Orfeo: l'apollineo e il dionisiaco - Le Menadi o Baccanti (PSICOLINGUISTICA/MITOLOGIA) ~ di Renato Proietti - TeclaXXI

 PSICOLINGUISTICA/MITO

 

ORFEO: L’APOLLINEO E IL DIONISIACO

(Le Menadi o Baccanti)

di Renato Proietti

II PARTE


*La prima parte è stata pubblicata da TeclaXXI il 4/07/2025


       Gregorio Lazzarini, Orfeo dilaniato dalle Baccanti, 1698, olio su tela, Ca' Rezzonico,Venezia 


          Orfeo, dunque, ritorna dall’oltretomba smarrito e deluso. Sconsolato, non vuole far ritorno alla corte di Dioniso, il dolore per la morte di Euridice lo porta a chiudersi in sé stesso iniziando a riflettere su temi come l’amore anche per chi non c’è più, la possibilità di una vita ultraterrena incorporea, l’astenersi dalle passioni, il condurre una vita ascetica e spirituale: in una parola, i primi vagiti dell’orfismo, che diventerà un movimento filosofico e religioso fondato su elementi come il dualismo anima (pura) e corpo (impuro), la reincarnazione (metempsicosi) che non è un dono ma una condanna: finché l’anima non sarà purificata è destinata a reincarnarsi prima di raggiungere il divino.

        Secondo una delle tante versioni del mito della sua morte, Orfeo divenne solito accompagnarsi a dei giovani per discutere con loro di questi Misteri, ma alla riunione non erano ammesse donne: le Menadi, già irritate dal rifiuto che Orfeo riservava loro, colsero l’occasione per aggredirlo riservandogli una fine tremenda: lo uccisero, lo smembrarono, ne legarono la  testa alla Lyra che aveva accompagnato il suo canto e la gettarono nelle acque del fiume Ebro… ma la sua testa continuò a cantare, e la Lyra a suonare finché, trascinata dalle acque fino al mare, non arrivò all’isola di Lesbo.

Lì, gli abitanti eressero allora un monumento funebre che sarà fonte di ispirazione per la poesia lirica greca con figure come Saffo e Alceo: passione amorosa e passione politica. Le Menadi continueranno la loro vita agreste e selvaggia… ma chi erano le Menadi?

Facendo un passo indietro, ricordiamo come Dioniso sia nato dall’unione di Semele e Zeus, dopo che quest’ultimo aveva mangiato il cuore di Zagreo, figlio avuto da Persefone che fu ucciso e squartato dai Titani per la gelosia di Era. La furia di Era però non si fermò, e questa consigliò a Semele di chiedere a Zeus, se voleva concupirla, di mostrarsi in tutto il suo splendore. Semele fece come Era le aveva subdolamente consigliato e morì, folgorata dalla luce che Zeus sprigionava. Zeus salvò il bimbo, se lo cucì in una coscia e finì così la gestazione: dopo vari tentativi di adozione, tutti stroncati dalla furia di Era, lo affidò a Hermes che lo condusse sul Monte Nisa, in Tracia[1], affidandolo alle cure delle ninfe del posto. Lì venne allevato anche dal vecchio satiro Sileno. Dioniso, come Zagreo, era destinato a diventare divinità del vino, dell’estasi e della follia, e le ninfe che lo allevarono lo seguirono nelle su scorribande, diventando le sue Menadi (invasate, folli), pervase dall’oistros.

Con questo termine si indicava l’effetto che Dioniso esercitava, attraverso una metaforica puntura (l’oistros era il tafano delle mucche, che pungendole le faceva impazzire dal dolore e correre senza alcun senso), sulle donne in età fertile: le Menadi diventavano quindi, come descritto da Euripide ne Le Baccanti, le seguaci umane del Dio, personificando lo spirito orgiastico della Natura. La mistica follia si manifestava in fasi successive, dalla danza dell’enthousiasmos (possedute dal Dio) fino all’ekstasis (letteralmente: esser fuori di sé). Vivevano errabonde nei boschi, coperte di pelli di animale, armate del tirso (un bastone appuntito ricoperto d’edera). Avevano col mondo animale un rapporto ambivalente: se alcune raffigurazioni le vedono nutrire, allattandoli, lupacchiotti e capretti erano altresì temute per la pratica dello sparagmos e dell’omophagia, smembravano cioè gli animali e ne mangiavano le carni crude.[2] Generalmente, le feste dionisiache si concludevano in orge sfrenate: così come il Dio aveva indotto la follia, ne era la cura attraverso la danza, la musica che coinvolgeva tutti i sensi, lo scatenarsi delle passioni. Ma se la donna invasata non si concedeva, o veniva rifiutata, il suo utero (hysteros) iniziava a vagare per il corpo producendo sintomi fisici. Chiaro quindi il rimando all’isteria, e alle sue somatizzazioni.

Penetrati attraverso la Magna Grecia nel mondo latino, ai Baccanali (feste di Bacco, nome latino di Dioniso) vengono attribuite diverse valenze: nati probabilmente come feste propiziatorie, come riti della fertilità, vennero ad assumere un carattere misterico (il senso del ciclo della vita, della riproduzione e della morte)[3] e, attraverso la liberazione delle passioni, un significato antipolitico. Tito Livio descrive la dissolutezza dei Baccanali, tanto che agli inizi del II secolo a.C. il Senato romano promulga una legge che li vieta, ma si può dire che, man mano che i tempi procedono, queste feste vengono consentite riadattandole ai tempi. Così nell’antica Roma vengono riadattati i Lupercali, e man mano che il Cristianesimo prende piede si fa strada il Carnevale, o Carnasciale, festa di cui rimangono alcuni simboli (le maschere che consentivano probabilmente agli adulti di mimetizzarsi e concedersi ai piaceri della carne, i dolci che rimpiazzano il poter mangiare a dismisura prima di levare la carne, pentirsi nel mercoledì delle ceneri e prepararsi all’ascesi della Quaresima, la follia delle feste di giovedì e martedì grasso). Il rito misterico e antipolitico, limitato alle sole donne, si trasforma probabilmente nei sabba, riti che vengono considerati demoniaci e le donne isteriche vengono considerate indemoniate: l’estro (da oistros) diventa sintomo di possessione demoniaca anziché divina, mentre l’estasi diventa uno stato di intenso piacere provocato dalla contemplazione di Dio da parte delle sante  ascetiche (i cui rituali che oggi rientrano nel novero dell’anoressia nervosa e di altri disturbi dell’alimentazione sono ampiamente descritti sia dalla letteratura che da odierni testi di storia della psichiatria). L’isteria, per lungo tempo, resterà un disturbo psichico relegato al solo sesso femminile e generato dall’insoddisfazione sessuale.

Ma è solo il rifiuto sessuale a generare isteria? Chiudiamo questo capitolo rifacendoci ad un altro mito, quello di Medea[4] che magari verrà approfondito in un prossimo articolo.

Dopo il suo efferato delitto Medea, che sta per essere uccisa da Giasone, vola via, portando con sé i cadaveri dei figli, su un carro trainato da serpenti alati inviati dal nonno Helios (il Sole) dirigendosi verso Atene. Ma secondo un’altra visione del mito, testimoniata da un vaso rinvenuto nella penisola salentina, prima di volare verso Atene fa rotta per Punta Ristola, davanti all’odierna Santa Maria di Leuca, dove getta in mare i figli (che divengono i cosiddetti scogli maledetti, ancora oggi visibili). L’auriga di questo carro si chiama … oistros!!! Cioè è l’estro, la furia a guidare Medea, rifiutata non certo dal punto di vista sessuale ma come donna, moglie e madre nonostante il suo ruolo nell’aiutare Giasone nella conquista del vello d’oro. Maga e donna capacissima (ma di questo ci occuperemo poi…) viene trattata come una povera sciocchina da Giasone: la sua vendetta è terribile, e coinvolge la donna che Giasone ha chiesto in moglie, il padre di lei e, appunto, i figli. A lei, maga e donna d’artifici, non serve certo la danza per frenare l’oistros… ma il Salento è la terra del tarantismo, fenomeno in cui ricorrono tutti gli elementi che abbiamo visto nei riti dionisiaci (tranne, per fortuna, lo sparagmos…): la puntura del ragno anziché dell’insetto, il ballo sfrenato che viene ritualizzato vestendo la malcapitata con una veste bianca e facendola ballare a piedi scalzi, preda delle sue somatizzazioni, mentre il paese la suona e la canta, coinvolgendo tutti i sensi in un suono ossessionante, il tutto bagnato dal vino… tutto si ritrova nella Notte della Taranta, festa della pizzica salentina.

Isteria, anoressia, tarantismo, feste propiziatorie che permangono nella tradizione… saranno argomenti che verranno approfonditi in altri appuntamenti.



[1] Invero nessuno ha mai ben localizzato il Monte Nisa, e poiché Dioniso in gioventù compare nelle leggende asiatiche e indiane altri lo pongono in questi luoghi.

[2] Come già visto nel precedente brano, sembra di trovare in questi riti il passaggio dall’estro animale al mestruo umano, con Orfeo che segna il passaggio all’amore monogamo. Mangiare le carni crude indicava il non aver ancora appreso l’uso del fuoco che Prometeo dona agli umani, rappresentando quindi un’umanità primordiale e bestiale.

[3] Si pensi solo al senso del Trionfo di Bacco e Arianna, di Lorenzo de’ Medici, brano dei Canti Carnascialeschi.

[4] Cfr. https://www.marinoniola.it/2017/08/28/lestasi-dionisiaca-nei-morsi-e-rimorsi-dei-tarantolati-la-repubblica-r2-cultura/


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RENATO PROIETTI


BIONOTA

65 anni, psichiatra e psicoterapeuta, a tempo perso attore amatoriale... A tempo pieno marito e padre. Studioso di Scienze della cognizione, dedico il poco tempo libero alla ricerca e alla riflessione epistemologica: coscienza e costruzione dell'identità personale sono i temi che mi appassionano.

 

 


 

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