Lingua letteraria e lingua d'uso (LINGUA ITALIANA) ~ di Gualberto Alvino - TeclaXXI
LINGUA ITALIANA
Gualberto Alvino
Lingua letteraria e lingua d’uso
È a dir poco singolare che non a un linguista né a un letterato di professione, ma a un modesto funzionario del Minculpop, tal Mario Alighiero Meschini, spetti il merito d’aver acceso — in un momento cruciale nella storia d’Italia e dei suoi mezzi di comunicazione, ossia poco prima della caduta del fascismo, «dopo una settantina d’anni di tranquillità» (Migliorini) — uno dei dibattiti più animati dell’altro secolo: la verifica dei rapporti tra lingua letteraria e lingua d’uso.[1]
Nel numero di
giugno-settembre 1941 della rivista «La ruota» da lui diretta, il Meschini
pubblica una piccante e acuta recensione, dal secco titolo Un dizionario nuovo e un metodo vecchio, del primo e ultimo volume
del Vocabolario della lingua italiana,
edito dalla Reale Accademia d’Italia e fortemente voluto da Mussolini, nella
quale accusa senza mezzi termini il coordinatore dell’impresa Giulio Bertoni di
aver «voluto fare il vocabolario […] della lingua viva con la lingua morta»
ricorrendo nelle esemplificazioni ai testi tradizionali e alla lingua poetica
anziché indicare — dovere d’ogni strumento di consultazione — pratiche
possibilità d’uso con dovizia fraseologica:
Ciò che manca nel nuovo
vocabolario, e che se ci fosse farebbe perdonare tutto, è la locuzione. La
locuzione è la vita della parola, la vita fluida, vera. Al contrario, la
citazione di un verso per esemplificare l’uso di un vocabolo, chiama subito
alla mente il ricordo di insetti imprigionati in scaglie d’ambra; memoria di musei
di storia naturale.
Il vero lavoro di chi forma
un dizionario non è soltanto quello di raggiungere la definizione perspicua e
meno che mai quello dello spoglio degli autori (se non per cercarvi una
conferma autorevole), ma è proprio quello della ricerca delle locuzioni che conducono
«all’esercizio vivo della lingua».
Nel numero seguente della
rivista appare un articolo di Bruno Migliorini (Lingua letteraria e lingua dell’uso) nel quale si distingue la
lingua letteraria sia dalla lingua che si scrive correntemente sia da quella
che correntemente si parla. Mentre la lingua quotidiana parlata e scritta, che
il linguista accoglie sotto la definizione di «lingua dell’uso», si basa su
costrutti e termini vivi di marca essenzialmente utilitaria, la lingua
letteraria resta nell’alveo della tradizione e si propone fini principalmente
estetici.
Il numero di gennaio-febbraio
1942 ospita contributi sul tema di scrittori, poeti, critici letterarî e
linguisti.
Giacomo Devoto identifica
quattro poli: oltre al letterario e dell’uso, il tecnico e il familiare, che
può trovare espressione nel dialetto [e conclude che la questione della lingua]
nella sua forma tradizionale è morta. I modelli rigidi fra i quali bisognava
optare si sono dissolti, i loro numi Manzoni e Ascoli, dopo un dialogo durato
un secolo, non fanno sentire più la loro voce. […] Invece delle teorie, si
richiede oggi la possibilità di dialoghi continuati fra autori e repertorî
(grammaticali e lessicali e stilistici) non asserviti a dogmi. Solo questi, con
sigle, con esempi intelligenti, con definizioni degne di questo nome, possono
permettere all’Ispirazione di specchiarsi in modo agile e istruttivo con la
Tradizione.
Per Gianfranco Contini la
lingua è «atto umano, dunque atto personale», e perciò stesso esige d’essere
osservata nella sua «validità espressiva»: «Il linguista, nel senso concreto, è
appunto il critico letterario (il linguista della lingua di tutti suole
astrarre dai sentimenti dell’identificazione umana). E il critico è forse
negato a una parte comunque attiva nella lizza letteraria; condannato
all’agnosticismo? L’estetica impone forse l’abbandono d’ogni poetica?». Alla
rappresentazione miglioriniana degli «stati (traduco: Stimmungen) di chi fa la lingua» Contini oppone la polarità tra
dialetto («lingua di natura») e lingua («di cultura»). «La riflessione di
Contini — chiosa il curatore nella sua densa Introduzione — storicizza i
termini della ‘questione’, così come era stata discussa dall’Ottocento, e
invita a una lettura non più normativa del rapporto tra codici linguistici,
pronta finalmente a collegare l’espressività a una ‘linea’ in cui ciascun
autore si dimostra legato al sostrato di cultura e di parole che gli appartiene
per nascita e per formazione».
Astratta e puramente teorica,
secondo Mario Luzi, la distinzione tra lingua letteraria e dell’uso, giacché non
esistono frontiere tra di esse, ogni termine e ogni locuzione dell’uso essendo
suscettibile di oggettivazione letteraria e potendo concorrere al linguaggio di
uno scrittore. […] Dico dunque che la distinzione non mi sembra probabile in sé
e non riguarda l’attività dell’artista il quale è poi il vero e l’unico
responsabile della lingua. Alla formazione del suo linguaggio, della lingua
cioè particolare dell’espressione sua, non può presiedere un criterio come
quello considerato dal Migliorini. Traverso il linguaggio dell’opera d’arte la
lingua dell’uso potrebbe in tutto e per tutto divenire letteraria nel
significato legittimo che spetta a questa parola. Che le innovazioni letterarie
(lessicali, sintattiche) resistano o siano espulse dal tempo e dall’uso
letterario conseguente, dipende dalla vitalità dell’opera e del suo linguaggio,
nonché dal grado di ripetibilità che questo possiede: esse sono comunque
inserite nella letteratura.
Giulio Bertoni interviene nel
dibattito con una breve ma significativa precisazione: la distinzione cade
«nell’atto in cui si parla e si scrive», poiché «la lingua è il corpo stesso
della nostra cultura, e questa è la nostra integrale esperienza insofferente di
schemi». Il linguista passa quindi al tema del linguaggio tecnico distinguendo
«una lingua tecnica o pseudo-tecnica ‘letteraria e dell’uso’ e una lingua
tecnica ‘scientifica’ per le stesse idee e gli stessi concetti». Se talvolta la
prima è adattamento della seconda, più spesso si verifica il contrario.
Gadda respinge l’idea d’uso
tardottocentesca e il relativo mito di una teoria manzoniana tendente — come
aveva rammentato Migliorini — a imporre di «potare come rami secchi l’inutile
ricchezza costituita dai doppioni» lasciando cadere «le numerose parole
appartenenti al lessico letterario e non all’uso vivo»:
I doppioni li voglio, tutti,
per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni,
e i quadruploni, sebbene il Re Cattolico non li abbia ancora monetati: e tutti
i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d’uso corrente, o
d’uso raro rarissimo. Sicché do palla nera alla proposta del sommo e venerato
Alessandro, che vorrebbe nientedimeno potare, ecc. ecc.: per unificare e
codificare: «d’entro le leggi, trassi il troppo e ʼl vano». Non esistono il
troppo né il vano per una lingua.
Il punto cruciale del lungo e
tortuoso contributo di Oreste Macrì è che «esiste una sola lingua, ed è la
lingua poetica come purissima figura del sentimento, emblema della verità
attiva dell’uomo». «La lingua poetica non può rientrare, secondo il critico, né
nello schema di Migliorini né in quello di Devoto, ma è opportuno che diventi
criterio di analisi e cartina di tornasole per l’esercizio e la ricerca dei
critici di una nuova generazione» (così il curatore).
Per Luciano Anceschi «la
lingua letteraria sta alla lingua poetica, come la lingua dell’uso sta alla
prosa. La lingua letteraria è la lingua dell’uso letterario».
Telegrafico quanto
discutibile il contributo di Alfonso Gatto, secondo il quale la differenza o
l’identità tra lingua d’uso e letteraria non può riguardare che la sintassi,
«l’unico modo cioè che dia tempo, resistenza storica a termini o a locuzioni
altrimenti improvvisi e approssimativi».
In appendice al volume si
riproduce opportunamente «il confronto di opinioni tra Paolo Monelli e Giovanni Battista Angioletti ospitato da “Primato” nel
1942: lo scambio di pareri, relativo all’apporto dei dialetti alla lingua
nazionale e alla possibilità che le parole dialettali sostituiscano i
forestierismi, è sinteticamente evocato da Bruno Migliorini nell’articolo in
cui il linguista offre un bilancio finale del dibattito “lingua letteraria e
lingua dell’uso”. Ai tre interventi del 1942 si fa precedere il contributo di
Paolo Monelli, Ammoìna (“Corriere
della Sera”, 27 ottobre 1938), che rappresenta il prodromo della discussione,
in più occasioni richiamato dai due autori» (Polimeni).
[1] Aa.Vv., Lingua letteraria e lingua dell’uso. Un
dibattito tra critici, linguisti e scrittori («La ruota» 1941-42), a cura
di G. Polimeni, Firenze, Accademia della Crusca, 2013.
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GUALBERTO ALVINO
BIONOTA
Scrittore e critico letterario Gualberto Alvino si è particolarmente dedicato agli irregolari della letteratura italiana, da Consolo a Bufalino, da Sinigaglia a D'Arrigo, da Balestrini a Pizzuto. Suoiscritti poetici, narrativi, critici e filologici appaiono regolarmente in riviste accademiche e militanti, di alcune delle quali è redattore e referente scientifico. Dirige la collana «Vallecchi / Italianistica» e collabora stabilmente con l’Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani) con recensioni e rubriche.


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