Parole nuove: dai nomi propri (famosi) ai nomi comuni (LINGUA ITALIANA) ~ di Silverio Novelli TeclaXXI
LINGUA ITALIANA
Parole
nuove: dai nomi propri (famosi) ai nomi comuni
di Silverio Novelli
Nell’ambito degli studi
che riguardano il lessico e i suoi processi di formazione, la deonomastica si
occupa delle voci della lingua comune che sono connesse con i nomi propri. Una
grande quantità di queste voci è il frutto di un passaggio dal nome proprio al
nome comune, con l’aggiunta di prefissi, suffissi, confissi. Bisogna farci bene
mente locale, prima di capire quanto questo fenomeno (la creazione di deonimici) sia diffuso. Poi, si resterà
colpiti dalla grande produttività di lessemi che scaturisce dalla connessione
nomi comuni-nomi propri. Monumentale ma necessario, per gli specialisti, il Deonomasticon Italicum (DI). Dizionario
storico dei derivati da nomi geografici e da nomi di persona, voll. 1–4: Derivati da nomi geografici: A–Z,
Tübingen, Niemeyer, poi Boston/Berlin, De Gruyter, 2002–2013, diretto dal
grande specialista Wolfgang Schweickard. Fondamentale ancora oggi (e di lettura
accessibile anche ai non superspecialisti), lo studio fondativo della
deonomastica in Italia, Dal nome proprio
al nome comune. Studi semantici sul mutamento dei nomi propri di persona in
nomi comuni negl’idiomi romanzi, di Bruno Migliorini (prima edizione
Génève, Olschki, 1927 (con un Supplemento, Genève, Olschki, 1968).
Molte
categorie di deonimici
Le sottocategorie più
importanti dei deonimici sono:
· detoponimici:
derivati dai toponimi (nomi di luogo). Tra questi ultimi primeggiano gli etnici, cioè i nomi degli abitanti di un
paese, di una regione, di un comune: (bolognese;
campidanese; brasiliano). Si aggiungono molti derivati di vario tipo (magiarizzazione, transeuropeo; germanofilo)
· marchionimi:
derivati da nomi di marchi (tinderista
‘chi utilizza l’app e piattaforma di incontri ©Tinder’); anche, derivati da nomi di enti, associazioni, partiti (onussiano < ONU, rotariano, leghista) o da titoli di opere
letterarie (oblomoviano < Oblomov,
celebre romanzo di Ivan Gončarov)
· metafore, metonimie e altro:
si tratta di derivazioni piuttosto diffuse. Si pensi alle «metafore e metonimie
(bikini ‘costume da bagno femminile in due pezzi’, niagara
‘quantità enorme’), alle antonomasie (arpagone ‘persona avara’, cicerone
‘guida’, galateo ‘l’insieme delle norme di buone maniere’, mecenate
‘persona munifica che protegge letterati, artisti e sim.’), agli usi
sintagmatici (uovo di Colombo, spada di Damocle, tendine
d'Achille) e alle locuzioni (andare a Roma per Mugello
‘prendere una decisione poco razionale’, mandare in Piccardia ‘mandare
alla forca’, portar nottole ad Atene ‘fare una cosa inutile’). A partire
dai sintagmi nascono nuove varianti ellittiche come madera (< vino
di Madera), moka (< caffè di Moka) o napoletana
(< caffettiera napoletana)» (Wolfgang Schweickard, Che cos’è la deonomastica, in Treccani.it,
“Lingua italiana”, 5 aprile 2023).
Da notare che molti
deonimici ci arrivano come prestiti da altre lingue. Per fare un solo, celebre,
esempio, di pensi a ghigliottina dal
francese guillotine (dal nome del
medico francese J.I. Guillotin che ne propose l’uso durante la Rivoluzione
francese). Anche certi suffissi formativi del nome comune ricalcano modelli
stranieri: -egno < spagnolo -eño in ecuadoregno, honduregno ecc.; -ite
< tedesco -it in maiderite (roccia eruttiva) dal tedesco Maiderit (da Madeira, isola portoghese).
Facile
facile, ma…
Facile facile? Sì, la
derivazione dai nomi (o cognomi, o soprannomi) di persona è storicamente molto antica
nella nostra lingua (e apparteneva già al latino), ed è la più facile da
realizzare, tant’è che viene recepita come scontata e a sua volta attivata da
ogni parlante un minimo confidente con la lingua italiana.
Con l’avvento della
scrittura giornalistica brillante, a partire dalla seconda metà del Novecento, è
diventato quasi automatico il “giochetto” di derivare, anche con fini polemici
o ironici, parole dai nomi di personaggi pubblici e popolari: berlusconiano, berlusconese (il linguaggio di Berlusconi), veltroniano, renziano, renzista, contiano (che si può riferire sia al politico Giuseppe Conte sia
all’allenatore di calcio Antonio Conte), meloniano
e vannacciano, ma anche, fuori
dal dominio della politica, vaschista (fan
di Vasco Rossi), mentre, tra i ferraristi
(tifosi della Ferrari in Formula 1), brillano perfino i leclerchiani (fan del pilota monegasco
Charles Leclerc) – ma forse l’affermazione di antonelliano, relativo Kimi Antonelli e ai suoi tifosi, verrà contrastata dall’omonimia con l’antonelliano della Mole torinese e
dell’architetto che la progetto e iniziò, Alessandro Antonelli.
Facile facile sì, dunque,
ma con stratificazioni di realizzazioni differenziate e meno automatiche dell’immaginabile.
Pensiamo alla diversa specializzazione semantica di due deonimici come boccacciano e boccaccesco, il primo quasi esclusivamente riferito alla biografia,
all’opera e allo stile di Giovanni Boccaccio; il secondo, per dilatazione
metaforica, riservato soprattutto a «fatti e
situazioni che ricordano alcune novelle licenziose del Decameron» (un sinonimo quindi di licenzioso, piccante). Pensiamo anche alla
casella mancante *ariostiano, aggettivo di relazione che non si è affermato,
lasciando campo libero al solo ariostesco, che ne fa le veci come
neutro indicatore di ‘tutto ciò che si riferisce a Ludovico Ariosto’ ma, in
senso più ampio, «[a]nche, che ricorda per qualche carattere
l’Ariosto (soprattutto con riferimento alle sue invenzioni fantastiche)». Con i
deonimici ricavati da Machiavelli, torniamo a una sorta di partizione semantica
tra due voci: al denotativo machiavelliano
si accosta il connotativo machiavellico,
in base a una lettura (ormai tramontata in sede di interpretazione
storiografica) di un Machiavelli cinico teorico dell’astuzia ingannevole in
politica; poi, di conseguenza, in senso esteso, machiavellico «è riferito in particolare ai comportamenti e alle
strategie di chi non rifugge dall’usare l’inganno e la violenza per ottenere
vantaggi politici, ed è più in generale usato per connotare modi di pensare e
di agire astuti e subdoli, o persone prive di scrupoli» (questa e le precedenti
le citazioni lessicografiche sono tratte dal Vocabolario Treccani.it).
L’uomo
sinneriano e il pilota (o il
fumetto?) zanardiano
Poiché i nostri
giornalisti sono spesso persone di una qualche cultura, con l’enfasi propria
della cronaca sportiva pensano di cantare le lodi del nostro tennista
attualmente più capace, Jannik Sinner, per
cui la locuzione uomo vitruviano (torniamo
agli eletti spiriti di cui poc’anzi: a proposito, locuzione di sapore leonardiano o leonardesco?) viene ricalcata in uomo sinneriano, con allusione magniloquente all’armonia tra mente
e fisico che caratterizzerebbe Sinner sia come sportivo sia come persona. Scriveva
così nel 2025 un vecchio campione del tennis italiano, Paolo Bertolucci:
«L’uomo Sinneriano ha completato la sua evoluzione, trasformandosi nel
giocatore perfetto. È la bellezza dello sport: la continua capacità di
rigenerarsi attraverso la successione di campioni formidabili. […] Tuttavia, il
successo di Jannik a Wimbledon assume una valenza simbolica, perché al netto
del confronto tra i palmarès (peraltro molto simili, nonostante il lieve
vantaggio dello spagnolo [Alcaraz]), segna l’apoteosi di un giocatore che
attraverso il lavoro, l’applicazione, la cura maniacale dei dettagli si è
perfezionato fino a liberarsi di qualsiasi punto debole e su qualunque
superficie (Gazzetta dello sport, 15 luglio 2025).
Da uno sportivo vivo e forte,
a uno sportivo forte, morto quest’anno, che resta vivo nella stima di tutti noi
italiani e italiane, nella nostra memoria a breve termine survoltata dalla
macchina mitopoietica di massa del discorso mediatico: l’automobilista e
paraciclista Alex Zanardi, presentatoci per anni, dopo i due terribili
incidenti, come una sorta di esempio laico di santità del coraggio, della
passione, della tenacia e della modestia. Al di là delle caramellose
enfatizzazioni, Zanardi è stato una persona notevolissima. Non stupisce,
pertanto, che dal cognome si sia ricavato e sia ben attestato il deonimico zanardiano: «Alex Zanardi: ancora
leggendario, ha ripreso a parlare! A raccontarlo è stata Federica Alemanno,
neuroscienziata del San Raffaele di Milano, che in un’intervista al Corriere
della Sera ha dichiarato: “È stata una grande emozione, nessuno ci credeva. Lui
c’era! E ha comunicato con la sua famiglia”. Gli aggettivi per descriverlo sono
finiti, infatti ne coniamo uno solo per lui: zanardiano!» (Blog.Euroimport.com, 13 gennaio 2021, Notizie in primo piano).
Per i tanti paradossi che
la lingua (ogni lingua) ci offre, zanardiano
esiste anche con riferimento a un tipo di italiano agli antipodi di Alex
Zanardi: Massimo Zanardi, detto Zanna, personaggio uscito dal vulcanico
laboratorio fumettistico di Andrea Pazienza (quest’anno, se non fosse morto nel
1988, a 32 anni, Pazienza avrebbe compiuto 70 anni). Lo Zanardi cartaceo è un
giovinastro pluriripetente a scuola, proteso a vivere, nella Bologna degli anni
Ottanta del Novecento, non l’impegno politico collettivo ma un’amorale e cinica
efferatezza individualistica (o di clan, col suo paio di inseparabili amici).
Francesco Gualdi, commentando una vignetta di Pazienza in chiusura di
un’avventura di Zanardi, ha scritto: «Questa è una vignetta didascalica, non
disegnata, completamente bianca e vuota, così come vuota è la morale di
Zanardi. Pazienza sceglie di non disegnare la violenza della scena, ma non per
pudore o per altre motivazioni simili (nel ciclo di Zanardi si trovano infatti scene ben peggiori); all’opposto, al
culmine della vendetta zanardiana, Pazienza decide di assistere in diretta al
corso degli eventi, abbandonando per un attimo il ruolo di regista e assumendo
quello di pubblico, condividendo lo stupore con i suoi lettori nel vedere il
gesto efferato di Zanardi» (in «Bibliomanie. Letterature, storiografie,
semiotiche», 50, n° 2, dicembre 2020).
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SILVERIO NOVELLI
Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).


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