I genitori di Axel - Episodio 3 (NARRATIVA/DIARIO DI UNA PRESIDE) ~ di Paola Cardarelli - TeclaXXI

 

NARRATIVA

DIARIO DI UNA PRESIDE

 

Paola Cardarelli

 

I genitori di Axel – Episodio 3


                                           immagine generata da Canva progetto JS©2026

 

        Entrambi sulla cinquantina, entrano nel mio ufficio con un’aria da cospiratori: si guardano a destra e a sinistra prima di sedersi, quasi a saggiare l’affidabilità del luogo. Il papà in particolare ha un aspetto disordinato e appare trafelato, come in pausa dopo una corsa. Si siede e subito si scusa mettendosi una mano davanti alla bocca: ha avuto un problema con il dentista e sta aspettando il nuovo impianto. Non capisco subito cosa intenda dire, poi intravedo uno spazio nero nella sua bocca.

        So che si aspettano che io espliciti ufficialmente i motivi della convocazione ma di certo li hanno subodorati. Spiego che la decisione di chiedere loro un incontro è stata successiva ad una chiacchierata che ho avuto con la figlia.

        Dico proprio figli-a, uso il femminile perché so che entrambi, padre e madre, non hanno accolto l’idea della Carriera Alias e non hanno nessuna intenzione di consentire a Prisca una transizione, né tantomeno la scelta di un nome elettivo, un nome maschile. Ne parlo al femminile, ma anche così devo fare attenzione perché quando ho parlato con la ragazza mi sono rivolta a lei al maschile.

        Ecco che mi si ingarbuglia tutto: la frase precedente se ha un senso dal punto di vista grammaticale non lo ha da un punto di vista logico. Mi sono rivolta a lei al maschile. Ed è una frase che probabilmente smaschera i miei pregiudizi: do per scontato che sia una ragazza perché così risulta dai documenti. Devo dire che anche il suo aspetto è quello di una ragazza, sia pure molto mascolina, con braccia muscolose, un velo di peluria sulle labbra, spalle ampie, ma pur sempre di una ragazza. O perlomeno questo è quello che il mio cervello binario e la mia percezione binaria hanno registrato. E quindi parlando con l’alunna mi sono dovuta sforzare per usare il maschile così come poi però ora mi devo impegnare e concentrare oltremodo per fare marcia indietro.

        Facendo grande attenzione quindi mi riferisco alla ragazza come Prisca, il suo nome di nascita, anche se so che a scuola compagni e insegnanti riconoscono il suo genere elettivo e la chiamano Axel, come lei ha chiesto. Ma non i genitori: per loro la figlia è una ragazza e si chiama Prisca. Come risulta dai documenti. Perlomeno fino alla maggiore età.

        Nella nostra scuola è stata riconosciuta la Carriera Alias già quattro o cinque anni fa quando un’allieva, riportandoci le esperienze di altre scuole e di varie Università in Italia e in Europa, ci pregò di registrarla come studente. Ci rimasi male, all’inizio, perché mi sembrava che nell’istituto ci fosse un’atmosfera molto liberale e andavo fiera di questo: la richiesta della studentessa era di fatto una critica anche piuttosto aspra.

        Poi capii che la ragazza aveva sue validissime ragioni. I nomi sono importanti. Nomina nuda tenemus, possediamo di fatto solo i nomi, probabilmente, ma quelli hanno un grande valore, non sono esornativi, postille colorate, etichette esplicative: sono essenziali.

        Sulla base delle richieste di quell’alunna, che ora si chiama Filippo, portai l’istanza Carriera Alias all’attenzione del Collegio dei Docenti e del Consiglio di Istituto che approvarono all’unanimità il regolamento Alias. Un’unanimità che mi stupì, ma erano tempi effettivamente diversi rispetto agli attuali. Poi abbiamo fatto un corso di formazione con esperti dei diritti lgbtq+ e abbiamo permesso a chi ne facesse richiesta e avesse l’avallo dei genitori, di essere registrato con il nome voluto e scelto. Da quel momento ci sono state quattro o cinque richieste accolte. Non quella di Prisca perché mancava, appunto, il placet dei genitori.

        Sono stata io a convocarli perché la ragazza negli ultimi tempi ha manifestato un grandissimo disagio e i professori sono preoccupati. E ora mamma e papà sono qui di fronte a me e devo trovare il modo di entrare nel loro universo di sofferenza nel modo più delicato possibile. Introduco il colloquio dicendo che Prisca mi ha chiesto di essere ricevuta e mi ha raccontato di un profondo malessere comunicandomi il desiderio di cambiare scuola. Desiderio che mi ha lasciato perplessa.

        Dico ai genitori che ho percepito il bisogno di Prisca di essere ascoltata. A volte succede proprio questo: si cerca di avere visibilità partendo da una questione apparentemente neutra. La ragazza infatti è venuta da me con l’istanza “riorientamento” ma con il chiaro intento di parlarmi (anche) di altro. Di altro orientamento.

        Il padre mi guarda e mi dice sì, sempre coprendosi la bocca con la mano, lui e la moglie sanno benissimo del problema della loro figlia, sanno benissimo che ha problemi di identità, che è molto inquieta. Non si sente nel proprio corpo ripete lentamente facendo oscillare la testa su e giù come a dire, proprio così, proprio così, non ci vorrei credere, ma è davvero così.  O meglio, si corregge muovendosi goffo sulla sedia per cercare una sistemazione più confortevole, noi crediamo, abbiamo paura che Prisca sia influenzata dai social media, dall’“aria” che si respira tra i giovani, dal fatto che per loro la fluidità sia un valore. È così giovane. Pensiamo possa fare un passo falso che la rovini per la vita. La mamma non sembra volere prendere la parola, è come se si fossero accordati: Parla tu mi raccomando, io non ce la faccio. Si limita a sorridere e senza nervosismo si sistema la borsa sulle gambe.

Io ero pronto riprende lui, si ricorda del dente mancante e richiama la mano a schermo davanti alla bocca, io ero pronto, mi ero accorto che nostra figlia fosse molto mascolina, avesse tratti e atteggiamenti molto taglienti, molto poco femminili, ed ero pronto ad accettare la sua omosessualità. Mi scusi preside se sono schietto, ma non mi avrebbe dato affatto fastidio avere una figlia lesbica. Mi sarebbe bastato che fosse felice. Che fosse felice, ripete. E si blocca, e mi fissa senza espressione. E riprende. Però questo è troppo per me, non ce la faccio a pensare a, tentenna un poco, vuole dire e non vuole, a pensare a un transito, a un cambio di sesso. Per me è troppo.

        L’ha detto, finalmente l’ha detto e si sente in qualche modo liberato. Cerca il mio sguardo e lascia andare la mano sguarnendo il presidio del guaio odontoiatrico. Le parole che ha usato sono per lui addirittura più indecenti della dentatura impresentabile. E quindi tanto vale mostrarsi, rivelarsi con i propri difetti, le magagne non riparate, i buchi neri nella bocca che sembra di un vecchio o di uno che ha preso un pugno, a cui è successo qualcosa di grave. Perché qualcosa di veramente grave gli è proprio successa. Non può nasconderlo.

        La mamma rimane in silenzio chiosando la nostra conversazione con piccoli movimenti della testa, dall’altro in basso (non avrei avuto problemi con la sua omosessualità) e da destra a sinistra (non riesco ad accettare questo, non riesco a pensare al transito). Anche il padre scuote la resta.

        Capisco che tocca a me prendere la parola e penso di cavarmela con la soluzione più generica, con la panacea del disagio adolescenziale: Forse Prisca dovrebbe essere seguita da uno specialista, dovrebbe consultare uno psicologo, suggerisco.

Certo che è seguita, si risveglia anche un po’ piccata la madre, ormai è da tempo che va da uno psicologo. Ci va certo, ma non capiamo, non sembra avere un effetto. Ma forse, aggiunge con uno sguardo che si alza verso di me incredibilmente mesto e malinconico e continuando a tormentare la borsetta sulle gambe, io non sono stata capace di essere un buon esempio di donna.

Ma signora la interrompo, e le vorrei dire “non creda a questi luoghi comuni per i quali qualsiasi insuccesso o stranezza dei figli è attribuibile a responsabilità dei genitori e in particolare della madre”. Vorrei dirle che non si può ricondurre tutto a una colpa, una colpa originaria che, guarda caso, ricade comunque sulla testa di una donna. Che non possiamo sempre essere disposte a prenderci il male, laddove sia lecito usare questo termine in questo caso, sulle nostre spalle. E invece le dico ma signora cosa dice, lei è senza dubbio una mamma attenta e capace, ma queste cose succedono, capitano semplicemente senza che ci siano responsabilità precise di qualcuno.

Sono i social, sono serio, insiste il padre, i ragazzi sono troppo influenzati da questo clima: potrebbe essere un abbaglio, un’impressione indotta, una ragazzata. Noi vogliamo che aspetti i diciotto anni per qualsiasi decisione.

Mi sembra corretto, confermo senza di fatto condividere, sono d’accordo signor Saccardi, dico però, capisco cosa senta e soprattutto è del tutto sensato che si attenda la maggiore età, però una ragazzata no, non si tratta di una ragazzata. Non dica così, non dica una ragazzata. Non la consideri così questa cosa. Si tratta di un fatto serio, è un dolore autentico per sua figlia.

Ma si rende conto preside? rinforza il padre, quando ci parla si identifica al maschile, su WA ci scrive solo salit*, sono raffreddat*, sono content*. Conclude con l’asterisco senza né a né o.

Perché fa così? dice la madre con un filo di voce.

Certo capisco. Devo dire. Ma è una cosa che non va sottovalutata ribadisco perché sono sicura che la ragazza soffre davvero e non vanno mai presi sottogamba i dolori degli adolescenti.

Ma lo sa? Si anima il padre. Lo sa? Ha scritto delle cose terribili. Qualche mese fa mi ha scritto una lettera, mi ha fatto soffrire tantissimo ha scritto che non si riconosce nel suo corpo che si guarda e sembra che quelle gambe, quelle braccia appartengano a un altro. Glielo voglio fare leggere, preside, mi sono dimenticato di portarlo. Ma tornerò, voglio proprio farglielo leggere. Lo deve leggere è sconcertante. Glielo devo portare. Verrò uno dei prossimi giorni.

Provo a suggerire l’opportunità che tutta la famiglia venga supportata psicologicamente. Lei dice, preside? Tutti e tre? Mi interroga la mamma che sgrana i begli occhi scuri, identici a quelli della figlia.

Certo, concludo, un supporto in questi casi è molto utile. Vi posso lasciare il contatto del nostro psicologo. Porgo loro il biglietto da visita che ho sulla scrivania, Potete chiamarlo anche domani, potete tranquillamente fare riferimento al nostro incontro. Vorrei davvero convincerli, ma, dico la verità, rimane in me un fondo di scetticismo sulla psicoterapia come via d’uscita da situazioni di disagio come queste. Mi rendo conto che si tratta di un cammino difficile, duro e non so bene cosa aggiungere.

Ci guardiamo, un sorriso, la signora prende il biglietto da visita dello psicologo e se lo infila nella tasca senza leggerlo. E mi sento molto grata nei loro confronti della decisione di alzarsi e avviarsi verso la porta.

Le faremo sapere. Le porto la lettera, dice il papà.

La ringraziamo davvero, soffia la mamma e fa un gesto con la mano come quando in macchina si ringrazia qualcuno che ci ha fatto passare.

Non perdiamoci di vista.

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PAOLA CARDARELLI

  BIONOTA

Paola Cardarelli è nata a Roma negli anni Sessanta, si è laureata in filosofia e ha trascorso tutta la sua vita professionale nella scuola italiana e svizzera come insegnante. Dagli anni Dieci è diventata Dirigente Scolastica. Collabora con la facoltà di Scienze dell'Educazione dell’Università Roma 2 Tor Vergata, per la formazione dei giovani insegnanti. Si occupa di disabilità e di pedagogia speciale.


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