La maternità decostruita: mostruosità e potere in Elisabetta I (STORIA DI GENERE) ~ di Ivonne Matricciani - TeclaXXI

 STORIA DI GENERE 



La maternità decostruita: mostruosità e potere in Elisabetta I 

di Ivonne Matricciani

 

Elisabetta I con l'ermellino, olio su tela attribuito a William Segar, 1585. Source: wikipedia.it 

Il potere non opera mai solo al livello territoriale e istituzionale, ma tesse la sua rete attraverso dei corpi disciplinati e necessariamente conformi che, diversamente, sono da considerare deviati e mostruosi. La mostruosità che si vuole qui rappresentare è legata alla «presunta» assenza della maternità che si cercherà, piuttosto, di reinterpretare in una chiave diversa, a sostegno di una «ricodificazione» della stessa e non di un’assenza, e che permette di costruire un ponte tra il prima e il dopo con particolare attenzione al XVI secolo in Inghilterra e alla sua figura rappresentativa per eccellenza: la regina Elisabetta I. 

Il corpo femminile è oggi, come allora, un campo politico continuamente attenzionato e in stretta correlazione con diversi costrutti sociali, tra cui quelli legati alla maternità e al ruolo di subordinazione familiare. Una scelta come quella di Elisabetta I, che oggi può risultare tutt’al più singolare, all’epoca era senz’altro rivoluzionaria: proprio lì dove una regina, stando alla norma socialmente imposta, avrebbe dovuto trovar marito e generare un erede, ecco che si compie un’anomalia, presentandosi lei stessa come «Virgin Queen» e, dunque, sposa vergine del suo regno e di nessun altro, rifiutando tanto la maternità quanto l’unione in matrimonio. Ciò che si prefigge di fare questo lavoro è, in buona sostanza, non solo comprendere quali siano le radici profonde di questa scelta, ma se si possa veramente parlare di assenza della maternità. Per fare ciò, non si possono non menzionare tanto gli aspetti storico-sociali quanto personali della vita di Elisabetta I, in continua comunicazione tra di loro a partire dalla condanna a morte della madre, Anna Bolena, da parte del padre Enrico VIII, poiché d’intralcio e non in grado di generare un erede maschio. Il corpo di Anna Bolena, a sua volta non conforme, non adatto ad assolvere la sua funzione, viene eliminato. Ciò non può che produrre, nella figlia, una scelta precisa; si genera in lei, da una parte, il trauma della madre giustiziata dallo stesso padre e, dall’altra, il naturale timore che l’unione a un uomo e la gravidanza, specialmente se non proficua, possano determinare un’inevitabile riduzione dell’autonomia femminile fino a causare la scomparsa del corpo. 

Tale aspetto innesca una vulnerabilità che, lungi dall’essere sterile, si è rivelata artefice di una trasformazione feconda del regno attraverso una florida espansione coloniale, il consolidamento dell’anglicanesimo, lo sviluppo dell’Inghilterra come potenza navale e la conseguente fioritura teatrale e letteraria. Vale la pena approfondire questo aspetto poiché, talvolta, la storiografia tradizionale non va di pari passo con un’umanizzazione delle sue figure e si sarebbe tentati, in un presente in cui vige una certa pressione sociale sulla maternità, di ricondurne la mancanza ad un fallimento biologico, dove invece la scelta è significativamente forte e politica. Scelta politica e trauma personale si legano, e uno non può escludere l’altro ed esaurirsi in sé stesso. Allora verrebbe da chiedersi, alla luce del trauma, se si possa parlare di scelta consapevole e non, piuttosto, di paure che la regina ha trasformato a posteriori in una strategia politica. Non si tratterebbe di una decisione incontaminata dagli eventi interiori che ha solo a che vedere con le dinamiche di potere, bensì di una strategia, come risultato di un’emotività fragile che rispecchia anche la fragilità di quella stessa Monarchia Tudor in assenza di un erede. Ma la costante paura del Consiglio e del Parlamento nella Monarchia elisabettiana può leggersi solo come risultato della «penuria» di eredi oppure come reazione di fronte all’energia incontrollabile di Elisabetta I?

Eppure, Elisabetta I correrà il rischio concreto di cadere anche nella devianza visibile: il suo volto, segnato dalle cicatrici del vaiolo, verrà coperto da un fondotinta alla cerussa veneziana, un cosmetico tossico a base di piombo. Si potrebbe quasi supporre che la regina si sia saputa opporre solo a determinate norme ma che altre, invece, siano state piuttosto interiorizzate, come il costrutto per cui la perdita di bellezza determini, in qualche modo, la perdita del controllo e l’attribuzione della mostruosità fisica. 

Un caso simile è quello della sorellastra e precedente regina Maria Tudor, il cui tumore ovarico, causando un gonfiore dell’utero, fu da lei mascherato come gravidanza pur di evitare la patologizzazione del corpo. C’è un’interiorizzazione dello sguardo normativo per non rischiare la delegittimazione ed Elisabetta I, alla devianza estetica, preferisce il progressivo avvelenamento che non ne comprometterebbe, invece, la leggibilità politica. 

Pertanto, la parabola di Elisabetta I ci mostra come, nell’Europa moderna, il potere da parte di una donna potesse essere gestito soltanto attraverso un’autosorveglianza rigorosa del proprio corpo, ma ci mostra anche, ed è il preciso scopo di questa riflessione, come l’assenza della maternità in quanto evento appartenente ad una narrazione mostruosa possa invece essere ricodificato attribuendo ad Elisabetta I, ben oltre l’immagine di «Virgin Queen», quella di madre del popolo inglese. Non è un rifiuto, ma una risemantizzazione ed una difesa dalla maternità biologica concepita qui come spazio pericoloso, producendo un particolare rovesciamento: lì dove la maternità non costituisce un fatto privato e, anzi, si configura come uno strumento del potere dello stato a cui Elisabetta I si sottrae, oggi la stessa viene ricodificata con l’ausilio della medicina riproduttiva, non andando mai contro natura ma, piuttosto, determinandone una risignificazione e scomposizione continua[1]: una maternità al di fuori del corpo e, talvolta, inconciliabile con l’immanenza biologica.

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 IVONNE MATRICCIANI

 

 BIONOTA

Ivonne Matricciani nasce ad Avezzano nel 1997. Vive attualmente a Milano, ha una laurea triennale presso l’Università La Sapienza di Roma dove scrive una tesi su Le Beau-fils e la scrittura dell’assenza di Emmanuel Bove e ha studiato presso la Sorbonne Nouvelle di Parigi. Si laurea in Interpretariato e Traduzione nel 2024 a Roma con un lavoro sperimentale sull’interpretazione consecutiva ibrida. Oggi è docente di francese nella scuola secondaria.

 

 



[1] La natura scomposta: riproduzione assistita, genere, parentela, Alessandra Gribaldo, 2005

 

 


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