Ricordando Kathleen Fraser I parte (MEMOIR/POESIA) ~ di Marina Morbiducci - TeclaXXI

 MEMOIR/POESIA

Ricordando Kathleen Fraser I parte*

di Marina Morbiducci


 Kathleen Fraser 

                      


L’8 marzo 1996 (20 anni fa, quindi) io e Kathleen avevamo appuntamento nel nostro winebar preferito, chiamato “Semidivino” (una parola di per sé polisemica: “semi-divino”, ma anche “semi-di-vino”, forse per questo l’avevamo eletto a nostro luogo d’incontro). Volevamo celebrare insieme la ricorrenza.

Kathleen era un po’ in ritardo, cosa non insolita, ma quella breve attesa mi diede il tempo giusto per prepararmi mentalmente alla sua apparizione, perché incontrare Kathleen non era mai un evento ordinario: quando lei arrivava si creava un’aura speciale tutt’attorno. Quella volta, la magia era legata ad un filo rosso, letteralmente, perché mi aveva preparato un biglietto augurale dove un filo rosso si legava con più nodi a un filo nero, e c’erano parole di buon auspicio nella sua missiva. In un cartoncino pregiato Kathleen aveva scritto una sua poesia – a mano, con penna nera - il cui senso era quello di un augurio di crescita, sia intellettuale che esistenziale. Kathleen –   che si faceva chiamare Caterina quando era a Roma (in genere ogni anno, da marzo fino a giugno, nella sua casa di Trastevere, con suo marito Arthur – Arturo - Bierman, squisito filosofo) – voleva condividere con me la felicità per un mio nuovo legame amoroso e giocava in modo sofisticato con l’idea della “seduzione”, paragonandola sia al filo rosso, sia allo stendersi di un’ala potente, capace di volare sempre più in alto. Era l’8 marzo, ed eravamo entrambe di umore giocoso. Kathleen aveva scelto quel “codice di nodi” come “dono della fortuna”, e accoglieva il nuovo allungarsi dell’“ala”, come l’apertura ad un nuovo universo di piacevolezza, in sostituzione delle mie vecchie paure.  

C’era un fil rouge, e c’è, tuttora esistente - anche dopo sette anni dalla sua scomparsa (avvenuta il 5 Febbraio 2019) – un filo conduttore che mi lega a lei, di poesia, stima, insegnamenti, risate e passeggiate, e tanta traduzione. A Kathleen devo molto per come sono adesso, fu lei ad incoraggiarmi a partecipare al dottorato in Anglistica nel 1998, accompagnandomi mentalmente nell’impresa, fidandosi di me, sostenendomi con tanti ragionamenti e discorsi di poetica e critica, di studio. Nessuna parola potrà mai esprimere a sufficienza il mio senso di gratitudine, costante. Nel volume in onore dei suoi 80 anni, pubblicato da Nightboat Books, New York, a cura di Susan Gevirtz e Stephen Motika (2017), a pagina 49 compare quel biglietto (https://nightboat.org/book/dear-kathleen/

  

                          immagine e documento di proprietà dell'autrice Marina Morbiducci©2026


Ho tradotto varie poesie di Kathleen, ma soprattutto ho lavorato alle sue Etruscan Pages (1991, edizione bilingue con testo a fronte del 2003, per i tipi della Maurader Press di San Francisco, con disegni a china di JoAnn Ugolini e traduzioni in italiano mie), un poemetto dedicato ai siti etruschi che amava visitare, in modo ricorrente. Ho assistito alla genesi del suo progetto bilingue, e al suo sviluppo mentre prendeva forma, nel processo di interpretazione e resa in italiano. Il poemetto partiva dallo spunto di Etruscan Places, di D. H. Lawrence, ma elaborava la suggestione dei luoghi etruschi in modo del tutto sperimentale, congiungendo il periodo della civiltà etrusca, grande mistero ancora da dipanare, con la complessa sensibilità postmoderna di “Caterina”. Di Etruscan Pages offre una lettura analitica James McCorkle in “Topographies: the play of silence and space in Kathleen Fraser's Etruscan Pages.” http://www.studiocleo.com/cauldron/volume4/features/fraser/crit/mccorkle.html

Critici contemporanei leggono con attenzione la poetica di Kathleen Fraser, il suo ruolo di protagonista nella scrittura innovativa femminista, portato avanti con l’idea geniale della sua rivista How(ever) e How2, che fondò e diresse fino al 2000, e poi continuò a sostenere con alla direzione le sue “seguaci”. Sì, perché Kathleen ha fatto scuola, non solo letteralmente nella sua vita, fino alla fine con i suoi corsi di scrittura creativa a San Francisco University, ma anche nelle sue numerose conferenze, poetry readings, apparizioni pubbliche, discorsi, lezioni magistrali. Stephen Motika, già direttore artistico della Poet’s House di New York, apprezzava molto il raro connubio di Kathleen nel saper fondere alla sua grande capacità pedagogica e maieutica una indiscussa autorevolezza nell’innovazione. Infatti, le indicazioni pedagogiche che Kathleen rivolgeva agli studenti erano orientate a una deliberata destabilizzazione del terreno della pratica scrittoria; Fraser rifiutava una funzione chiarificatrice o normativizzante dell’insegnamento, privilegiando invece l’attivazione di processi di produzione poetica a partire da una condizione di instabilità. Tale postura implicava una messa in questione radicale dell’adesione ai paradigmi della tradizione e ai dispositivi di autorità che ne regolano la trasmissione. Nell’orizzonte poetico tracciato da Kathleen Fraser non si danno regole fisse o prescrizioni formali, ma un campo aperto di negoziazione critica.

Kathleen era sempre in azione, in movimento, in un certo senso elusiva, inafferrabile. Tenendo fede ad uno dei suoi componimenti apparsi nel New Yorker nel 1966, “Change of Address”, dice:

You can tear up your lecture notes now erase every phone number.

under my name and go shopping in someone else’s suitcase.

I’ve changed my address again […]

(Kathleen Fraser, Change of Address & Other Poems, San Francisco, CA: Kayak Books, 1966, p. 14).

 

Per questo, i due fili intrecciati che Kathleen mi ha regalato, li tengo ancora più stretti, sono il suo filo d’Arianna per me. I fili rosso e nero del suo biglietto augurale, l’8 marzo 1996, sono concepiti, come nella pittura rupestre etrusca, come una danza cromatica, armoniosa, ammiccante, un enigma armoniosamente risolto nella simmetria delle figure in contrappunto speculare.

Nelle lunghe sessioni in cui discutevamo la sua poesia, affinché potessi capirla fino in fondo e poi renderla in italiano nel mio processo interpretativo che lei stessa mi confermava, ho potuto confrontarmi con la sua procedura compositiva, complessa, compatta nella sua sperimentalità, così ben delineata in Notes Preceding Trust (1987). Per esempio, da questo libro si consideri il testo intitolato “re-searches”: “not random, these / crystalline structures, these / non reversible orders, this / edge of greater length, this / lyric forever error, this / something embarrassingly clear, this / language we come up against” (trad. ital.: “non casuali, queste / strutture cristalline, questi / ordini non reversibili, questo / margine di maggiore estensione, questo / per sempre lirico errore, questo / qualcosa di imbarazzantemente chiaro, questa / lingua contro cui andiamo a parare”). Questi versi alludono perfettamente la consapevolezza che poesia, composizione e traduzione si sovrappongono in un unico atto creativo fondato sulla lingua. >>> (continua)

*la seconda parte sarà pubblicata l'8 aprile 2026


MARINA MORBIDUCCI 

 

BIONOTA

PhD, Associate Professor in English Language and Translation at Sapienza University, Rome, lectures at MA and Specialized Translation Master Courses. Her research focuses on translation of contemporary American poetry. She published first Italian editions of works by Robert Creeley, Charles Olson, Kathleen Fraser and Gertrude Stein (Tender Buttons, Last Operas and Plays, Lifting Belly, etc.). She collaborated with the journal of postmodern literature boundary and contributed to How2, a journal of women’s innovative writing. Her first academic publication in American experimental writing dates back to 198, with an anthology on Black Mountain College - poetry and poetics, providing the first Italian translation of “Projective Verse.” Her latest monograph on G. Stein’s notion of time is titled: Gertrude Stein in T/tempo. Declinazioni temporali nell’opera steiniana.

 (http://www.editricesapienza.it/node/7897, 2019).

Marina Morbiducci, già professore associato, ha insegnato lingua e traduzione inglese presso l’Università Sapienza di Roma, Dip. di Studi Orientali, per vari anni. È traduttrice e curatrice di opere prime in Italia di Gertrude Stein. Si è sempre occupata di traduzione poetica, soprattutto di testi sperimentali. Attualmente si sta occupando di Charles Tomlinson, in particolare della sua opera Renga, composta a Parigi nel 1969. 

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