Ceto medio che casca (NARRATIVA) ~ di Luigi Ananìa - TeclaXXI
NARRATIVA
Luigi Ananìa
Ceto medio che casca
In una terrazza sulla costa
ionica il blu del mare si riflette negli sguardi della variegata famiglia Pinna.
La sera s’alza la brezza e la madre Clara con i tre figli e gli ospiti si
riuniscono, tacciono, ridono, parlano, ritacciono e deflagrano in interminabili
risate contagiose.
C’è il fratello maggiore Nicola radiologo
anestesista che sentenzia che nel paese dell’inconcludenza la sua idea di
imprenditoria benefica al di sopra delle piccole cose del mondo resta un’idea
fluttuante fra la terra e il cielo: “L’imprenditoria
come un altrove - dice guardando il mare - l’utopia messianica che porta a una comunità paradiso a tempo indeterminato
è un’idea applicata in altre parti del globo”.
E poi c’è Carlo,
il fratello grasso con il tronco sciolto che gli consente di disarticolare le spalle
per seguire l’andamento dei suoi ragionamenti; lui sa come va il mondo perché frequenta
i ministeri abitati da angeli previdenti che coordinano quel che avviene in
ambedue gli emisferi; mentre parla solleva la spalla all’altezza di un orecchio
e a ogni cambio di argomento l’abbassa seguendo l’idea che ha in testa.
Accanto a Carlo c’è Chantal, una donna soave sognata da
tutti; Nicola e Carlo gioiscono dicendo il suo nome perché nel momento che lo pronunciano
si sentono parte del gran mondo e così a volte dicono Chantal anche nel mezzo
di un discorso di statistica. Chantal
partecipa alle conversazioni, è intelligente e ha un gran voglia di tutte le
cose belle della vita; si rivolge a tutti, si commuove, e ogni tanto si
estranea e contempla il mare. La sera quando arriva nella terrazza bacia Clara,
che giace immensa su una poltrona reclinabile, e sorride a tutti, anche a Edoardo, il terzo figlio
che in un angolo della terrazza irradia il senso di non considerazione di sé
stesso.
Clara ormai novantanovenne non
partecipa più alle conversazioni della famiglia; ogni tanto ride per gli
scherzi dei figli e poi torna in lei e si stringe in una grande maglia di lana;
poi si passa una mano sulla fronte per nascondere lo sguardo. Dopo tanti anni
sul terrazzo ha la stessa mole di quando sposò il fu Egisto, gli stessi occhi
neri che nel grande ovale del viso sviano dagli altri occhi e nascondono i sentimenti.
È appena tornata in aereo da un
matrimonio a Milano e non sembra stanca, anzi a chi gli chiede se è stanca dice
che vuole passare la serata ad ascoltare le conversazioni della famiglia. Il
figlio Nicola le dice che al prossimo matrimonio la caleranno da un elicottero
al centro della festa e con lo stesso elicottero la riporteranno sulla terrazza
la sera stessa.
A volte i discorsi sono inframezzati da attacchi di risa
che si ripetono e sospendono in pause lunghe, poi qualcuno riprende a ridere e smette
fin quando qualcuno riparla. Carlo con
il giornale fra le mani si rallegra facendo le lodi di grandi capitani d’industria
ma d’improvviso si adombra quando il fratello Nicola ricorda che tutte le vette
da cui si comanda il mondo sono occupate. Ambedue vorrebbero essere su quelle
vette e non essendoci passano dalla risata spavalda a uno sguardo malinconico e
infine a un livore che annuncia l’arrivo del cameriere Antonio con una
somministrazione immediata di pillole per l’acidità dello stomaco e della
psiche. Il piccolo Edoardo si sente non visto dai suoi due fratelli e allora
balbettando urla di smetterla di parlare di vette sociali perché non conoscono
la sociologia, non conoscono nemmeno le quattro libertà di Frank Delano Roosevelt,
la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la libertà dal bisogno, la
libertà dalla paura. I due fratelli ridono del suo balbettio e del sudore che gli
ha inondato il viso e gli dicono ridendogli in faccia che sembra un gallo nano
tirato fuori dalla broda dei maiali; Chantal gli sorride e Clara dice al capocameriere
Antonio di asciugare il viso di Edoardo.
Nel tardo pomeriggio arriva
sempre Eddy Mantovani, un mobiliere dallo stomaco prominente, gli occhi azzurri
e una zazzera grigia; quando arriva sente qualche frase e dice di non capire la
necessità di quei ragionamenti, lui ha un amico pilota che lo porta all’altezza
del cielo da cui vede la sfericità del mondo e questo gli basta. Dall’ora del caffè a notte si susseguono discorsi
senza alcun nesso intercalati da attacchi di risa, silenzi e sospiri in cui
ogni senso si perde.
Clara ascolta, ride alle battute dei figli ma a volte
sbaglia i tempi del ridere e ride nei momenti di silenzio o in quei tratti di
conversazione in cui affiora la frustrazione dei suoi tre figli. Ma al
tramonto, quando il mare si colora di viola, da vent’anni alle otto, si parla
del ceto medio e i tre fratelli si avviliscono.
A quell’ora, ogni anno, sentono di essere lontani dalle vette del mondo,
guardano l’inabissarsi del sole nel mare e pensano che il ceto medio con tutta
la famiglia Pinna scomparirà nel nulla. Ma
ogni volta, appena prima che si parli del ceto medio, il capocameriere Antonio,
seguito da tre robuste cameriere russe e da quattro servitori nostrani ritorna sulla terrazza e dispone i suoi
sottoposti lungo i bordi della terrazza per evitare incidenti. Qualche anno fa al
calar del buio i discorsi diventarono così animati che Carlo precipitò dalla
terrazza continuando a parlare.
“Non è giusto - dice Carlo - che
ogni volta che c’è una crisi ci si accanisca sul ceto medio, non è giusto, il
ceto medio ha tenuto in piedi l’economia con il suo lavoro costante, invisibile
e senza ambizioni, senza l’individualismo iconoclasta che si è diffuso ovunque”,
e mentre parla guarda il fratello Nicola che annuisce con il volto livido. “C’è chi va nei paradisi fiscali, chi riceve flussi d’oro d’altri parti del mondo e intanto nei
momenti di difficoltà il ceto medio cade, il ceto medio, il ceto medio, è
sempre il ceto medio che cade…”, aggiunge Nicola con gli occhi disperati.
Negli animi dei tre fratelli,
anche in quello del silenzioso Edoardo, il ceto medio si trasforma in qualcosa che
casca o scompare, una meteorite che precipita, un’autostima che si disintegra,
una coscienza che si dissolve, un essere che svanisce nell’abisso, una stella
che si spegne. La mamma Clara ride
mentre il mobiliere e Chantal guardano gli occhi spaventati dei tre fratelli. A
un certo punto Carlo si alza e comincia a girare intorno al terrazzo; il capocameriere
Antonio e la servitù si allertano ma Carlo non si ferma proclamando che lui
conosce ministri, segretari, amministratori delegati, procuratori, agenti
segreti e finanzieri che salveranno la famiglia Pinna dal baratro e intanto piega
una spalla sulla ringhiera e come tre anni fa cade.
La servitù arriva quando lui e
già caduto nel giardino tra gli alberi di frutta di diversi colori, fontane
gorgoglianti, cervi e pavoni. Piantato a terra continua a parlare volteggiando
le spalle mentre un cervo che si era allontanato per lo spavento del tonfo gli
torna vicino e lo guarda. Il capocameriere Antonio lo raccoglie, lo porta sul
terrazzo e lo ripone sul pavimento mentre lui si dimena come un grosso insetto
rivoltato sulla schiena che declama nomi di grandi personalità di tutto il
mondo. Donna Clara dice alla servitù di
portarlo così. spasmodico e urlante, nel suo letto.
L’anno seguente, lo stesso giorno
al tramonto, si ripetono gli stessi discorsi, gli stessi scherzi e le stesse
malinconie.
BIONOTA
Luigi Ananìa si laurea in scienze agrarie presso l'università di Firenze nel 1986. Da allora scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino presso l'azienda La Torre. Con la casa editrice Pequod ha pubblicato Il signor Ma (2000) e Cos'è questa nuvola (2011). Presso le edizioni DeriveApprodi ha curato l'antologia di racconti sul vino Confesso che ho bevuto (insieme a Silverio Novelli, 2004) e ha pubblicato Avant'ieri, storie di emigrazione tra la Sila, Torino e Buenos Aires (2009), Pixel, la realtà oltre lo schermo dei media (di nuovo insieme a Silverio Novelli 2012), Storie di volti e parole (2016) e Bestiario umano (2021), ambedue in collaborazione con Nicola Boccianti. Ha scritto racconti per Il semplice, Maltese narrazioni e Nuovi Argomenti.


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