I PARTE - Memorie di guerra di Natal- e Agostini - un aviere toscano (1923-2005) (STORIA) ~ di VIVIANA AGOSTINI-OUAFI - TeclaXXI


STORIA: 25 APRILE 2026


Viviana Agostini Ouafi 

Memorie di guerra di Natale Agostini, 

un aviere toscano (1923-2005)

Parte I*




Quando venne l’8 settembre, noi [la 36a squadriglia idrovolanti] [...] ci presero prigionieri, tutti. Scappare, c’era anche chi arrivò all’apparecchio, ma con l’apparecchio non si può scappare se non si è fatto tutti i rifornimenti... E poi, per di più, verso la mattina, verso le otto e mezzo, quando ancora s’era lì, un giornale aradio[1], il generale Badoglio, trasmetteva questo telegiornale, di poche parole: «Italiani, il nemico comune è il tedesco. Per noi, il nemico comune è tedesco.» Sicché, non è che ci si sia nemmeno ribellati. Poi ribellarsi, cosa tu volevi ribellarti, non si poteva mica fare niente di fronte alle mitragliatrici. Ci portarono via. Ci portarono in vetta a una montagna, noi, che è tra Zara e Sarajevo. Non s’era dimolto distanti né dall’uno e né dall’altro, ma insomma saranno stati di sicuro una cinquantina di chilometri, ecco. Portarono su tutta la roba dei magazzini che ci s’aveva, le gallette, la roba da mangiare portaron su. E lassù si fece, s’era a 1800 metri, figurati, una capanna... sarà stata lunga sicuro una sessantina di metri, anche settanta, e larga, capito? Per far corto il discorso, lì si dormiva...

Quanti eravate? [2]

S’era, quando si andò su, s’era intorno dugento.

Ma quelli che v’han preso, chi erano?

Erano i Titini[3]. Però i Titini – ora sembrano cose buffe ma a dirti che non son cose buffe... – litigarono anche tra sé. Che erano belve si vide avanti che si rimanesse... perché tutti, tutti ci volevano pigliare perché s’aveva diversa roba, si portò su anche i viveri, scatolame, tanta roba: avevano portato tutto lassù. I primi tre o quattro giorni, quando era l’ora di mangiare ci davano qualcosa anche a noi. Poi dopo otto giorni, a noidc non ci davano più niente. Avevano poco anche per sé. Fecero presto a finire perché, specialmente la roba, non è che l’abbia presa tutta quel gruppo che prese prigioniero noi, la presero anche quegli altri, litigarono anche tra sé, ma la roba un po’ la divisero. [...] Dopo venti giorni, venticinque, avevano finito ogni cosa, quella roba lì non ce l’avevano più nemmeno loro. Loro scendevano un po’ più giù, e laggiù c’era i pastori, portavan su sempre due pecore, tre. Avevano una caldaia grossa [...], la facevano bollire... mica meno, ma sette-otto ore, poi quando aveva bollito parecchio avevano un telo, c’era un posto un po’ piano, abbastanza grande, buttavan tutto sopra a quel telo, e poi la carne la pigliavano tutta, e gli ossi – c’era certi sdruccioli lassù, c’era i lupi, c’era – li buttavano laggiù in quegli sdruccioli.

Io resistevo bene, perché, senti: io intanto incominciai... – lì c’era tutta la macchia, capito? –quando avevo fame mangiavo quelle caccamelle[4]. C’erano rosse, e certe cosine tonde, nere, dentro avevano certi semini con pelo, ma avevo i denti buoni, mangiavo, rosicavo... [...] lo stomaco l’avevo buono. Però, parecchi incominciarono a ciondolare. Poi la sete... la sete è più brutta della fame. Quando proprio piglia la sete che tu non... Non c’era lì l’acqua, non c’era lì l’acqua. Era un po’ lontano. E più di dieci metri non ci si doveva allontanare. Però, ogni tanto qualcuno andava... Insomma, una volta t’ho detto che a quella fontanina, a pigliare un po’ d’acqua così con le mani, ce n’era un branco. Arrivarono, sette-otto con... – sai, lì non scappi, perché avevano anche il mitra – li sgozzarono tutti. Però, anche tra sé l’ho visti sgozzarsi: di varie fazioni. [...] Quando si trovavano, quando litigavano tra sé, si sgozzavano: niente, vedi, chiappavano così (passa una mano sul collo in modo rapido e orizzontale)[5], un colpo di baionetta qui, quello cominciava a rantolare, casca in terra ma non seguita mica tanto di rantolare. Ecco, quella era la fine.

Allora. Cosa mi succede a me. Mi succede, che piano piano, il giro mi toccava farlo sempre più grande perché, in quelle macchie le avevo bell’e colte [le bacche], non c’erano mica il giorno dopo! Mi toccava andare più lontano, no? Una bella volta, io, sarò stato a circa venticinque metri, dietro a uno scoglio mi vedo questo che mi spiana il fucile [dico]: «Fermo! (alza la mano aperta) Non mi sparare! Non t’ho mica fatto niente a te! Io vedi, non ho niente (scostando i lembi della giacca). Io, del male, non te lo fo sicuro. Non importa che te lo dica, avrai visto prima di spararmi, prima di cosarmi con il fucile, te, tu m’avrai visto che io vado a cercare queste caccamelle. Da mangiare, voi non ne avete nemmeno per voi, a noi non ci date niente, e io mangio queste perché... voglio vedere se non muoio, perché a casa ho il babbo, la mamma e sei fratelli, tutti più piccini di me. E anche te, penso che il babbo e la mamma ce li hai sicuro, [...] tu torneresti volentieri a casa tua anche te. Ma quelli che comandano, me m’hanno fatto essere qui, e te t’hanno fatto essere costì. Ora laggiù non ci puoi andare perché laggiù c’è i tedeschi. E quello che tu potresti fare a me loro lo fanno a te, sicché...»

O te, io incominciai a ragionare. Non sono uno, ora non sono più niente ora non costo più nulla, ma quand’ero giovane n’avevo delle reazioni. Senza spaventarmi, non era che [con] le cose strane perdessi il controllo. No, no, io reggevo sempre la mia situazione. E a questo punto, a forza di ragionare, incomincia che abbassa il fucile, capito?, che il fucile l’abbassa. «Io ti ringrazio che tu non m’hai ammazzato – gli dissi – però, tu devi ringraziare anche me perché, se tu m’ammazzavi, nella vita ti dovevi sempre ricordare d’aver ammazzato un ragazzo che ha la tua età, giù per su». «Di che classe sei, te?» – gli domandai. Da me a lui ci correva due o tre mesi. «[Uno] che fare non t’ha fatto niente, è lì perché l’hanno voluto mandare lì, e te tu l’ammazzi... Se hai un po’ di buon senso, tu devi avere un dispiacere incalcolabile. E se invece m’hai risparmiato, ogni volta che ti viene in mente questo fatto dovrai godere!»

Guarda (rivolto a Urbano), io anche ora, capita questi estracomunitari, tutti dicono... ma io li aiuto, tutti! Perché? Perché è un debito che ho con il mondo: li aiuto tutti! Perché? Perché m’hanno aiutato.

O te, dico (allo slavo): «Senti, io voglio vedere se mi salvo la vita.» Dico: «Ascolta una cosa. Io di quassù, di vetta a questo monte...» C’era un vallone lungo, da 1800 metri s’andava a dugento e tanti metri, dove c’era quelle viuzze che circolavano. Dico: «Io avrei calcolato qualche notte di scappare, di darmi prigioniero ai tedeschi, perché qui – dico – vedi, tu lo sai, noi s’era in dugento, siamo rimasti vivi una cinquantina.» I più ammazzati e diversi anche morti... morti. Dopo due mesi, s’era per i Santi, passato i Santi, sicché dall’8 settembre a passato i Santi c’è un paio di mesi, c’è settembre-ottobre. Eh... senza mangiare, si muore. Sai, la mattina, la mattina non tutti s’alzavano, capisci. In poche parole, gli dico: «Vedi, se quando casco nel fosso di là torno in qua [e] nel fosso di qua torno in là, io vado a finire laggiù in quelle straducole che si vedono passare le camionette: quelli sono tedeschi sicuro.»

«Sì, sì – dice – quelli sono tedeschi.»

«Eh..., prima di morire qui, mi darei, mi do più volentieri prigioniero.»

Lui mi dice: «Sì, sì. Però senti, fai una cosa allora...» Perché mi disse: «Se io t’avessi visto di notte venire giù, ti sparavo senza dirti niente, e anche un altro fa così. Io stasera alle dieci smonto di qui, son montato alle due, si fa otto ore. Dopo le dieci, non ci sono io, c’è un altro.»

Perché loro, erano nati italiani. I suoi genitori no, ma loro erano nati dopo il ‘18, dal ‘18 loro [andavano] a scuola italiana, parlavano italiano come noi. Parlavano anche lo slavo, però parlavano italiano, con noi parlavano italiano.

Lui mi dice: «Allora, guarda, io fino alle dieci ci sono. Tu guarda bene il posto e ripassa di qui, che io mica ti sparo! Capito?» Insomma, quando ci si lasciò, che gli detti la mana[6], fu lui il primo a baciarmi! Come due fratelli!! Capito?! Siccome di novembre alle cinque, le cinque e mezzo, toh le sei, è buio, io verso le sei, quando era buio bene, piglio la mia strada, giù giù, giù giù, ripassai di lì, era ad aspettarmi dietro a quel sasso come m’aveva visto il giorno.

Mi dice (con voce sussurata): «Sempre giù a diritto.»

Però allora, allora era bufato, capito, per quattro o cinque chilometri camminavo nella neve. La neve, la[7] c’era alta. Eh... di notte, la luna non c’era, s’inciampica... Insomma la mattina, prima d’essere giorno, avevo fatto quella diecina di chilometri, anche quindici n’avevo fatti. Mi metto laggiù in quella straducola, quando arrivo laggiù. Dopo quando sentii una macchina venire, era una campagnola, o te, mi misi nel ciglio della strada. Così (agita le mani battendo i polsi l’uno contro l’altro): «Io italiano, prigioniero slavi.» Erano due tedeschi, capire non mi capivano, però quando arrivarono lì, videro... avevo la tenuta di volo ancora, il giubbotto di volo, figurati. Mi videro ch’ero italiano, mi videro dalla divisa. «Portare voi.» Un po’ guardarono e poi mi caricarono lì, mi caricarono in questa cosa.

E di lì in due giorni, tutto quel giorno lì e il giorno dopo, [...] s’andò a finire a Trieste. A Trieste, facevano quei carri... quei carri bestiame chiusi, sai, con quelle manopole infondo, là. Ma lì, non s’era solo militari, c’era i soldati, c’era i ragazzi, c’era le donne, c’era gli uomini, c’era... là, come si dice: ci sarà stato anche gli ’sraeliani. Lì, tutta una massa, stretti come le sarde, capito? In terra, qualche... qualcheduno cascava anche in terra perché gli veniva male, ma sennò, non c’era posto, era facile anche di tenerlo ritto. Ecco.(continua

*La seconda e la terza parte saranno pubblicate eccezionalmente il 1° maggio 2026 


[1] Fenomeno di concrezione dell’articolo: il locutore pensa che il sostantivo inizi per vocale.

[2] Gli interventi di Urbano Cipriani saranno d’ora innanzi indicati così.

[3] I partigiani comunisti del maresciallo Tito.

[4] Toscanismo che sta per «bacche».

[5] Diamo in corsivo, tra parentesi, la descrizione dei gesti e della mimica del testimone.

[6] La «mano»: l’uscita femminile in –a è analogica.

[7] Forma aferetica del pronome «ella».

Il testo è tratto dall’intervista-video di Natale Agostini (1923-2005) fatta da Urbano Cipriani il 10 ottobre 2005 ad Avena, frazione di Poppi (Arezzo): trascrizione, adattamento dal toscano all’italiano regionale parlato e note a cura di Viviana Agostini-Ouafi. La trascrizione integrale in italiano regionale parlato, Memorie orali di un soldato-contadino toscano (1941-1947), tradotta anche in varie lingue straniere, è online dal 30/05/2012 sul sito Mémoires de guerre: témoignages de la Seconde Guerre mondiale dell’Università di Caen Normandie diretto da Viviana Agostini-Ouafi

https//:www.memoires-de-guerre.fr 

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VIVIANA AGOSTINI-OUAFI

BIONOTA

Viviana Agostini-Ouafi è professore associato di lingua, civiltà e letteratura italiana all’università di Caen Normandia. Si occupa di storia, teorie e pratiche della traduzione: Dante in Francia, Proust in Italia, archivi di traduttori. Co-dirige un sito web plurilingue di memorie di guerra e la rivista Transalpina.


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a cura di Alberto Stivieri


BUON 25 APRILE A TUTTI VOI

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