NOA NOA - l'avventura fisica e morale di Paul Gauguin (CONTAMINAZIONI ARTISTICHE) ~ di Jacqueline Spaccini - TeclaXXI

 CONTAMINAZIONI ARTISTICHE

 

                           JACQUELINE SPACCINI

 

NOA NOA, L’AVVENTURA FISICA E MORALE

DI PAUL GAUGUIN


Non tutti sanno che nel 1893, a Parigi, Paul Gauguin (1848-1903), celeberrimo pittore post-impressionista, colui che porterà l’esotismo estremo dell’Oceania nell’arte francese e mondiale, racconta in un manoscritto il suo primo soggiorno a Tahiti.

Tre anni dopo, nel 1896, di rientro da un secondo viaggio in Polinesia, riprende il testo, lo allunga, corredandolo di acquarelli, disegni e incisioni su legno: nasce NOA NOA. Voyage de Tahiti. L’edizione definitiva sarà pubblicata in 200 esemplari, su carta di altissima qualità[1], nel 1924[2], con l’intervento «robusto» – solo un poco ridimensionato – di Charles Morice[3] (1861-1919), amico poeta – all’epoca in auge e teorico del Simbolismo.

Ripensandoci, Gauguin comincia a innervosirsi: il poeta ha ricavato per sé troppo spazio, mettendo nell’ombra l’opera primigenia dell’artista, «il ne faut pas que le conteur disparaisse derrière le poète»[4]. Il libretto si è fatto artificioso, l’eccesso di poesia schiaccia l’ingenuità del pittore; belle parole quelle di Morice sì, ma originate dall’arte di Gauguin: senza di essa, non esisterebbero[5]. Se il poeta intende pubblicare altrove i poemi ispirati dai dipinti del pittore, faccia pure – scrive il pittore –, ne ha facoltà[6].

Gauguin preferisce una scrittura sintatticamente «incompleta», ma originale, selvatica, priva di orpelli, più vicina alla natura. Ma allora perché ha accettato che Morice vi mettesse mano, infarcendo il libro di poemi e di civilissime tournure? Lo spiega lui stesso all’amico Daniel de Monfreid[7]: la sua intenzione era di accostare il selvaggio e il barbaro – pittoricamente parlando –, al civilizzato e raffinato, mettendo così due mondi opposti accanto, a confronto.

Perché scegliere Tahiti? I francesi la conoscevano come paradiso perduto dall’epoca in cui Denis Diderot aveva inveito contro la spedizione di un esploratore in quei luoghi. Siamo nel 1771: di ritorno da Tahiti, Louis-Antoine de Bougainville (passato alla storia universale per aver dato il nome a un fiore delicato[8], pur non essendone lo scopritore) pubblica Voyage autour du monde[9]. Diderot s’indigna. L’anno successivo pubblica Supplément au voyage de Bougainville[10], rende portavoce del suo pensiero un tahitiano che chiama «chef des brigands» l’esploratore francese, reo di essere agli occhi dell’indigeno – per interposta persona di Diderot – complice compiaciuto della Francia colonialista. Diderot fa dire all’anziano della comunità:

Tu capo dei briganti che ti obbediscono allontana subito il tuo vascello dalle nostre rive: noi siamo innocenti, noi siamo felici; tu puoi solo nuocere alla nostra felicità. Noi seguiamo il puro istinto della natura e tu hai tentato di cancellare la sua impronta dalle nostre anime. Qui tutto è di tutti; e tu ci hai predicato non so quale distinzione tra il tuo e il mio. Le nostre ragazze, le nostre donne appartengono a tutti noi; tu hai condiviso tale privilegio con noi, e sei venuto ad accendere in loro furori finora sconosciuti. Ora si odiano, voi vi siete sgozzati per loro e loro sono tornate tinte del vostro sangue. Noi siamo liberi ed ecco che tu hai seppellito nella nostra terra il titolo della nostra futura schiavitù. Tu non sei un dio né un demone: chi sei dunque per renderci schiavi[11]?

Il Tiresia polinesiano prevede con lucida afflizione il futuro dei tahitiani: la perdita della loro libertà, del loro stato di natura, così ben descritta – teoricamente – da Jean-Jacques Rousseau[12]. D’altra parte, lo stesso Bougainville soprannominerà l’isola Nuova Citera[13], alimentando il mito del buon selvaggio e del ritorno felice allo stato di natura.

Da qui a dire che il gusto per l’esotico che si sviluppa nel XIX secolo e la conseguente idealizzazione di Tahiti, il passo è breve. Gauguin è un uomo insoddisfatto della sua vita, vuole evaderne: come non sognare un luogo quale la Polinesia?



Molti uomini avranno passato la vita cullando questo sogno senza mai realizzarlo. Gauguin è diverso: francese di nascita, è di origini spagnole ma radicate in Perù (a Lima passerà la sua infanzia), e ha sposato con rito luterano la danese Mette-Sophie Gad che gli darà 5 figli. Padre giornalista, madre socialista, nonna scrittrice e «femminista». Lui è un borghese, di mestiere fa l’agente di cambio, guadagna bene. In gioventù ha girato il mondo come marinaio e per un periodo lavorato come operaio alla costruzione del canale di Panama. Frequenta i pittori, impara a dipingere, acquista quadri (Pissarro, Manet, Cézanne). Tuttavia, il suo impiego molto ben remunerato gli va stretto. In fin dei conti, allora, il crollo della Borsa nel 1883 gli dà la spinta per mollare gli ormeggi e partire... per la Danimarca. A corto di liquidi, si stabilisce dai suoceri, lavoricchia e soprattutto dipinge. La famiglia della moglie disapprova. Lui se ne torna a Parigi. Seguono gli anni (sei) di Pont-Aven, di Arles insieme con Van Gogh, della vita da fame all’hôtel Delambre nel 14e arrondissement di Parigi. Abbisogna di aria pura, non contaminata dalla civiltà parigina: è tempo di rompere gli indugi. Dopo sessantanove giorni di navigazione, il 9 giugno 1891 Gauguin sbarca a Papeete. Questo primo soggiorno durerà due anni.

Ma andiamo per ordine. Una prima delusione – intima, non esplicitata mai – è data dal primo impatto. La realtà polinesiana non è più quella di Bougainville e neppure quella di Diderot: nel 1797, a Tahiti sono sbarcati i missionari. Evangelici (semplificando, protestanti), seguiti ben presto dai cattolici. Dal 1880, questa parte della Polinesia è un protettorato francese[14].  Gauguin vuole abbandonare la Francia e i francesi, rifugiandosi tuttavia in una terra dominata dai francesi. Per lui è meno difficile e chiede al Ministro dell’Istruzione Pubblica e delle Belle Arti di affidargli una missione artistica ufficiale, benché gratuita. È un artista squattrinato, ha comunque bisogno di denaro e prima di partire vende oltre trenta dei suoi quadri del periodo di Pont-Aven all’Hôtel Drouot[15] per finanziare la sua impresa.

I soggiorni nelle isole polinesiane cambierà il suo modo di dipingere, la sua Weltanschauung artistica e influenzerà – al pari della pittura di Van Gogh – l’arte a venire.

Tutti hanno ben impresso nella mente e negli occhi le immagini delle donne di Gauguin: nude o quasi, talvolta un pareo fascia i loro lombi.



Questa è invece la realtà che si presenta a lui:

 


E dunque sulla tela rappresenta quel che immaginava di poter vedere e non già quel che vede. Ci si è posti la domanda: ma allora Gauguin è un turlupinatore? Sì e no.

Dipinge le donne tahitiane quale esse sono: gli abiti imposti dai missionari coprono tutto il corpo, lasciando liberi solo i capelli. Poi però lascia andare la sua immaginazione a briglia sciolta, esige per la sua arte una natura selvaggia, e dunque una donna selvaggia. La spoglia, la rappresenta com’era prima dell’insediamento cristiano. Trasferisce la sua idea di esotismo dell’altro capo del mondo sulle sue tele; giacché a Tahiti si è passati dallo stato di «natura» a quello di «civiltà», il paradiso perduto lo ricrea nella sua pittura ed è così esotico che le spiagge si fanno rosa e i cavalli blu[16].


Ma torniamo al manoscritto. Oggi lo si definirebbe «multimediale»: testo, acquarelli, legno.

 

Mes voisins sont devenus pour moi presque des amis. Je m'habille, je mange comme eux; quand je ne travaille pas, je partage leur vie d'indolence et de joie, avec de brusques passages de gravité. Le soir, au pied des buissons touffus que domine la tête échevelée des cocotiers, on se réunit par groupes,— hommes, femmes et enfants[17].

 


L’idea di farsi autoctono non è in sé originale: del 1880 è il romanzo autobiografico Le Mariage de Pierre Loti, in cui lo scrittore originario della Charente-Maritime – al secolo Julien Viaud – racconta la sua vita a Papeete, la sua trasformazione in indigeno maori. Loti è un militare inviato in Polinesia per compiere i suoi doveri di ufficiale della marina francese. Il che non gli ha impedito di socializzare con la popolazione autoctona, di interessarsi all’antropologia locale, tant’è che nel suo personaggio autobiografico arriva a «sposarsi»[18] con una tahitiana.

Il percorso di Gauguin è inverso rispetto a quello di Loti: il secondo intrattiene relazioni con donne orientali ma poi finisce per sposare la giovane[19] Blanche, originaria di Bordeaux; il primo sposa la danese Mette per poi vivere more uxorio fino alla morte con varie giovanissime, diremmo bimbette, di 13-14 anni con le quali mette al mondo figli di cui si sa ben poco[20].

Siamo in un’epoca moralista e prude quanto si vuole, ma che nella realtà non-borghese sei libero – se uomo – di fare quel che vuoi senza grosse conseguenze; lo stesso vale per la donna artista o aristocratica, ma con alcuni effetti indesiderati: l’etichetta.

Come che sia, Gauguin non ha scrupoli a dividere la sua capanna con le donne maoriane, né si pone domande sull’età della «donna» con cui intraprende una relazione. La relazione extraconiugale con le indigene di quelle parti non è nemmeno considerata infedeltà, semmai un passatempo innocente. La minore età, poi, non pone problema alcuno.

E a dire il vero, i suoi dipinti sono l’omaggio più alto alla bellezza dell’arte gauguiniana: le donne (ma anche gli uomini) ritratti testimoniano del profondo e perfetto connubio dell’essere umano con la natura. La ferinità come bellezza, la sauvagerie come sinonimo di candore incorrotto, giacché è la società, è la civiltà occidentale a essere putrida e contaminata da agenti patogeni e corrosivi.

Gli acquarelli di NOA NOA non sono meno esemplari dell’arte di Gauguin rispetto alle tele, anzi. Hanno quella spontaneità che si perde un poco nella composizione a olio. E grazie alla loro vaga evanescenza non corrispondono alla cruda realtà, giacché occorre dirlo: Gauguin ritocca la realtà che gli si presenta dinanzi agli occhi. Ne ha bisogno per ricreare il mito rousseauiano del buon selvaggio: Tahiti non è così lussureggiante e pagana; Tahiti è sotto l’emprise dei missionari ed è povera. E allora forse descrive quel che sente, quel che respira (l’odore del sandalo, dei fiori di tiaré), ancora più di quel che vede: d’altronde, il manoscritto ha per titolo NOA NOA che corrisponde pressappoco a profumatissimo. I sentori veicolano sensorialmente la sua nozione di libertà dalle convenzioni sociali della rigida società francese.

Rifugge anche dalla morale propria di un Paese civilizzato: come giustificherebbe il matrimonio con Tehura, che ha solo tredici anni? È forse un matrimonio libero e spontaneo da parte della fanciulla (o meglio, del padre di lei) o non è in qualche modo legata all’influenza economica coloniale? Il nostro sguardo non può che essere di riprovazione, ma all’epoca?


C’è da chiedersi: qual è lo scopo sotterraneo di questo libro? Solo spiegare i motivi della sua arte ai suoi lettori o non forse voler convincere i potenziali lettori ad acquistare le sue tele?

Eppure, c’è una traccia neanche tanto sotterranea di collera contro la civiltà, la sua sporcizia, che da un lato rafforza la sua volontà di tagliare i ponti con il passato, dall’altro lo persuade di aver finalmente trovato il paradiso perduto. Lo crede per davvero o vuole convincersene per non annegare nella disperazione?

Il «marciume» è altrui o lo porta con sé? Il suo corpo è devastato dalle malattie: la sifilide in primo luogo. Fa uso di morfina e di laudano; al tormento artistico, si aggiunge quello fisico. Il medico che lo ebbe in cura a Tahiti diagnosticò eczema e un’infezione della pelle (erisipela), con punture di mosche nere portatrici di virus aggressivi: «le sue gambe erano una massa di piaghe aperte che non guarivano mai»[21], sono le parole dell’ufficiale medico che lo visitò, probabilmente quel Joseph Gouzer[22] (1854-1901) di cui esiste una foto nell’album del pittore. Quando Gauguin scrive che cammina libero e nudo in aperta foresta, mente: malato, all’ospedale di Papeete; viene ricoverato nel reparto indigenti, proviene da una capanna di fango ed è sommerso dai debiti. Nelle sue lettere confessa di nutrirsi di riso e acqua e non certo dei meravigliosi frutti degli alberi polinesiani[23]. Dipingere è rimasto l’ultimo atto di resistenza. Nulla più lo lega alla sua famiglia: Aline, l’unica figlia che ha amato, è morta ventenne a causa di una polmonite, e di lei conserva nella capanna un piccolo ritratto.

Muore all’età di 54 anni, nel 1903 ad Atuona, ove è sepolto.

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JACQUELINE SPACCINI



[1] Le papier velin pur fil Lafuma è una carta pergamena composta di lino e di canapa, inventata dall'editore inglese John Baskerville. Prende questo nome perché la sua assenza di trama e grana richiama l'antica pelle di pergamena che precedette l'invenzione della carta e che fu ancora utilizzata a lungo per stampe uniche destinate ai grandi personaggi. Liscia, generalmente di perfetta bianchezza, è una carta omogenea, senza grana né texture. Non si concede all'ammirazione del lettore per la sua bellezza, ma che porta il testo con chiarezza e senza trasparenza. «Filo puro», cioè «ricco» (ma raramente di composizione esclusiva) in lino e canapa come le carte di chiffon di un tempo e si presta idealmente alla scoperta di testi sconosciuti e nuovi autori. Cfr. https://edition-originale.com/fr/media-actualites/lexique-bibliophilique-13/le-velin-pur-fil-2016-257

[2] La versione francese di cui si riproduce qui la copertina è un estratto del 1995 (Éditions Assouline, introduzione di Marc Le Bot. Per fortuna, la sezione Gallica della Bibliothèque Nationale de France mette online il testo integrale in francese del 1924, per i tipi G. Crès & C.ie (par Daniel De Monfreid).

A questo proposito, cfr. https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5786022b/f8.item.texteImage 

[3]  Sono da lui composte: le due pagine introduttive dal titolo La Mémoire et l’Imagination (La Memoria e l’Immaginazione), il primo capitolo Songeries (Fantasticherie) e i Poèmes (Poemi). Dapprima ben contento dell’aiuto di Morice, Gauguin avrà poi da lamentarsi per il fatto che l’amico poeta ha tendenza a far sparire il conteur, vale a dire l’artista che racconta la sua esperienza nelle isole polinesiane.

[4] Paul Gauguin, Lettres à sa femme et à ses amis, Paris, Grasset (Cahiers rouges), 2003, p. 326 (Lettre CLI) «Il narratore [Gauguin] non deve sparire dietro al poeta [Morice]».

[5] Ibidem [(Ceux qui attendent en jaloux) «DISENT que oui Morice a du talent, mais il manque de souffle créateur et sans Gauguin il n’aurait pas d’idées (…)»].

[6] Ivi, p. 327 [«Ne croyez pas une seconde que ce soit mon amour propre qui me guide, à ce point que si Morice veut publier les poèmes inspirés de Noa Noa sans le récit et aucune collaboration je lui en donne toute permission»].

[7] «» Paul Gauguin, Lettres de Paul Gauguin à Georges-Daniel de Monfreid, Paris Éd. Georges Crès et C.ie, 1919, 3e édition, p. 339 [J’avais eu l’idée, parlant des non-civilisés, de faire ressortir leur caractère à côté du nôtre, et j’avais trouvé assez original d’ouvrir (Moi tout simplement en sauvage), et à côté le style d’un civilisé qui est Morice. J’avais donc imaginé et ordonné cette collaboration dans ce sens, puis aussi, n’étant pas comme on dit du métier, savoir un peu lequel de nous deux valait   le mieux ; du sauvage naïf et brutal ou du civilisé pourri – Morice a voulu quand même faire paraître le livre hors de saison ; ce n’est pas après tout déshonorant pour moi -].

[8] La pianta venne scoperta in Brasile, nel 1789, da Jeanne Baret e Philibert Commerson, botanici che accompagnavano Bougainville nella spedizione intorno al mondo. In suo onore le fu attribuito il nome di Bougainvillea.

[9] Louis-Antoine de Bougainville, Voyage autour du monde par la frégate du roi La Boudeuse et la flûte l'Etoile en 1766, 1767, 1768 et 1769, Paris, Saillant & Nyon, 1771 (2 volumi).

[11] Denis Diderot, Supplément au voyage de Bougainville, Diderot, 1772. Œuvres complètes, t. 2, Paris, Garnier frères, 1875, p. 213-216. «Et toi, chef des brigands qui t’obéissent, écarte promptement ton vaisseau de notre rive : nous sommes innocents, nous sommes heureux ; et tu ne peux que nuire à notre bonheur. Nous suivons le pur instinct de la nature ; et tu as tenté d'effacer de nos âmes son caractère. Ici tout est à tous; et tu nous as prêché je ne sais quelle distinction du tien et du mien. Nos filles et nos femmes nous sont communes ; tu as partagé ce privilège avec nous ; et tu es venu allumer en elles des fureurs inconnues. Elles sont devenues folles dans tes bras ; tu es devenu féroce entre les leurs. Elles ont commencé à se haïr; vous vous êtes égorgés pour elles ; et elles nous sont revenues teintes de votre sang. Nous sommes libres ; et voilà que tu as enfoui dans notre terre le titre de notre futur esclavage. Tu n'es ni un dieu, ni un démon : qui es-tu donc, pour faire des esclaves ?» (Cap. II Les adieux du vieillard).

[12] Jean-Jacques Rousseau, Discours sur les fondements et les origines des inégalités parmi les hommes 1755. Qui il testo:

https://fr.wikisource.org/wiki/Discours_sur_l%E2%80%99origine_et_les_fondements_de_l%E2%80%99in%C3%A9galit%C3%A9_parmi_les_hommes

[13] Citera, situata nel mar Ionio, è mitologicamente parlando, l’isola in cui Venere fu portata dallo zefiro, dopo la sua nascita. In letteratura, ne parla per primo Paul Tallemant nel suo Voyage de l'Isle d'Amour (1663), ripubblicato nel 1713, post mortem, con il titolo Voyage de l'Isle d'Amour ou la clef des Cœurs. In seguito, nell’arte francese del XVIII secolo è rappresentato come luogo riservato ai piaceri e all’amore libero. Celebri i dipinti di Antoine Watteau a questo proposito (Pélerinage à l’île de Cythère, 1717, Embarquement pour Cythère, 1718).

[14] Ancor oggi è una collettività d’oltremare della Repubblica Francese, quindi il Capo di Stato è Emmanuel Macron (nell’anno 2026 e fino a nuova nomina di presidente). La lingua ufficiale è il francese, ma la moneta è il franco che si usa in tali territori.

[15] L’Hôtel Drouot è una casa d’aste parigina specializzata nel mercato dell’arte.

[16] Questo il giudizio dei «bianchi» di Tahiti : « L’un me disait : – Gauguin ? Un fou. Il peint des chevaux roses ! ». Victor Ségalen, «Hommage à Gauguin» in Lettres cit., p. 56.

[17] Paul Gauguin, NOA NOA, édition définitive. Bois et gravures dessinés d’après Paul Gauguin. Par Daniel de Monfreid. Paris, G. Crès et C.ie, 1924, p. 59 [I miei vicini sono diventati quasi degli amici per me. Mi vesto, mangio come loro; quando non sto lavorando, condivido la loro vita di indolenza e gioia, con improvvisi passaggi di gravità. La sera, ai piedi dei fitti cespugli dominati dalle teste spettinate degli alberi di cocco, si radunano in gruppi — uomini, donne e bambini].

[18] Con rito tradizionale polinesiano, quindi senza statuto legale in Francia. A ogni buon conto, questo matrimonio è un miscuglio di finzione e di realtà. Probabilmente ispirato a una storia familiare (del fratello Gustave), di unioni fittizie erano piene le vicende di francesi a Tahiti. Più tardi, Loti ebbe una relazione anche in Turchia con una odalisca. In realtà, era sposato dal 1886 con Jeanne Amélie Franc de Ferrière, (Blanche), di nove anni più giovane.

[19] Relativamente giovane: Blanche ha 27 anni; per l’epoca, «une vieille fille».

[20] Anche perché non c’è da parte sua nessun riconoscimento ufficiale di paternità.

[21]« […] ses jambes, dévorées par l'eczéma, n'étaient que plaies». Henri Perruchot, «Explication de Gauguin» in Revue des Deux Mondes (1829-1971), 15 septembre 1961, p. 230. Cfr. Anche P. Gauguin, Lettres, cit., p. 53.

[23] «Je suis très faible et pour me refaire je n’ai que de l’eau à boire et un peu de riz cuit dans l’eau pour me nourrir». Paul Gauguin, Lettres de Paul Gauguin à Georges-Daniel de Monfreid, Paris, Georges Crès & C.ie, 1928, p. 147.

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JACQUELINE SPACCINI


 BIONOTA

Di natura poliedrica, Jacqueline Spaccini è nata in Francia, ma da alcuni anni è tornata a vivere in Italia. Si occupa di contaminazione tra il linguaggio letterario e artistico; scrive poesia multilingue. È traduttrice e autrice di saggi e novelle. Scrive pièces, ha diretto atelier di recitazione; è stata regista e attrice teatrale. Dal 2009 fa parte della Compagnia delle Poete, fondata da Mia Lecomte.

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