Orfeo: l'apollineo e il dionisiaco - Le Menadi o Baccanti (PSICOLINGUISTICA/MITOLOGIA) ~ di Renato Proietti - TeclaXXI
PSICOLINGUISTICA/MITO
ORFEO: L’APOLLINEO E IL DIONISIACO
(Le Menadi o Baccanti)
di Renato Proietti
II PARTE
*La prima parte è stata pubblicata da TeclaXXI il 4/07/2025
Orfeo, dunque, ritorna dall’oltretomba
smarrito e deluso. Sconsolato, non vuole far ritorno alla corte di Dioniso, il
dolore per la morte di Euridice lo porta a chiudersi in sé stesso iniziando a
riflettere su temi come l’amore anche per chi non c’è più, la possibilità di
una vita ultraterrena incorporea, l’astenersi dalle passioni, il condurre una
vita ascetica e spirituale: in una parola, i primi vagiti dell’orfismo,
che diventerà un movimento filosofico e religioso fondato su elementi come il
dualismo anima (pura) e corpo (impuro), la reincarnazione (metempsicosi) che
non è un dono ma una condanna: finché l’anima non sarà purificata è destinata a
reincarnarsi prima di raggiungere il divino.
Secondo una delle tante versioni del mito della sua morte,
Orfeo divenne solito accompagnarsi a dei giovani per discutere con loro di
questi Misteri, ma alla riunione non erano ammesse donne: le Menadi, già
irritate dal rifiuto che Orfeo riservava loro, colsero l’occasione per
aggredirlo riservandogli una fine tremenda: lo uccisero, lo smembrarono, ne
legarono la testa alla Lyra che aveva
accompagnato il suo canto e la gettarono nelle acque del fiume Ebro… ma la sua
testa continuò a cantare, e la Lyra a suonare finché, trascinata dalle acque
fino al mare, non arrivò all’isola di Lesbo.
Lì,
gli abitanti eressero allora un monumento funebre che sarà fonte di ispirazione
per la poesia lirica greca con figure come Saffo e Alceo: passione amorosa e
passione politica. Le Menadi continueranno la loro vita agreste e selvaggia… ma
chi erano le Menadi?
Facendo
un passo indietro, ricordiamo come Dioniso sia nato dall’unione di Semele e
Zeus, dopo che quest’ultimo aveva mangiato il cuore di Zagreo, figlio avuto da
Persefone che fu ucciso e squartato dai Titani per la gelosia di Era. La furia
di Era però non si fermò, e questa consigliò a Semele di chiedere a Zeus, se
voleva concupirla, di mostrarsi in tutto il suo splendore. Semele fece come Era
le aveva subdolamente consigliato e morì, folgorata dalla luce che Zeus
sprigionava. Zeus salvò il bimbo, se lo cucì in una coscia e finì così la
gestazione: dopo vari tentativi di adozione, tutti stroncati dalla furia di
Era, lo affidò a Hermes che lo condusse sul Monte Nisa, in Tracia[1], affidandolo alle cure
delle ninfe del posto. Lì venne allevato anche dal vecchio satiro Sileno.
Dioniso, come Zagreo, era destinato a diventare divinità del vino, dell’estasi
e della follia, e le ninfe che lo allevarono lo seguirono nelle su scorribande,
diventando le sue Menadi (invasate, folli), pervase dall’oistros.
Con
questo termine si indicava l’effetto che Dioniso esercitava, attraverso una
metaforica puntura (l’oistros era il tafano delle mucche, che pungendole
le faceva impazzire dal dolore e correre senza alcun senso), sulle donne in età
fertile: le Menadi diventavano quindi, come descritto da Euripide ne Le Baccanti,
le seguaci umane del Dio, personificando lo spirito orgiastico della Natura. La
mistica follia si manifestava in fasi successive, dalla danza dell’enthousiasmos
(possedute dal Dio) fino all’ekstasis (letteralmente: esser fuori di
sé). Vivevano errabonde nei boschi, coperte di pelli di animale, armate
del tirso (un bastone appuntito ricoperto d’edera). Avevano col mondo animale
un rapporto ambivalente: se alcune raffigurazioni le vedono nutrire,
allattandoli, lupacchiotti e capretti erano altresì temute per la pratica dello
sparagmos e dell’omophagia, smembravano cioè gli animali e ne
mangiavano le carni crude.[2] Generalmente, le feste dionisiache
si concludevano in orge sfrenate: così come il Dio aveva indotto la follia, ne
era la cura attraverso la danza, la musica che coinvolgeva tutti i sensi, lo
scatenarsi delle passioni. Ma se la donna invasata non si concedeva, o veniva
rifiutata, il suo utero (hysteros) iniziava a vagare per il corpo
producendo sintomi fisici. Chiaro quindi il rimando all’isteria, e alle
sue somatizzazioni.
Penetrati
attraverso la Magna Grecia nel mondo latino, ai Baccanali (feste di Bacco, nome
latino di Dioniso) vengono attribuite diverse valenze: nati probabilmente come feste
propiziatorie, come riti della fertilità, vennero ad assumere un carattere misterico
(il senso del ciclo della vita, della riproduzione e della morte)[3] e, attraverso la
liberazione delle passioni, un significato antipolitico. Tito Livio descrive
la dissolutezza dei Baccanali, tanto che agli inizi del II secolo a.C. il
Senato romano promulga una legge che li vieta, ma si può dire che, man mano che
i tempi procedono, queste feste vengono consentite riadattandole ai tempi. Così
nell’antica Roma vengono riadattati i Lupercali, e man mano che il
Cristianesimo prende piede si fa strada il Carnevale, o Carnasciale,
festa di cui rimangono alcuni simboli (le maschere che consentivano
probabilmente agli adulti di mimetizzarsi e concedersi ai piaceri della carne,
i dolci che rimpiazzano il poter mangiare a dismisura prima di levare la
carne, pentirsi nel mercoledì delle ceneri e prepararsi all’ascesi
della Quaresima, la follia delle feste di giovedì e martedì grasso). Il rito
misterico e antipolitico, limitato alle sole donne, si trasforma probabilmente
nei sabba, riti che vengono considerati demoniaci e le donne isteriche
vengono considerate indemoniate: l’estro (da oistros) diventa sintomo di
possessione demoniaca anziché divina, mentre l’estasi diventa uno stato
di intenso piacere provocato dalla contemplazione di Dio da parte delle
sante ascetiche (i cui rituali che oggi
rientrano nel novero dell’anoressia nervosa e di altri disturbi
dell’alimentazione sono ampiamente descritti sia dalla letteratura che da
odierni testi di storia della psichiatria). L’isteria, per lungo tempo, resterà
un disturbo psichico relegato al solo sesso femminile e generato
dall’insoddisfazione sessuale.
Ma
è solo il rifiuto sessuale a generare isteria? Chiudiamo questo capitolo rifacendoci
ad un altro mito, quello di Medea[4] che magari verrà
approfondito in un prossimo articolo.
Dopo
il suo efferato delitto Medea, che sta per essere uccisa da Giasone, vola via,
portando con sé i cadaveri dei figli, su un carro trainato da serpenti alati
inviati dal nonno Helios (il Sole) dirigendosi verso Atene. Ma secondo un’altra
visione del mito, testimoniata da un vaso rinvenuto nella penisola salentina,
prima di volare verso Atene fa rotta per Punta Ristola, davanti all’odierna
Santa Maria di Leuca, dove getta in mare i figli (che divengono i cosiddetti scogli
maledetti, ancora oggi visibili). L’auriga di questo carro si chiama …
oistros!!! Cioè è l’estro, la furia a guidare Medea, rifiutata non certo dal
punto di vista sessuale ma come donna, moglie e madre nonostante il suo ruolo
nell’aiutare Giasone nella conquista del vello d’oro. Maga e donna capacissima
(ma di questo ci occuperemo poi…) viene trattata come una povera sciocchina da
Giasone: la sua vendetta è terribile, e coinvolge la donna che Giasone ha
chiesto in moglie, il padre di lei e, appunto, i figli. A lei, maga e donna
d’artifici, non serve certo la danza per frenare l’oistros… ma il
Salento è la terra del tarantismo, fenomeno in cui ricorrono tutti gli elementi
che abbiamo visto nei riti dionisiaci (tranne, per fortuna, lo sparagmos…): la
puntura del ragno anziché dell’insetto, il ballo sfrenato che viene
ritualizzato vestendo la malcapitata con una veste bianca e facendola ballare a
piedi scalzi, preda delle sue somatizzazioni, mentre il paese la suona e la
canta, coinvolgendo tutti i sensi in un suono ossessionante, il tutto
bagnato dal vino… tutto si ritrova nella Notte della Taranta, festa della
pizzica salentina.
Isteria,
anoressia, tarantismo, feste propiziatorie che permangono nella tradizione…
saranno argomenti che verranno approfonditi in altri appuntamenti.
[1] Invero nessuno ha
mai ben localizzato il Monte Nisa, e poiché Dioniso in gioventù compare nelle
leggende asiatiche e indiane altri lo pongono in questi luoghi.
[2] Come già visto
nel precedente brano, sembra di trovare in questi riti il passaggio dall’estro
animale al mestruo umano, con Orfeo che segna il passaggio all’amore
monogamo. Mangiare le carni crude indicava il non aver ancora appreso l’uso del
fuoco che Prometeo dona agli umani, rappresentando quindi un’umanità
primordiale e bestiale.
[3] Si pensi solo al
senso del Trionfo di Bacco e Arianna, di Lorenzo de’ Medici, brano dei Canti
Carnascialeschi.
[4] Cfr. https://www.marinoniola.it/2017/08/28/lestasi-dionisiaca-nei-morsi-e-rimorsi-dei-tarantolati-la-repubblica-r2-cultura/
________________________________
RENATO PROIETTI
BIONOTA
65 anni, psichiatra e psicoterapeuta, a tempo perso attore amatoriale... A tempo pieno marito e padre. Studioso di Scienze della cognizione, dedico il poco tempo libero alla ricerca e alla riflessione epistemologica: coscienza e costruzione dell'identità personale sono i temi che mi appassionano.


Commenti
Posta un commento
È gradita la firma in calce al commento. Grazie.