Il giovane Aldo (NARRATIVA) ~ di Luigi Ananìa - TeclaXXI

 

NARRATIVA

 

Luigi Ananìa

 

 Il giovane Aldo

 

                   immagine generata da Canva a partire dalle prime quattro righe del racconto 
                                              (progetto Jacqueline Spaccini©2026)

 

Aldo Ansimanti era un uomo di cinquant’anni, magro, con le scarpe a punta e i capelli rivoltati all’indietro. Gli occhi erano di un verde fiume che di giorno si schiariva. Lo stesso verde si ritrovava in certi disegni della cravatta, nella camicia o nel golf largo sotto la giacca spigata. La sua magrezza a volte nervosa, a volte snodata e indolente rievocava sempre un’eleganza d’altri tempi.

Da alcuni anni frequentava le hall dei grandi alberghi internazionali dove teneva conferenze su argomenti studiati sin dall’adolescenza. La psiche era un tema che l’appassionava poiché vi intuiva l’origine del vuoto in cui vedeva il principio della bellezza e nelle conferenze passava da divagazioni sulla psiche alla grandezza dell’arte partorita dal vuoto.

Durante i suoi discorsi la sequenza delle parole psiche vuoto arte determinava un cambiamento della persona: la sua esile figura fremeva e diventava un essere agitato dal cervello e al fallo; le braccia si allargavano e lo sguardo girava sul soffitto mentre la voce assumeva toni provenienti dalle profondità dei bronchi. A volte, accadeva che in preda all’eccitazione saltava sul tavolo e ballava rivelando una recondita identità selvatica che allarmava il pubblico delle prime fila; poi cadeva su una sedia e continuava a parlare con i modi di un essere inerte.

Quando invece parlava del mondo agricolo tornava un uomo elegante che ricordava una vita tra cereali, polveri e bestie dove ogni cosa aveva un senso. La sua voce assumeva toni pacati che evocavano distese di graminacee e riflessioni sulla meteorologia e sul tempo; il suo vocabolario quando parlava di cose semplici o complesse attingeva sempre a parole dette in periodi di semina, raccolto e riposo.  A tratti, parlando di uomini sbraitanti intorno ai covoni o di donne pingui che pedalavano su strade di pietra si commuoveva e diceva che quegli esseri umani erano splendidi coacervi di vincoli e capacità. I loro corpi segnati dalla fatica e dalle responsabilità trovavano comunque i tempi della festa e del piacere che seguiva sempre l’andamento di stagione; la familiarità con la bellezza e con il tempo condizionava la scelta delle parole tanto che i nomi delle persone e dei luoghi sembravano concepiti da una bufera o da un tramonto.

Quando Aldo pronunciava quei nomi sembrava riesumare suoni da un’epoca che non c’era più e allora parlando del trauma da fine improvvisa del mondo della terra era colto da solitudine davanti al pubblico che lo seguiva roteando gli occhi all’unisono. Mentre alzava un braccio in ricordo della bellezza svanita tremava e diceva parole che non c’entravano niente come camera, credenza, mensola e rimaneva con la mano sospesa in aria; poi, passati alcuni minuti di silenzio, si muoveva e domandava al pubblico se poteva donare il suo numero di telefono. Camminava lungo le file delle sedie stracciando fogli da un quaderno, vi segnava il suo numero e lo dava agli spettatori.

Quando giungeva all’ultimo spettatore si voltava e andava via come se niente fosse. Nelle sale dell’albergo si perdeva passando dalle cucine ai ristoranti o ai bordi di piscine piene di foglie galleggianti e d’insetti; la via per l’uscita la trovava seguendo qualche cliente che lo portava su strade traversate da automobili che lo abbagliavano.

Una volta che seguì un’avvenente signora bionda capitò in un giardino gremito di statue e di sguardi che apparivano tra le chiome degli alberi. L’albergo splendeva in lontananza e la luce che gli indicava la strada era un riflesso di un faro che lo portò su un viale di ragazze che ridevano; Aldo pensò che si prendessero gioco di lui ma poi vide che fuggivano da tre vigili in divisa. Un vigile grasso lo spinse a terra e quando si rialzò si ritrovò nel traffico tra fanali fumanti, lamiere e catadiottri. 

Gli automobilisti vedendo quell’unico pedone aggirarsi nel freddo se ne facevano beffa e domandavano la direzione per il gran gala degli idioti; qualcuno lo salutava e lui rispondeva con frasi da ministero che affioravano dal suo passato di agricoltore questuante. Quel suo linguaggio così inadeguato in una notte di nebbia suscitava ilarità e scherno ma c’era sempre qualcuno che gli porgeva i suoi ossequi. A una ragazza gentile che gli rispondeva sorridendo domandò di un luogo colmo di musica e di luce. Poi mentre le descriveva gli ambienti che amava la vide affacciarsi dall’automobile e riferirgli di un locale dove la gente si abbracciava sublimando i giudizi in desideri; quindi con un sorriso generoso gli parlò di un luogo dove molte donne di colore ti preparavano il pasto atteggiandosi a madri occasionali e di un edificio dove si entrava con un vestito di velluto, un’automobile e un cane e una volta dentro  si parlava di se davanti a uno schermo bianco; infine vi era un bar dove si andava per baciarsi. 

Aldo entrò nell’automobile chiedendo di andare dove si baciava. La ragazza si svincolò dal traffico e svoltò su una piazza dove lampeggiava un’insegna con la scritta Jeunesse dorée. Da un ingresso discendente proveniva un’eco di voci e di suoni e quando la porta si apriva si vedevano luci che si muovevano sul selciato. La ragazza si fece strada in un sottoscala e baciò Aldo di un bacio lungo e appassionato, poi scomparve tra la folla che ondeggiava con occhi meravigliati su un pavimento di un mare in tempesta. Aldo rimase a guardare ai margini di una pista tonda da cui si dipartivano tanti corridoi che morivano nel buio. Al centro della folla vi era un cane che guardava il pavimento e in alto un soffitto illuminato a cui erano rivolti miriadi di sguardi paralleli; tutti sembravano compresi in un miracolo ad eccezione di alcune ragazze che fuggivano nei corridoi. 

Aldo seguì una ragazza lungo un corridoio e si accorse che non si trattava di un vicolo buio ma bensì di un percorso che terminava in una stanza di specchi; si guardò intorno e come si vide moltiplicato in un’infinità di copie identiche fu investito dagli abiti della ragazza che volteggiavano fra gli specchi mentre lei gli sfiorava le labbra; poi guardando ogni prospettiva di quel magnifico corpo dal colore mediorientale la baciò ma quella si ritrasse dicendo che aveva un marito da baciare; la vide così dileguarsi voltando lenta i fianchi. Intanto nella sala da ballo la folla continuava a ondulare mentre una giovane donna vestita da educanda lo vide uscire dal buio con l’aria spersa; Aldo le guardò la bocca a forma di cuore e non ebbe il tempo di avvicinarsi che lei lo chiamò in un ascensore rosso; a pochi centimetri da se vide la giovane che si spogliava aprendo le labbra a cuore e il vestito bianco scivolare giù; 

Aldo guardò le movenze da collegio e la grazia di una donna cresciuta fra le buone maniere. Anche lei lo guardava affascinata dalla sua magra figura che largheggiava nel vestito inglese e chiudendo la porta lo baciò di un bacio che sembrava non finire. Aldo entrò così fra le labbra che cercava e baciare fu per lui come entrare in un tempo fluido scevro di voglie, stimoli ed intenzioni; mentre la baciava gli sembrava di essere in un fiume che scendeva a mare e se non fosse stato per il colore rosso dell’ascensore che lo distraeva avrebbe sentito anche il defluire delle acque. Oltre le pareti la musica rimbombava ma quando il bacio sembrò elevarli all’apice di una complice assenza non sentì più niente e desiderò un colore che non invadesse le menti e gli sguardi, una sfumatura che non infrangesse qualsiasi idea di infinito. Allora levò le labbra e si voltò ma nella penombra del corridoio vide due uomini che gli si posero davanti e gli dissero che ogni nudità offerta d’incanto equivaleva un tintinnare d’argento; poi come si accorsero che dissentiva lo sollevarono e lo gettarono sull’asfalto della piazza.

Fuori era già l’alba e dietro un palazzo di mattoni si vedeva il bianco del sole che sorgeva. Dall’altro capo della strada sopraggiungevano dei furgoni che parcheggiavano lungo i marciapiedi.

Aldo sentì qualcuno battergli una scarpa sulla spalla; si girò e vide una donna anziana che gli diceva sorridendo di togliersi perché lì doveva montare il suo banco della frutta.


LUIGI ANANÌA 


BIONOTA 

Luigi Ananìa si laurea in scienze agrarie presso l'università di Firenze nel 1986. Da allora scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino presso l'azienda La Torre. Con la casa editrice Pequod ha pubblicato Il signor Ma (2000) e Cos'è questa nuvola (2011). Presso le edizioni DeriveApprodi ha curato l'antologia di racconti sul vino Confesso che ho bevuto (insieme a Silverio Novelli, 2004) e ha pubblicato Avant'ieri, storie di emigrazione tra la Sila, Torino e Buenos Aires (2009), Pixel, la realtà oltre lo schermo dei media (di nuovo insieme a Silverio Novelli 2012), Storie di volti e parole (2016) e  Bestiario umano (2021), ambedue in collaborazione con Nicola Boccianti. Ha scritto racconti per Il sempliceMaltese narrazioni e Nuovi Argomenti. 


 

 

 




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