Il senso dei parlanti per la lingua: tormentoni che sì, tormentoni che no (LINGUA ITALIANA) ~ di Silverio Novelli - TeclaXXI
Silverio
Novelli
Il
senso dei parlanti per la lingua: tormentoni che sì, tormentoni che no
«L’aspetto rilevante –
quando si parla di tormentoni – non è la presenza, ma la frequenza con cui
ricorrono certe parole o espressioni. Senza contare che, quando si parla di
parole, la data di nascita non è quasi mai certa», scriveva Giuseppe Antonelli
nel saggio Comunque anche Leopardi diceva
parolacce (Mondadori, 2014). Proprio la frequenza alta, all’orecchio di chi
ascolta, può risultare eccessiva e disturbante. Da qui, spessissimo, il giudizio
tranchant, la scomunica. Un ventaglio
di verbi della negazione e del rigetto viene allargato, nelle chiacchiere
informali di ogni dove, dal luogo di lavoro alla piazza virtuale dei social: detesto quelli che dicono un attimino… non sopporto questa trovata dell’apericena… mi rifiuto di
dire ci sta o ci può stare… uccidimi se
mi sentirai mai dire a 360 gradi… E
via anti-tormentando. Che poi, se si va a vedere meglio, i tormentoni meno
innocui, i pochissimi che incidono realmente sulle strutture profonde della
lingua-sistema, alla fine può succedere che passino e si affermino, perché,
citando sempre Antonelli, «la deriva è la condizione naturale di tutte le
lingue vive».
Così è accaduto al piuttosto che con valore disgiuntivo
(«il sabato sera mi piace andare a ballare piuttosto che uscire per locali»,
indicando non un’alternativa secca – come vuole la grammatica consolidata –, “o
questo o quello”, quanto una possibilità che si aggiunge a un’altra, “oppure”,
quasi un “e … e”). Questo uso era stato notato e analizzato per tempo dai
linguisti. Nel 2002, Ornella Castellani Pollidori scriveva nel sito
dell’Accademia della Crusca, dopo aver messo in fila una serie cospicua di attestazioni
di piuttosto che con valore
disgiuntivo, rilevate tra il 2000 e il 2002: «Si tratta […] di una voga
d'origine settentrionale, sbocciata in un linguaggio certo non popolare e
probabilmente venato di snobismo […]. Era fatale che tra i primi a intercettare
golosamente l'infelice novità lessicale fossero i conduttori e i giornalisti
televisivi, che insieme ai pubblicitari costituiscono le categorie che da
qualche decennio – stante l'estrema pervasività e l'infinito potere di
suggestione (non solo, si badi, sulle classi culturalmente più deboli) del
"medium" per antonomasia – governano l'evolversi dell'italiano di
consumo».
Eppure nel 2003, in un
inserto domenicale del «Sole-24Ore» intitolato Un inventario delle espressioni che i nostri lettori vogliono avviare
allo smaltimento, tra le Dieci più
aborrite al quarto posto spiccava piuttosto
che, superato soltanto da quant’altro,
assolutamente e un attimino. Ma ecco che mi correggo: non eppure, bensì a conferma di
quanto detto, nel senso che gli anticorpi che spingevano con forza piuttosto che in alto nella classifica
delle parole ed espressioni «aborrite» erano essi stessi l’evidente segnale di
un’infezione in corso. Per amor di metafora (anticorpi, infezione), mi
sono allineato anche io al neopurismo conservatore che emette la sentenza di “patologico”
su tutto ciò che da un giorno all’altro compare come effervescente schiuma che
scivola sulle onde del mare, sembrando occupare e oscurare, con la pervasività
che oggi consentono i potentissimi passaparola dei circuiti ipermediatici,
tutto l’orizzonte della lingua. La quale lingua, come sistema e struttura,
invece, in movimento senz’altro (per fortuna), sta sotto le onde e le schiume, salda e profonda. Gli attimini e i ma anche no, schiumetta, sono vezzi e possono diventare tic, ed è,
ripetiamo, il conformismo della ripetizione quello che ci irrita, non tanto la
parola o la locuzione in sé. Perché poi quali sarebbero mai i criteri di
giudizio canonici ed estetici per stabilire che sono “brutti” o addirittura
“scorretti” come dire (negli anni
Settanta del Novecento, pieni di fatti e di parole della politica, si usava
sempre cioè, o si argomentava
attraverso nella misura in cui), metterci la faccia, le eccellenze del made in Italy, H24, non ci posso credere,
da urlo, fa riderissimo, ci sentiamo
con più calma ecc. ecc.? E quale sarebbe il “Tribunale della lingua”,
l’autorità suprema destinata a sentenziare in materia?
Tutti questi lacerti di
lingua tormentonizzati, oltre tutto, non sono la stessa cosa, a un minimo di
sguardo più attento balza all’occhio la loro difformità strutturale e la loro
varia adibizione sintattica, topologica (luogo di collocazione) e testuale.
Un
conto, solo per fare qualche esempio, sono i “leggeri” fatismi, le formule di
apertura e chiusura di conversazione come vabbè,
come dire, che te lo dico a fare?, tutto
bene?, ci sentiamo con più calma,
alla prossima!; più funzionali al
continuum sintattico sono i connettivi che, però, se ripetuti fino alla noia,
diventano tic (magari caratteristici di una ben individuata persona), come cioè, praticamente, e quant’altro, alla fine della fiera. Giuseppe
Antonelli ha ricordato che nel Demetrio
Pianelli di Emilio De Marchi (1890) il personaggio del capufficio era
caratterizzato da un tic linguistico che gli aveva meritato da parte dei
subordinati il soprannome di «cavalier Laonde», per via dei «molti laonde, che seminava ne’ suoi periodi».
E qui, di corsa, veniamo ad un altro punto: ci “aggrediscono” come novità dei
modismi che in realtà novità non sono: un momentino si adoperava già a metà dell’Ottocento per chiedere a qualcuno di
aspettare, ma anche in funzione avverbiale e non con valore temporale ma di generico
quantificatore attenuativo («un momentino peggio»), proprio come capita oggi
con un attimino (e, detto tra noi, un momentino si continua a dire anche
oggi). Pertanto, è arrischiato lamentarsi del “nuovo che avanza” (un tormentone
del politichese di qualche decennio fa), quando potremmo essere viceversa di fronte
al “vecchio che ritorna”.
Premesso
che il frullatore centripeto dei media vecchi, nuovi e nuovissimi spande sulla
superfice concava del planetario lessicale tormentoni d’ogni tipo (da quelli
giornalistici, la famiglia nel bosco,
a quelli canzonettari, parole parole
parole, a quelli del mondo dello spettacolo, perché Sanremo è Sanremo, o del cinema e delle serie tv, una cagata pazzesca, smarmella, sta’ senza pensierƏ), di tanta
fluttuante abbondanza dobbiamo farci una ragione, consapevoli che, nella
maggioranza dei casi, i tormentoni sono epifenomeni – e pure, nella grande
maggioranza dei casi, effimeri – non per forza negativi, purché vengano
adoperati intenzionalmente, per esempio in situazioni caratterizzate da una
certa informalità (molto frequenti nella vita di tutti i giorni), e dunque
siano riscattati dall’irriflesso uso passivo, automatico e involontario per
diventare un pimento espressivo condiviso.
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SILVERIO NOVELLI
Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).


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