Sliding Doors di Peter Howitt (1997): il tempo non è unico, ma plurale (CINEMA D'ANTAN) ~ di Alessandro Iovinelli - TeclaXXI

CINEMA D’ANTAN

 

Alessandro Iovinelli

 

Sliding Doors di Peter Howitt (1997)[1]: il tempo non è unico, ma plurale

 

 

locandina originale del film Sliding Doors (1997)

          Il film si apre con l’immagine di Londra ripresa dal cielo. Subito vediamo la protagonista: Helen (Gwyneth Paltrow). È mattino e, come al solito, deve prendere la metropolitana

          Ed ecco la scena chiave. Helen fa per riprendere la metro.

 


La sequenza divide le singole azioni che la separano dal salire sul treno: timbrare il biglietto, procedere sul tapis-roulant, accelerare il passo quando si accorge che il convoglio è in arrivo, scendere le scale di corsa e lanciarsi sul marciapiede per entrare nel vagone. Ma non c’è niente da fare: le porte le si chiudono in faccia e così perde la corsa. È questo l’evento che sta all’origine della storia, o meglio del suo diverso sviluppo. Nella condizione di base – che chiameremo situazione A – Helen non prende il treno e lo guarda partire. Subito dopo la pellicola si riavvolge fino al punto in cui lei si trovava in cima alla rampa delle scale: il tempo torna indietro per una manciata di secondi, finché il suo passo di gambero si arresta e lei ricomincia a scendere le scale. Questa volta il suo incedere non è ostacolato da una bambina che giocava con un pupazzo appoggiato sul mancorrente (perché la mamma la scansa) e così Helen può salire sul treno. Questa è la situazione B. D’ora in poi avremo dunque una Helen A e un’altra Helen B.

          Partire da una situazione iniziale e poi raccontarla attraverso le molteplici varianti determinate da diversi esiti di una frase o di un gesto tra i più insignificanti è una scommessa narrativa che sembra uscire dalla fantasia di un membro dell’OULIPO e richiede una padronanza assoluta dei meccanismi diegetici. Il precedente che può essere subito richiamato è Smoking / No Smoking (1993) di Alain Resnais, il doppio film che riprende un lavoro teatrale di Alan Ayckbourn, Intimate Exchanges. La sua struttura narrativa si biforca a partire da un’alternativa minima – fumare o non fumare – e di conseguenza mostra quali sviluppi possibili ne sarebbero determinati.

          Non molto diverso sembrerebbe Melinda and Melinda (Melinda e Melinda, 2004) di Woody Allen, laddove lo stesso personaggio collocato in un identico incipit produce due trattamenti opposti, l’uno comico, l’altro drammatico, che si intersecano ripetutamente, giacché sono il frutto della sfida che si sono lanciati due autori per convincersi reciprocamente della superiorità della propria chiave di lettura rispetto all’altra.

          La realtà come un’equazione di secondo grado con due valori differenti di un’incognita e la narrazione come un gioco di incastri per i quali il tempo procede per alternative tra un’ipotesi A e un’ipotesi B, è la strategia di Smoking / No Smoking. L’irrilevanza dei fattori che contribuiscono a decidere i diversi destini dei personaggi lascia intravedere un riferimento intertestuale che dai territori esplorati dalla narratologia si sposta in direzione della teoria del caos, o più precisamente dell’«effetto farfalla»: l'idea secondo la quale minime variazioni producano in un sistema grandi conseguenze a lungo termine. Anche in questo caso la teoria scientifica non ha mancato di trovare una sua applicazione in campo cinematografico: si pensi alle Conseguenze dell’amore (2004) di Paolo Sorrentino e soprattutto a Babel (2006) di Alejandro González Iñárritu – quest’ultimo un vero e proprio puzzle di tre storie ambientate in luoghi differenti (Marocco, Messico e Giappone), ma unite da un sottilissimo filo originato da una causa minima.

          Nella vita di Helen, come in quella di ognuno, non sono le grandi scelte che decidono il destino individuale, ma le azioni più irrilevanti – e dunque più involontarie – come passare o non passare attraverso una porta. Il tempo è plurale, ma nessuno di noi può stabilire con certezza assoluta quante probabilità ci siano perché un soggetto vada in un senso anziché in un altro. L’indeterminazione del nesso causale fa sì che l’intero universo divenga imprevedibile.

         L’efficacia del clinamen prescelto dal film la si può apprezzare da due punti di vista. Prima di tutto, è un caso molto comune, agevolmente comprensibile dagli spettatori, se non altro perché appartiene a un tipo di esperienza che tutti possono aver vissuto. Ma poi le «porte scorrevoli» sono anche una metafora spesso utilizzata dagli scienziati per spiegare in che modo sia possibile passare da una dimensione all’altra dell’universo, o meglio ancora da un universo all’altro – e dunque il titolo anticipa il momento decisivo che genera due universi distinti e paralleli.

Una volta salita sulla metro, Helen B incontra di nuovo l’uomo dell’ascensore, il quale attacca discorso con lei e si presenta: si chiama James (John Hannah). In seguito, lei rientra a casa in anticipo e sorprende Jerry a letto con la stessa donna che abbiamo visto all’inizio.

La Helen A, quella che ha perso il treno, viene perfino scippata all’uscita della stazione ed investita da un taxi, tanto da dover far ricorso alle cure dell’ospedale.

Le due storie prendono due diversi cammini, il cui andamento si alterna nel montaggio, contrapponendo i contrastanti sviluppi che sono scaturiti da quella prima variante.

L’esplosione in contemporanea di tutti i nodi narrativi si compie secondo il procedimento classico del montaggio alternato e pone termine alle due storie narrate dal film: Helen B ha un colloquio chiarificatore con James proprio sul ponte che avevamo visto all’inizio e sotto il quale si erano baciati per la prima volta, mentre nella stessa notte Helen A scopre che Jerry ha un’amante che aspetta un figlio da lui. Sconvolta dalla rivelazione, fugge via, ma cade per le scale.

Com’è misero il suo destino! Verrebbe da esclamare allo spettatore: se avesse preso quel treno, ora si sarebbe rifatta una vita. La delusione era inevitabile e dunque averlo saputo prima le avrebbe comunque dato un vantaggio sul corso degli eventi: un nuovo incontro, un altro uomo, un bambino in arrivo… Fin qui il senso del film sembrerebbe sotto l’insegna dell’ex malo bonum. Ma è una falsa pista. Il senso della seconda storia sarebbe semmai nel segno del «gioco del rovescio». Infatti, subito dopo esseri riconciliata con James, Helen B attraversa la strada e viene travolta da un’automobile.

La corsa dell’autoambulanza in direzione del pronto soccorso è la stessa e coincide cronologicamente in entrambe le vicende: su una viaggia Helen B investita sotto la pioggia, sull’altra Helen A caduta per le scale. Le inquadrature sono simmetriche e la scena varia solo per i particolari che rivelano l’identità dei due personaggi: il colore dei capelli, il partner seduto al capezzale. Tuttavia, mentre Helen A, pur perdendo il bambino, sopravvive, lascia definitivamente il fedifrago partner ed esce dall’ospedale, Helen B muore. La vita si diverte a ribaltare i risultati della nostra esistenza e la morte ha sempre l’ultima parola nel decidere chi vince e chi perde.

Non dobbiamo dimenticare però che stiamo parlando di una commedia romantica, non di un dramma, cosicché l’epilogo non ci può lasciare amareggiati come pubblico: Helen A, quella di partenza, incontra in ospedale lo stesso James – sappiamo dall’altra storia che lui ha una madre ricoverata nel medesimo nosocomio. Se lo ritrova dentro l’ascensore, dentro il quale a lei cade – di nuovo – un orecchino. Dopo averlo raccolto, lui si accorge della sua aria malinconica, probabilmente triste, e allora la conforta con un: «Su con la vita!», cui fa seguire la domanda: «Sa cosa dicono i Monty Python?»[2] E lei, senza nemmeno rifletterci, gli risponde di rimando «Nessuno si aspetta l’Inquisizione»[3]. Noi già sappiamo che è la battuta preferita da lui e dunque la replica a bruciapelo di lei non può che valere come un’inaspettata password che anticipi la possibile intesa tra i due sconosciuti. Di conseguenza lo sguardo reciproco significa molto di più di un messaggio linguistico. Sguardo sorpreso di lui. Lei, a sua volta, lo guarda. Le porte dell’ascensore si chiudono. Fine. E Virgilio forse farebbe dir loro: agnosco veteris vestigia flammae.

[Il testo rielabora e riduce alcune pagine apparse in Il salto oltraggioso del grillo, Roma, Albatros-Il filo, 2010]



[1] Sliding Doors (1997) / Regia: Peter Howitt / Sc.: Peter Howitt / Con Gwyneth Paltrow, John Lynch, John Hannah, Jeanne Tripplehorn.

 [2] «Cheer up. You know what the Monty Python boys say».

[3] «Nobody expects a Spanish Inquisition».

_____________________________

ALESSANDRO IOVINELLI



BIONOTA Alessandro Iovinelli, fondatore e direttore scientifico di TeclaXXI

Alessandro Iovinelli (Roma, 1957) ha conseguito la laurea in lettere (Roma, La Sapienza) e il dottorato di ricerca in “Culture et Societé en Italie du Moyen-Age au XXème siècle”, (Parigi, Sorbonne-Nouvelle).
È poeta, narratore, critico e regista teatrale.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti, saggistica, nonché tre romanzi.


Commenti