Charlot, Titina e il grammelot (CINEMA D'ANTAN) ~ di Alessandro Iovinelli - TeclaXXI
CINEMA D’ANTAN
Alessandro Iovinelli
Charlot, Titina e il grammelot
Comincerò
dalle conclusioni teoriche cui sono approdato nel mio precedente articolo sul
film di Ernst Lubitsch, Ninotchka (1939), nel quale ho analizzato la
famosa scena in cui Léon (Melvin Douglas) prova a far ridere Ninotchka (Greta
Garbo), l’austera funzionaria sovietica in missione a Parigi, raccontandole una
storiella senza successo, giacché lei rimane imperturbabile. Poi invece scoppia
a ridere, nel momento in cui lui cade dalla sedia, precipitando
inavvertitamente a terra.
È
un esempio classico che aiuta a distinguere la categoria dell’umorismo da
quella della comicità. La trovata geniale di Lubitsch non è dissimile da un
esperimento scientifico – di quelli, per intenderci, che dimostrano una legge
fisica. Si pensi a Galileo che prova la sua
teoria sul moto uniforme nella caduta dei gravi, facendo precipitare simultaneamente
dalla Torre di Pisa due oggetti di massa diversa, che toccano il suolo nello
stesso tempo[1].
In
breve, si può riassumere la questione in questi termini: l’umorismo ha bisogno
che l’autore del gioco linguistico condivida con il destinatario non solo la
lingua, ma anche un insieme di condizioni di partenza (in gran parte si tratta di
comuni impliciti culturali e psicolinguistici). Senza i quali la battuta non
funziona. Di conseguenza, l’umorismo non è facilmente traducibile, né tanto meno
esportabile in altri contesti socioculturali. Viceversa, la comicità ha una
natura universale, poiché non passa attraverso il linguaggio verbale, bensì attraverso
quello del corpo. La risata, in questo caso è una sorta di reazione alogica
nella mente del destinatario, una sorta di riflesso condizionato, generato
dalla rottura della normalità.
Nel Novecento la golden age della comicità ha coinciso con il periodo del cinema muto, tra la fine dell’Ottocento e il 1927, l’anno in cui Il cantante di jazz di Alan Crosland, cioè il primo lungometraggio parlato, segnò la nascita di una nuova era: il cinema sonoro. Da quel momento in poi, non si sarebbe più tornati indietro – a parte qualche rarissima eccezione, la più famosa delle quali è L’ultima follia di Mel Brooks (1976), il cui titolo originale non a caso era Silent movie. Là dove quel genio della dissacrazione di Mel Brooks faceva pronunciare l’unica battuta di tutto il film a Marcel Marceau, vale a dire il grande mimo famoso per il moonwalk, (scena che Mel Brooks gli farà ripetere nel film), prima del paradossale «NO!», come da lui gridato al telefono (video 1).
video 1
Negli anni del cinema muto il suo limite intrinseco (gli attori non potevano servirsi del linguaggio verbale nella loro rappresentazione) si trasforma in un punto di forza, anzi nel punto di forza di tutta la messinscena. Essendo espressione di quel che compie il corpo (o meglio: che accade al corpo), la comicità di una scena colpisce chiunque, anzi: ovunque. Intendo: nello spazio geolinguistico. E aggiungerei: anche nel tempo, almeno per quel che riguarda l’era dell’antropocene. È passato ormai un secolo da quello spettacolo cinematografico, eppure basterebbe vedere o rivedere alcune scene memorabili dei film di Charlie Chaplin, Buster Keaton, Harold Lloyd, Stan Laurel e Oliver Hardy, tanto per citare alcuni tra i maggiori comici, per ridere con lo stesso irrefrenabile entusiasmo delle platee di allora (ciò che gli antichi greci chiamavano ἄσβεστος γέλως (ásbestos gélos), cioè una risata inestinguibile. Per dimostrare quest’affermazione basterebbe scegliere uno solo tra gli innumerevoli esempi: il match di boxe in Luci della città (1931) (video 2).
video 2
In
questa sequenza troviamo la quintessenza della comicità espressa dal cinema
muto: azione, movimenti parossistici, confusione dei ruoli (qui tra pugili e
arbitro), colpi a segno e colpi a vuoto, capitomboli, equivoci, parodia (qui l’epos
del pugile che si rialza dal tappeto), e così via.
Tuttavia,
non bisogna dimenticare che stiamo parlando di Chaplin, vale a dire di uno dei
più grandi cineasti di sempre, tra i pochi capaci di combinare il registro
comico con quello drammatico. Dunque, l’impresa pugilistica di Charlot è
motivata dal suo desiderio di donare il premio della vittoria a una fioraia cieca
della quale è innamorato e che potrebbe con quel denaro sottoporsi a
un’operazione refrattiva dal valore taumaturgico. Ed è la sua visione amorosa
che gli appare nella pausa tra una ripresa e l’altra.
Da
notare che questo capolavoro esce nel 1931, quando ormai il cinema sonoro si è
affermato da qualche anno e quindi la sua è una battaglia di retroguardia. Come
lo fu successivamente e a maggior ragione, in quanto uscito cinque anni dopo, Tempi
moderni (1936), un film quasi interamente muto e che del periodo precedente
ripropone la medesima struttura drammaturgica, in cui le battute di dialogo vengono
sempre riportate con le didascalie. Ma come parla e, soprattutto, che cosa dice
Charlot? Probabilmente, questa era stata la ragione più profonda del ritardo del
maestro britannico nel passare al sonoro.
Il
pubblico avrebbe potuto accettare sentire Charlot parlare? Lui non era
semplicemente un personaggio e lo stesso Chaplin non era stato soltanto un attore,
per quanto celebre e mitico, come la divina Garbo, ma il creatore di una maschera,
il moderno vagabondo, l’omino buffo e gentile, con la bombetta e i baffetti a
spazzolino, la giacca stretta e i pantaloni a sbuffo, tutti rigorosamente neri,
le scarpe enormi da pagliaccio, la canna di bambù e, naturalmente, la tipica camminata
caracollante.
Il
pubblico lo avrebbe acclamato anche in questa nuova versione? E quali battute
avrebbe potuto pronunciare che risultassero altrettanto divertenti che le sue
gag delle comiche, o per strada nel Monello (1921), o nel Far West della
Febbre dell’oro (1925), o perfino sul ring di Luci della città (1931)?
Ecco
il punto: nel momento in cui avesse parlato, Charlot avrebbe mutato la sua
natura di campione della comicità per entrare nella dimensione dell’umorismo.
Ma i geni sono tali non solo perché inventano qualcosa che non c’era prima, ma
anche perché capovolgono una situazione difficile nel suo contrario, cioè nell’opportunità
di ideare qualcos’altro di grande.
Tempi
moderni è stata la prima e unica volta in cui sentiamo parlare,
anzi cantare, il personaggio di Charlot. Si tratta di una canzone del 1917
scritta da Leo Daniderff, Titine, tradotta in italiano con Io cerco
la Titina, mentre un inglese viene indicata col titolo di Nonsense song.
Questa versione del titolo allude al fatto che Charlot non si è servito di una lingua
storico-naturale, ma di un grammelot, come avrebbe fatto trent’anni dopo Dario
Fo in Mistero buffo.
In
questo caso, Charlot si esprime in un coacervo di lingue romanze, dalle quali
vengono estrapolati singoli lemmi, locuzioni storpiate, parole senza senso, ma
che la musica, l’intonazione della voce e soprattutto la mimica di Chaplin
trasfigurano in una commediola sexy divisa in sei scenette. La motivazione
della sequenza è presto detta: Charlot ha ritrovato la Monella (Paulette Goddard)
che lavora in un locale. Anche lui viene ingaggiato come cameriere, a patto che
si esibisca in un numero musicale. Ma poi, non riuscendo a memorizzare il testo,
Monella gli scrive i versi della canzone sui polsini della camicia affinché lui
li legga, mentre balla. Purtroppo, tutto sicuro di sé, Charlot entra in scena
agitando troppo le braccia, tanto che i paramani volano via e perde il suo
escamotage mnemonico. Sgomento, si volge verso Monella, cui mostra la sua
situazione disperata. Ma lei non si perde d’animo e gli intima di procedere
nell’azione scenica. La didascalia ci spiega quel che avevamo già intuito dai
suoi cenni eloquenti: «Canta! Non badare alle parole».
Ed
è in questa battuta di Monella il valore metatestuale dell’assolo canoro con il
quale Charlot appare come una meteora nel mondo del cinema sonoro, tanto
luminosa quanto effimera. Se si limitasse all’ascolto, lo spettatore non decifrerebbe
mai il significato della canzone. Invece lo spettatore ride, e noi con lui, non
perché il significato è chiaro, bensì perché non c’è nessun significato. Per riprendere
le categorie coniate dal padre della linguistica, Ferdinand de Saussure, potremmo
dire che la catena dei significanti non ne sottintende un’altra parallela di
significati. In termini linguistici, è impossibile comprendere che cosa dice
Charlot. Il senso diventa chiaro e distinto, come le idee cartesiane, soltanto
grazie all’azione scenica intrapresa da Charlot, laddove musica e canto, mimica
e gestualità si fondono mirabilmente. Charlot ha fatto come gli suggeriva Monella:
Sing! Never mind the words. Tale è il suo lascito sul tema comicità e
umorismo (video 3).
video 3
[1] In realtà,
Galileo non ha mai scritto resoconti su tale esperimento. Lo afferma e l’ha
scritto il matematico Vincenzo Viviani (1622-1703) nel Racconto istorico
della vita di Galileo Galilei (1654). Lo ribadisce lo studioso galileiano
Stillmann Drake (1910-1993) in un articolo del 1973. Lo ha provato nel 1971 l’astronauta
David Scott (nel corso della missione Apollo 15), sulla Luna, dove però l’atmosfera
non è la stessa di quella terrestre.
ALESSANDRO IOVINELLI
È poeta, narratore, critico e regista teatrale.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti, saggistica, nonché tre romanzi.


Sono Federica. Oggi è pure il mio onomastico.E questo tuo articolo sembra un regalo...Lo è di fatto anche per coloro che hanno altri nomi.Come la comicità che abbraccia e fa male alle mascelle,che ti butta per terra e non respiri,che non sai se il tuo riso è il tuo pianto.Caro Alessandro ,oltre le tue parole, i video ,che in realtà mimavo mentre guardavo,la Titina mi ha fatto caracollare.Il verbo più bello e descrittivo di un'essenza a me nota.Grazie
RispondiEliminaSarebbe interessante analizzare la relazione che c’è tra risata e spavento.
RispondiEliminaMa che bell'articolo che hai scritto! Ho letto con interesse sia la prima parte che la seconda e mi hai fatto sorridere e riflettere su alcune scene dei film che hai menzionato. Grande Lubitsch, grandi Chaplin e la divina Garbo. Grazie
RispondiEliminaCarla Mazzarelli
Che meraviglia Alessandro un pezzo bellissimo e profondo
RispondiEliminaAlessandro Giuliani
Bellissimo articolo che fa riflettere sul grande cinema muto e sull'universalita' della comicità che si esprime attraverso il linguaggio del corpo e non necessita di quello verbale! Anzi come dimostra lo straordinario Chaplin il sonoro non sembra aggiungere nulla al cinema così come le parole che possono ridursi al solo significante in quanto il significato è tutto nel gesto e nella mimica! Grandioso il pezzo dell'incontro di boxe che mi ha fatto pensare al film recente della Cortellesi in cui la scena del marito violento che picchia la moglie si traduce in un tragicomico balletto! Complimenti Alessandro!
RispondiEliminaIolanda Capotondi