Dalla storia all’attualità: alcune considerazioni sulle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 (SPORT) ~ di Giovanna Romanelli - TeclaXXI

 SPORT

 

Giovanna Romanelli

 

Dalla storia all’attualità: alcune considerazioni sulle Olimpiadi Milano-Cortina 2026



 

Per chi conosce e ama la cultura classica pronunciare la parola Olimpiadi equivale a evocare subito la città di Olimpia nel Peloponneso, luogo dove, ogni quattro anni, si svolgevano i Giochi olimpici, dal 776 a.C. al 393 d. C., quando per volere dell’imperatore romano Teodosio ne fu decretata la soppressione. Olimpia, oggi patrimonio UNESCO e luogo dove viene accesa la torcia per i giochi moderni, non era solo la sede dell’amministrazione e dello svolgimento dei giochi, era soprattutto un luogo religioso, di culto al quale erano legati molti miti, tra tutti quello relativo ai fiumi, il Cladeo e l’Alfeo, che lambivano la pianura sacra di Olimpia, come testimoniato dai resti di antichi templi, teatri, monumenti e statue, venuti alla luce dopo gli scavi effettuati nella zona dove sorgeva l’antica città. In particolare, Alfeo, figlio di Oceano, si innamorò della ninfa Aretusa dopo averla vista prendere il bagno nelle sue acque; Aretusa, per sfuggire alle mire del dio Alfeo, chiese aiuto ad Artemide, che la trasformò in una fonte e la condusse lontano sull’isola di Ortigia (oggi centro storico di Siracusa). Allora Alfeo, si rivolse a Giove, il quale aprì un passaggio sottomarino che dalle acque della Grecia arrivava fino a quelle del mar Ionio per congiungersi poi con quelle della fonte Aretusa.  



Foto fornita dall'autrice

E come non ricordare anche il famoso tempio di Zeus e la statua crisoelefantina[1], capolavoro di Fidia, che superava i 12 metri altezza, il cui basamento occupava un’area all’incirca di sei metri per dieci. Considerata una delle sette meraviglie, così viene descritta dallo storico Pausania[2]: «Il dio, in oro e avorio, siede in trono; ha in testa una corona in forma di ramoscelli di olivo. Con la destra regge una Vittoria, anche questa di avorio e d’oro, che ha una benda e sul capo una corona; nella mano sinistra è uno scettro intarsiato d’ogni sorta di metalli, l’uccello che posa sullo scettro intarsiato è l’aquila. D’oro sono anche i calzari del dio e altrettanto il mantello; sul mantello sono rappresentati animali e fiori di giglio».

 Dunque, Olimpia rappresentava il cuore spirituale della civiltà greca, dove la competizione sportiva si fondeva con il culto divino, dove, durante lo svolgimento dei giochi, era stabilita la tregua olimpica, che diveniva supremo simbolo di pace: infatti la tregua, detta ekecheiria (armistizio) determinava la sospensione delle ostilità in tutta la Grecia con l’intento di esaltare l’unità panellenica e l’identità culturale. La tregua, infatti, era la condizione essenziale perché gli atleti potessero viaggiare sicuri e potessero esprimere al meglio la loro eccellenza e le loro virtù.

 Foto fornita dall'autrice

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, trasmessa dallo stadio San Siro di Milano (ribattezzato per l’occasione “San Siro Olympic Stadium”), il sei febbraio scorso, aveva come titolo Armonia (Harmony) allo scopo di celebrare l’importanza dei giochi non solo per lo sport, ma anche per la cultura e l’identità italiana. Infatti, la cerimonia voleva cogliere l’opportunità di evidenziare la ricca storia e la cultura italiana, a partire dalle sue radici greche, attraverso esibizioni artistiche, musica e danza. L’idea-guida di queste Olimpiadi, quella che ha ispirato il famosissimo designer Marco Balich, organizzatore della cerimonia d’apertura, è, dunque, il tema dell’Armonia, che al mondo della grecità rinvia. Armonia, infatti, era una figura mitologica, una divinità greca nata dal dio Ares, dio della guerra, e da Afrodite, dea della bellezza, quella fisica ma anche quella spirituale, capace di mitigare la bellicosità del dio. Infatti, la parola Armonia deriva dal verbo greco armozo che significa accordare, ma anche consonanza di voci, concordia di sentimenti, perfetto equilibrio tra opposti e, in ultima analisi, coesione sociale, ordine nel caos e, di qui, per estensione anche pace.

Foto fornita dall'autrice

Elemento innovativo di questa edizione dei Giochi è stato il formato diffuso: infatti, oltre all’evento principale all’interno dello stadio San Siro, alcune parti del protocollo olimpico si sono svolte, in contemporanea, anche a Cortina d’Ampezzo, a Livigno e a Predazzo per sottolineare la natura multipolare di questi giochi, che si svolgono in un’ampia area di circa 22.000 chilometri quadrati, dalla Lombardia al Veneto, al Trentino-Alto Adige.

Il richiamo al mondo della classicità greca ha caratterizzato anche l’inizio dello spettacolo ispirato alla storia dell’arte e, in particolare, alle sculture neoclassiche di Antonio Canova, che nelle sue opere evoca e fa rivivere gli ideali del mondo antico. Questo è tuttavia solo un aspetto della cerimonia: qui siamo di fronte non solo ad una competizione tra atleti provenienti da tutto il mondo, bensì ad un’occasione capace di intrecciare tradizione e innovazione, identità nazionale e apertura internazionale.

Dal punto di vista storico, l’assegnazione dei Giochi a Milano e Cortina segna un ritorno significativo dell’Italia al centro del panorama olimpico. Cortina d’Ampezzo aveva già ospitato le Olimpiadi invernali nel 1956, un’edizione rimasta nella memoria collettiva come simbolo della rinascita italiana nel secondo dopoguerra. Riproporre oggi le Olimpiadi in questi luoghi significa valorizzare una tradizione sportiva e dimostrare la capacità del nostro Paese di rinnovarsi.

 Dal punto di vista dello spettacolo, i Giochi olimpici sono un evento mediatico seguito in tutto il mondo: cerimonie di apertura e chiusura, competizioni di alto livello in luoghi di spettacolare bellezza come le Dolomiti, impianti moderni e tecnologie avanzate contribuiscono a creare per il pubblico un’esperienza coinvolgente e globalizzante. Inoltre, l’organizzazione diffusa tra più territori amplia la partecipazione, richiama un grande flusso di turisti e appassionati di sport invernali e rende l’evento dinamico e innovativo.


Foto fornita dall'autrice


Da sempre i giochi olimpici hanno rappresentato un’occasione di incontro di culture, lingue, popoli diversi, un’opportunità per conoscersi e aprirsi gli uni agli altri. A tale scopo, per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono state costruite le NOC Houses ovvero le National Olympic Committee Houses (Case dei Comitati Olimpici Nazionali), che sono luoghi iconici, pieni di vitalità e che svolgono la funzione di punto di incontro e reciproco sostegno per tifosi, atleti, delegazioni  

Non possiamo, tuttavia, dimenticare l’aspetto economico dell’evento complessivo che ha coinvolto l’economia del nostro Paese nei suoi vari settori, che ha affrontato ingenti spese, ma anche progetti audaci per la costruzione di impianti spesso discussi e oggetto di profondi contrasti e dissensi.

Le sfide affrontate - è opportuno ricordarlo - sono tuttavia un’occasione di crescita ma anche di confronto soprattutto rispetto alla possibilità di valorizzare le nostre eccellenze per lasciarle in eredità alle future generazioni. Ciò comporta dei rischi ma, come tutti sappiamo, il rischio consapevole e responsabile è alla base dell’innovazione, perché senza rischio non ci può essere cambiamento né crescita. Perciò accogliamo con fiducia e speranza questa sfida e lasciamo al tempo ogni altro giudizio di valore.

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[1] La parola sta ad indicare un metodo di scultura, nell’antica Grecia, per statue di grandi proporzioni realizzate in avorio nelle parti nude (volto, braccia, piedi), invece vesti, capelli, ornamenti erano realizzati con lamine d’oro su un nucleo di legno.

[2] Pausania, Guida della Gracia (Libro V: L’Elide e Olimpia), V, 11, 1-2. Traduzione di Gianfranco Maddoli, Mondadori, Milano 1995, p. 161.

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GIOVANNA ROMANELLI


BIONOTA

Giovanna Romanelli laureata in Lettere classiche presso l’Università Cattolica di Milano, ha conseguito la specializzazione in critica letteraria e artistica e ha collaborato col progetto IRIDE presso la medesima università. Ha insegnato presso la Sorbonne (Paris III), è stata membro del comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese e presidente della giuria del Premio Letterario che dello scrittore porta il nome.

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