Charles Webber dell’Università di Chicago allo sviluppo dell’Analisi Quantitative delle Ricorrenze (RQA), attualmente diventata un metodo standard per l’analisi non-lineare delle serie temporali.
È autore di 489 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali ‘peer-review’ e di 10 libri di divulgazione.



insomma, sotto traccia abbiamo qui Thomas Kuhn e Marcello Pera... o sbaglio?
RispondiEliminaNon oserei considerarmi filosofo, ma solo un artigiano che sta nel mestiere da più di quaranta anni. Forse il guaio di tanta epistemologia è quello di considerare la scienza come filosofia, laddove è artigianato artistico (il che è un gran complimento).
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