Tre poesie dalla raccolta inedita «La pietra di paragone» (POESIA) ~ di Jacqueline Spaccini - TeclaXXI
POESIA
TRE POESIE DELLA RACCOLTA INEDITA
La pietra di paragone
di Jacqueline Spaccini
La Grande-Synthe
(Champs de Migrants clandestins
près de Calais, 2016)
Mille coperte di lana non
basterebbero a togliere il diaccio di dosso se rose azzurre di cotone non
offrissero una tregua sottile,
se
un orsetto moschettiere e una tela di fortuna
non restituissero il clima familiare dei mesi dell’anno persiano.
I
ratti frugano nel cibo, le latrine sono la pozzanghera in cui giocano i bimbi.
Non
c’è sole né cielo azzurro a mitigare le attese.
Non
li hanno protetti i muri di pietra, li tengono in vita il fango nel ventre
e una tenda di Basroch. Insieme con la rabbia.
È un bagno di sogni quotidiani,
quello di Salima e di suo figlio Reza
nella
jungla francese, tutto fuorché barocca
che s’insozza di verde marcio, ma pure, sotto la grandine resiste.
La Grande-Synthe, la chiamano chance.
La Gran Bretagna, la chiamano espoir.
Io non ho niente
Io non ho niente nulla mi appartiene.
L’amore di sempre si spenge dentro a un letto
un altro non può arrestarsi non c’è posto.
Io non ho niente.
Nulla mi appartiene.
Di questo niente sono fatte le mie giornate.
Su questo niente mi dispero
con questo niente gioisco
di questo niente mi nutro
e per questo niente
io vivo.
Case I - VII
Della prima casa occupavo una stanza color albicocca e senza finestre. Nessuna chiave solo le nocche per bussare.
Nella seconda casa vagavo per le molte stanze che non mi appartenevano e le tenni ben poco. Scelsi il letto e un muro tutto il resto troppo bello un bagno di marmo nero e un salone d’ebano.
Nella terza casa era ufficialmente tutto a metà ma non era vero La cucina a scacchi era mia e ci passavo la vita in punta di piedi per non sporcare. Una rondine venne a morire nel bagno e me ne andai al posto suo.
Per la quarta casa ebbi tutto tranne una stanza nessun mobile mio solo i libri insieme con la gioventù tanto freddo e formiche E l’amore che i muri di muffa profumava
Nella quinta casa non c’era l’ascensore ma una nottola indifesa e inopportuna un bimbo che colmò i pochi metri rumoroso selciato e un poco meno di amore.
Della sesta casa ricordo l’ampiezza il falso cotto e il bosco abitato da volpi gli uccelli a svegliarci e le liti ad addormentarci. La casa vuota e pagata per anni.
Nella settima casa fummo felici stranieri e già una poesia, anzi due, le abbiamo dedicato. Fiori bianchi di ciliegi sigarette e cioccolata Kraš.
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JACQUELINE SPACCINI


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