Il tempo della città dello sport della guerra e del bosco: non quello che passa ma quello che ci costruisce (PROSA D'AUTORE) ~ di Paolo Rozera - TeclaXXI

PROSA D’AUTORE

 

Paolo Rozera

 

Il tempo della città, dello sport, della guerra e del bosco:

non quello che passa, ma quello che ci costruisce.

 

    foto inviata dall'autore 

        Il treno, a volte, è un modo per rallentare. Due volte al giorno percorro il tratto che unisce il binario 20 bis dalla stazione Termini di Roma alla sede di UNICEF Italia, attraversando il corridoio umano che si muove intorno alla stazione. È un passaggio che restituisce sempre qualcosa: frammenti di città, dettagli minimi, il rumore di un tempo che corre, l’ansia di chi sembra dover arrivare sempre un attimo prima.

        Qualche volta, in mezzo a questa corrente continua di volti, lo sguardo si ferma su un particolare. A me è successo su un treno regionale che fa sempre la stessa tratta, Roma-Frascati-Roma, con la fermata intermedia di Ciampino e Capannelle. Sul retro di un sedile qualcuno aveva scritto con pennarello rosa una frase che non sembrava appartenere a quel vagone.

        “Usa il tuo tempo per ringraziare tutti, anche te stesso. Per notare i tuoi difetti, non quelli degli altri. Per fare quello che hai paura di fare. Per guardare le cose con stupore.”

        Sotto c’era scritto “buona vita Manu”. Era una dedica semplice, e proprio per questo difficile da dimenticare.

        Mentre uscivo da Termini e imboccavo via Palestro, tra rumori, odori forti e la luce che filtrava tra i palazzi, mi sono accorto che una parola era rimasta sospesa più delle altre: tempo. Non come una misura, ma come una domanda. Che cos’è davvero il tempo?

        Negli anni ho imparato che la risposta cambia molto a seconda del luogo da cui lo si osserva. Per me questo accade anche nel basket, che da anni accompagna il mio sguardo sul tempo mentre alleno una squadra under 19. Lì il tempo è una struttura precisa e quasi matematica: quattro tempi da dieci minuti, ventiquattro secondi per ogni azione, un cronometro che segna con esattezza il passare di ogni istante. Tutto è definito, scandito, controllato. Eppure, chi ha passato una parte della propria vita nello sport sa che l’unità di misura reale non è il minuto, ma qualcosa di molto più piccolo: il centesimo di secondo.

        Nella vita quotidiana un centesimo di secondo è praticamente invisibile. Non cambia la nostra giornata, non altera il corso delle cose. Nello sport, invece, può decidere tutto.

        Qualche tempo fa, durante una partita della squadra che ho l’onore di allenare, il punteggio è rimasto in equilibrio fino agli ultimi secondi. In quei momenti il tempo assume una qualità particolare: sembra rallentare e accelerare insieme. Momo, uno dei ragazzi della squadra, ha ricevuto la palla e ha tirato proprio sulla sirena. Per una frazione di secondo la palla è rimasta sospesa in aria, in quella traiettoria perfetta che separa due possibilità opposte: la nostra speranza che il tiro entrasse e quella degli avversari che restasse fuori. Quando la palla ha attraversato il ferro e la retina si è mossa, i ragazzi hanno iniziato a festeggiare. Io ho guardato l’arbitro. Lui ha osservato il tavolo, ha alzato la mano e con due dita ha indicato il canestro valido. Avevamo vinto di un punto.

        In quel gesto, durato pochissimo, c’era tutta la precisione con cui lo sport misura il tempo. Ed è proprio questo che cerco di spiegare ai ragazzi: nello sport il tempo è rigoroso, quasi implacabile, ma quella stessa misura non può essere applicata alla vita. Per un centesimo di secondo si può vincere o perdere una partita, ma non è mai quell’istante a dire chi siamo davvero: non lo dice di un ragazzo, non lo dice di un allenatore, non lo dice nemmeno di una squadra, perché il valore di un gruppo si costruisce nel tempo lungo del lavoro condiviso, della fiducia, della disciplina, della capacità di restare insieme anche quando il risultato dice il contrario.

        Negli ultimi anni ho incontrato altre forme di tempo molto diverse da quelle dello sport. Da quando la guerra è tornata a occupare il centro delle nostre preoccupazioni collettive, il tempo ha assunto un carattere di urgenza. Diventa il tempo delle decisioni rapide, delle raccolte fondi, degli interventi necessari per portare aiuto dove serve. Tutto sembra richiedere immediatezza.

        Ma parlando con chi ha attraversato davvero la guerra si scopre che esiste un tempo più lungo, meno visibile, che continua anche quando le notizie smettono di parlarne. Ci sono bambini che porteranno per tutta la vita i segni di ciò che è solamente accaduto: amputazioni, ferite, la perdita di un padre, di una madre, di una sorella o di un fratello. In questi casi il tempo non cancella tutto. Alcune ferite restano come una linea che accompagna la crescita.

        Eppure, proprio negli stessi luoghi, accade anche qualcosa che contraddice la logica della distruzione. Mi è capitato di vedere balconi devastati su cui qualcuno aveva deciso di mettere dei fiori. Ho incontrato persone che si sono innamorate, sposate, hanno avuto figli. La vita continua a cercare spazio anche dentro le condizioni più difficili. Forse è questo il tempo della bellezza: il momento in cui qualcuno sceglie di vivere comunque.

        Accanto a questi tempi ce ne sono altri che non seguono né la logica dell’urgenza né quella della competizione. C’è il tempo dei sogni, che non ha un ritmo prevedibile: alcuni accompagnano una persona per tutta la vita senza trovare una realizzazione completa, altri invece si realizzano in modo improvviso, quasi inatteso.

        C’è anche un tempo più domestico e meno dichiarato, che conosciamo bene: il tempo del rimandare. È il tempo in cui ci convinciamo che una cosa possa aspettare ancora un po’, che si possa fare più tardi, e intanto attraversiamo la giornata facendo mille cose, spesso anche utili, pur di scansarne una sola. Forse perché proprio quella ci espone di più, ci riguarda più da vicino, ci chiede una forma di coraggio.

        Esiste poi il tempo della democrazia, che è probabilmente il più complesso. Le decisioni collettive richiedono ascolto, confronto, mediazione. Non è un tempo rapido e, proprio per questo, spesso viene percepito come inefficiente. Eppure, la democrazia vive dentro questa lentezza, dentro la possibilità che le decisioni maturino attraverso il dialogo.

        Credo che ognuno di noi abbia un luogo capace di rimetterlo nel tempo giusto. Il mio è una piccola località d’Abruzzo, Camporotondo, dove a volte mi capita di lavorare con la porta di casa aperta sul bosco. Davanti non c’è mai davvero immobilità: la natura si muove anche quando sembra ferma, cambia luce, cambia colore, cambia voce.

 

        È lì che negli anni ho cominciato a pensare al tempo in un altro modo. Non come una sequenza di secondi, ma come qualcosa che assomiglia alle stagioni. Gli alberi crescono lentamente, si trasformano, si assestano. Non competono con la velocità del mondo. Restano.

        A Camporotondo c’è la più grande faggeta d’Europa. Stare nel bosco aiuta a fare pace con il tempo che passa, perché lì tutto continua a vivere dentro un equilibrio più grande, che non esclude la presenza dell’uomo.

        Qualche volta ho pensato che la risposta alla nostra ansia contemporanea — l’urgenza, la sensazione di avere sempre poco tempo, la tentazione di anticipare tutto e arrivare prima degli altri — fosse uscire da questo rumore e cercare rifugio altrove, magari proprio lì, a Camporotondo. Ma con il tempo ho capito che forse la sfida non è abbandonare il mondo.

        Forse la sfida è diversa: riuscire a portare dentro la vita quotidiana un po’ di quel tempo, un tempo che permetta di osservare, ascoltare, lasciare spazio alle cose. Non come una fuga, ma come una scelta.

        Forse, oggi, innovare significa anche questo: non correre sempre alla stessa velocità del mondo.

        C’è poi una lezione più semplice che ho imparato negli anni visitando luoghi dove il tempo assume un altro peso: villaggi in Siria, quartieri dell’Ucraina, comunità rurali in Afghanistan segnate dai regimi e dalla guerra ma ancora capaci di continuare a vivere. In quei luoghi ho capito che il tempo non può essere giudicato nella misura stretta di una singola giornata. Una giornata può essere storta, inconcludente, piena di errori o di stanchezza, ma non è quella la misura giusta per capire la direzione di una vita.

        I bilanci, allora, si fanno su tempi più lunghi: sulle settimane, sulle stagioni, sugli anni. È una lezione che quei luoghi consegnano con discrezione, perché mostrano che una vita non si lascia capire nell’arco di una giornata.

        Il tempo è l’unico elemento davvero anelastico della nostra vita: non si può accorciare, non si può allungare. Passa, inesorabile. E forse per questo diciamo con troppa facilità: “mi sono preso del tempo”, come se fosse qualcosa da mettere da parte, una riserva disponibile. In realtà quello che possiamo fare è decidere come impiegare il tempo che passa, che qualità dargli, quale senso consegnargli. Ed è forse in questa scelta, più che in molte altre, che ci si misura come uomini e donne.

Ripenso spesso a quella palla sospesa nell’aria, al tiro di Momo sulla sirena. In quel momento tutti guardavano il ferro, aspettando che decidesse la partita. Ma il destino di quella squadra non stava in quell’istante. Stava negli allenamenti del lunedì, del martedì e del giovedì, nella fiducia costruita tra quei ragazzi, nella capacità di tornare in palestra anche dopo una sconfitta2

        La palla può entrare oppure uscire. Il tempo vero, quello che ci costruisce, comincia molto prima e continua molto dopo.


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PAOLO ROZERA 

BIONOTA Paolo Rozera è Direttore Generale dell’UNICEF Italia dal 2015. Ha condotto diverse missioni in Etiopia, Moldavia, Ucraina, Giordania, Libano, Mali, Iraq, Laos, Repubblica Democratica del Congo, Turchia, Afghanistan e Tunisia. Dal 1991, ha ricoperto vari ruoli nell’organizzazione, tra i quali quello di Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane dal 2008. È stato docente presso la LUISS e ha conseguito laurea in Scienze Politiche a «La Sapienza”» e un Executive MBA presso la LUISS. Scout dall’età di 6 anni, è stato rappresentante della Scautismo Mondiale presso la FAO. Appassionato di moto e basket, vive a Frascati con la moglie Laura e i figli Lorenzo e Riccardo.


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