Dalla fine delle grandi ideologie alla crisi d'identità: l'ascesa dei populismi in Europa (POLITOLOGIA) ~ di Camille Chenaux - TeclaXXI

 POLITOLOGIA

 

Camille Chenaux

Dalla fine delle grandi ideologie alla crisi d’identità: l’ascesa dei populismi in Europa


CC0 Dominio pubblico (CREDITO: pxhere.com)


        Per capire l’Unione europea di oggi è di fondamentale importanza partire da quel famoso 1989. Da quel momento in poi si parlò di un trionfo della democrazia liberale e dei movimenti rivoluzionari liberali (Zielonka, 2018). Dalla stessa lettura della famosa opera di Francis Fukuyama The end of History and the last man (1992) si poteva avere l’impressione che la soluzione occidentale trovata fosse eccellente, irrinunciabile, immutabile, eterna, quella ormai giusta per sempre, la panacea contro tutti i mali.  In realtà, il contesto politico europeo da quel momento in poi avrebbe subito una trasformazione profonda, dalla fine delle grandi ideologie sarebbe emerso un vuoto identitario, coadiuvato da una crescente polarizzazione, una ridotta accettazione della controparte oltre che una progressiva radicalizzazione del discorso pubblico. La fine della Guerra fredda aveva infatti inaugurato una nuova fase segnata dalla globalizzazione economica e dall’intensificazione dei processi di integrazione europea, senza dall’altra sviluppare una nuova identità capace di superare quella tradizionale nazionale. Questo duplice movimento, il processo di globalizzazione e il rinforzamento dell’integrazione europea specie con l’introduzione della cittadinanza europea con il Trattato di Maastricht nel 1992, ha comportato un ridimensionamento della sovranità nazionale e una ridefinizione delle identità politiche tradizionali. Il cittadino europeo si è trovato progressivamente inserito in uno spazio politico ed economico più ampio, ma anche più astratto e meno riconoscibile. Ne è derivata una percezione diffusa di perdita di controllo e di smarrimento identitario. In tale contesto, il richiamo a una rinnovata identità nazionale si è imposto come risposta compensativa a un senso di dislocazione. I movimenti populisti, tanto di destra quanto di sinistra, hanno saputo intercettare e valorizzare questa domanda di appartenenza. Essi propongono una narrazione semplificata e dicotomica, fondata sulla contrapposizione tra un “popolo autentico” e un’élite percepita come distante e responsabile della crisi. In questo modo, il populismo si è configurato non solo come reazione politica, ma anche come tentativo di ricostruzione simbolica di un’identità collettiva percepita come minacciata.

        Accanto alla tradizionale divisione tra destra e sinistra, il panorama politico europeo contemporaneo è attraversato da una nuova linea di frattura che oppone partiti di sistema e forze antisistema. Questa dicotomia si interseca con quella classica, ma introduce elementi di discontinuità significativi. I partiti antisistema, tra cui rientrano i movimenti populisti, si presentano come portavoce di coloro che sono stati penalizzati dalle trasformazioni economiche e sociali degli ultimi decenni. Si tratta dei cosiddetti “losers” della globalizzazione, individui e gruppi sociali che, a partire dalla crisi finanziaria del 2010 e dalle successive crisi economiche, migratorie, sanitarie, belliche ed energetiche hanno sperimentato una perdita di sicurezza economica, status sociale e rappresentanza politica. Questi soggetti percepiscono le istituzioni tradizionali come incapaci di tutelare i loro interessi e vedono nei partiti di sistema un’estensione di élite autoreferenziali. I populismi riescono a tradurre questo malessere in consenso politico, offrendo risposte immediate e spesso semplificate a problemi complessi, poggiandosi su quella ormai ben nota dialettica antagonista popolo puro-élite corrotta (Cas Mudde, 2004). In tal senso, la frattura sistema/antisistema non è soltanto politica, ma riflette una più ampia divisione sociale ed economica, che mette in discussione i presupposti stessi della rappresentanza democratica.

        Il populismo europeo ha avuto il merito di portare alla luce un disagio reale e diffuso, dando voce a istanze che erano rimaste a lungo marginalizzate. Tuttavia, esso ha anche contribuito a una crescente polarizzazione del dibattito pubblico e a una radicalizzazione della società. Dal punto di vista teorico, diversi studiosi hanno evidenziato come il populismo stia modificando il modo stesso di intendere la democrazia. Philippe Raynaud (2020) ha introdotto il concetto di “democrazia difettosa”, sottolineando come in questi contesti si assista a un progressivo rifiuto del pluralismo democratico, accompagnato dall’indebolimento dello Stato di diritto e dei sistemi di pesi e contrappesi. Il rifiuto del pluralismo democratico si riflette nell’essenza stessa del populismo che pretende l’incarnazione di un popolo unificato ed omogeneo, trascurando in tal senso l’interesse per eccellenza delle parti di cui i partiti ne sono da sempre la legittima rappresentazione. Il rifiuto del pluralismo crea inevitabilmente polarizzazione, radicalizzazione e aggressività verso colui che è diverso da te. Diamanti e Lazar (2018) hanno parlato di “popolocrazia”, una trasformazione in cui il rapporto diretto tra leader e popolo tende a sostituire i meccanismi rappresentativi tradizionali.  Si tratterebbe dunque di una democrazia sempre più “in diretta”, una forma politica in cui la mediazione istituzionale viene ridotta a favore di una comunicazione immediata e continua tra governanti e governati, spesso veicolata dai media digitali. Questo modello tende a privilegiare l’emotività e l’immediatezza rispetto alla deliberazione razionale, contribuendo a una semplificazione del confronto politico. Il populismo europeo rappresenta dunque un fenomeno ambivalente, da un lato esprime una domanda legittima di rappresentanza e di riconoscimento, dall’altro mette sotto pressione i fondamenti stessi della democrazia liberale. La sua forza risiede nella capacità di dare forma politica a un disagio diffuso, il suo rischio, invece, è quello di trasformare tale disagio in una dinamica permanente di conflitto e delegittimazione. In un’Europa attraversata da crisi multiple e da profonde trasformazioni, la sfida non consiste semplicemente nel contrastare il populismo, ma nel comprenderne le radici e nel ricostruire un equilibrio tra integrazione sovranazionale e identità nazionale, tra rappresentanza e partecipazione, tra efficienza e pluralismo. Solo così sarà possibile evitare che la risposta a una crisi della democrazia finisca per alimentarne una ancora più profonda.

 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

I. Diamanti, M. Lazar, Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie, Roma-Bari, Laterza, 2018.

F. Fukuyama, The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992.

C. Mudde, The Populist Zeitgeist, in “Government and Opposition”, 39, 4, 2004, pp. 541-63.

Ph. Raynaud, Les origines du populisme, in “Vie Publique”, 8 gennaio 2020.

J. Zielonka, Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale, Bari-Roma, Laterza, 2018.


 CAMILLE CHENAUX

 

BIONOTA 

Camille Chenaux ha conseguito il dottorato di ricerca in Relazioni internazionali all’Università degli Studi di Roma Tre e insegna Contemporary Italian Politics e Italy and EU presso lo IES Abroad a Roma. Scrive nella sua rubrica “Le parole della politica” per il Corriere del Ticino. Ha pubblicato lo scorso anno (2025) il volume “Crisi dello Stato-nazione e populismi europei” edito con Carocci.

 

 

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