La cappella della Sindone a Torino (STORIA) ~ di Riccardino Massa - TeclaXXI
STORIA
La cappella della Sindone a Torino
di Riccardino Massa
Notte dell'11-12 aprile 1997 incendio alla cappella della Sindone
“Nel
cielo apparve poi un segno grandioso. Una donna vestita di sole, con la luna
sotto i piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. … Allora apparve un
altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e
sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del
cielo e le precipitava sulla terra” 1.
Nella
notte tra l’11 ed il 12 aprile del 1997 un grosso incendio si sviluppò e
distrusse uno dei luoghi più sacri della cristianità torinese. La cappella
della Sindone.
Immagini
identiche le vedemmo decenni dopo, quando le televisioni di tutto il mondo
ripresero in diretta l’incendio di Notre-Dame de Paris.
Naturalmente
i cultori di magia nera torinese si sbizzarrirono subito con le ipotesi più
strampalate riguardanti la presunta colpevolezza delle potenze occulte degli
inferi. La realtà fu sicuramente meno demoniaca. Si trattò di un cortocircuito.
Il perché si parlò di magia nera probabilmente è legato alle superstizioni su
Torino e che sono alimentate anche da una simbologia sacra nell’architettura
che ha vissuto un’epoca d’oro proprio nel periodo della costruzione della
Cappella della Sindone.
Parliamo
dell’epoca barocca che caratterizzò l’arte nel suo complesso dalla fine del XVI
secolo, riflettendo peraltro i valori della Controriforma. Trovò in Roma artisti
come Bernini, Borromini, Pietro da Cortona. In Piemonte si affermò Don Camillo
Guarino Guarini (Modena, 17 gennaio 1624- Milano 6 marzo 1683). Oltre ad essere
architetto e un teorico dell’architettura fu un grande pensatore, filosofo e
trattatista, autore anche di opere di matematica oltre che commediografo2.
Guarino Guarini
Il
Piemonte faceva parte del Ducato di Savoia. Carlo Emanuele II (Torino, 20
giugno 1634- Torino 12 giugno 1675), il figlio di Cristina Maria Borbone di
Francia (figlia di Enrico IV), rimasto vedovo della moglie di prime nozze
Francesca Maddalena D’Orleans, dalla quale non ebbe figli, si sposò in seconde
nozze con Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours. Questo matrimonio fu intensamente
voluto dalla corona francese e in particolare dal cardinale Giulio Mazzarino. La preoccupazione di quest’ultimo era che il Duca,
divenuto vedovo, s’involasse a nuove nozze con Marianna D’Austria facendo
propendere la sua politica verso le scelte della corte D’Asburgo.
Mai
scelta fu migliore per il Ducato e per la città di Torino. Già in vita il duca
aveva grande considerazione delle opinioni della consorte. La prematura
scomparsa di Carlo Emanuele II a soli 41 anni, quando l’erede3 era
ancora troppo giovane per governare (all’epoca aveva solo 9 anni), avrebbe
creato un grave problema per lo Stato sabaudo, ma per fortuna sul letto di
morte Carlo Emanuele II aveva concesso la reggenza a Maria Giovanna Battista
sino a che il figlio potesse iniziare la reggenza stessa.
Questa,
si dedicò a grandi opere, sia durante la sua reggenza, sia successivamente una
volta consegnato il potere al figlio. Su suo esplicito ordine furono costruite chiese,
ampliate vie e vi fu un ammodernamento della città. Sono proprio di questo periodo le architetture
guariniane. Infatti, il Guarini restò a Torino dal 1666 al 1681. E sono di quel
periodo le chiese di San Lorenzo (1667), la Cappella della Sindone (1668), la
prima chiesa di San Filippo (inizio costruzione 1675 poi crollata ai tempi
dell’assedio di Torino del 1706 e ricostruita integralmente), la chiesa
dell’Immacolata ossia dell’Arcivescovado (1675), la Consolata (1678), la basilica
mauriziana dei Santi Maurizio e Lazzaro (1679), Palazzo Carignano (costruito
tra il 1679 ed il 1685) ecc.
Poiché
già la madre di Carlo Emanuele II, la famosa Madama Reale, aveva suggerito che
dovesse essere costruita una cappella per conservare il sacro lino e che questa
avrebbe dovuto essere l’edificio più alto e sovrastante di tutti gli edifici
della Torino seicentesca, molti architetti si erano cimentati con l’impresa che
sembrava impossibile. L’ultimo in ordine di tempo fu Bernardino Quadri4,
poi subentrò Guarino Guarini. Nella cappella della Sindone il Guarini, pur
accettando il sistema distributivo prefigurato dal Quadri, che prevedeva due
scaloni d’accesso attestati sulle navate laterali del duomo, inserì in progetto
l’altare reliquiario al centro dello spazio. Dovette però trovare delle
soluzioni originali che permettessero di sviluppare l’altezza senza che questa
potesse catastroficamente produrre un crollo. Infatti, l’opera, già avviata,
presentava problemi di staticità in quanto non riusciva a reggere l’ampia
cupola prevista. Bisognava, quindi, alleggerire le zone che sarebbero andate
verso il cielo.
Per
la soluzione dell’alleggerimento ci si basò sulla realizzazione del manufatto
con la pianta circolare. Questa dal Guarini venne divisa in nove settori (tre
per ogni punto di accesso). La filosofia del Guarini è che l’opera
architettonica deve coinvolgere il fruitore in una esperienza sensoriale che
punti ad elevarne lo spirito, suscitando sbalordimento attraverso le complesse
forme, curve geometriche e illusioni sceniche. Per questo motivo, da questi
settori risultanti, il maestro fece sorgere tre arconi (rappresentanti la
trinità) creando uno spazio tendenzialmente triangolare su cui si innestava il
cerchio che conteneva la cupola con un diametro inferiore a quello previsto da
Bernardino Quadri. La sua visione scenica era quella di non concludere
l’altezza con un’ampia cupola, ma spingerla verso l’alto come una punta che
trapassasse il cielo. La struttura tondeggiante venne così ridotta e divenne sufficientemente
stabile anche perché alleggerita da grandi finestre tondeggianti, funzionali
per far penetrare la luce.
Nelle
lesene5 aggiunse un simbolismo legato alla passione del Cristo. Al
posto delle foglie d’acanto6 e delle volute7, inserì i
rami d’ulivo, una corona di spine e una passiflora8 da cui spuntarono
tre chiodi e il Titulus Crucis.
La torre centrale voluta dal Guarini invece
della cupola tondeggiante doveva rappresentare l’estasi di fronte al mistero
della resurrezione. È una delle opere più ardite dell’epoca barocca. Interessante anche sotto il profilo simbolico
è l’uso della pietra. Se ci si mette sotto e la si guarda in su si può notare
una differenza di colore dalla pietra più scura verso il basso a quella più
chiara verso l’alto. La differenziazione del materiale sta a rappresentare
l’ascesa dal luogo terreno cupo verso la prominenza della luce celeste. Una
sottolineatura del passaggio simbolico dalle tenebre alla luce, dal sepolcro
collocato in basso al paradiso collocato in cielo. La disposizione delle
centosessanta stelle di bronzo sembrano ricordare invece quelle precipitate in
terra dal drago dell’Apocalisse.
cupola della cappella della Sindone
Il 24 ottobre 1679 la cupola fu completata e il 12 maggio 1680
Guarini celebrò la messa inaugurale consacrando la cappella al culto divino.
Officiò su un altare di legno perché i lavori non erano terminati. Tre anni
dopo Guarini morì, lasciando la sua opera incompiuta. Nel 1685 il livornese
Donato Rosetti fu incaricato di proseguire i lavori. Morto l'anno successivo,
fu sostituito da un suo allievo, Antonio Bertola, che completò l'opera e
progettò l'altare reliquiario. Nel 1694 la costruzione della cappella si
concluse, dopo un secolo di lavori, con la collocazione del sudario all'interno
dell'altare.
L'altare progettato da Antonio Bertola deve la
sua centralità dal disegno del pavimento, costituito da cerchi concentrici
composti da stelle in ottone dorato incastonate in croci greche di marmo
grigio. Il corpo dell'altare è in marmo nero arricchito da varie decorazioni. Il
luogo fu illuminato da quattro lampade, che rappresentavano i quattro vangeli
canonici9 riconosciuti dalle Chiese Cristiane, e che stavano a
simboleggiare l’illuminazione dal basso seguendo la parola cristiana.
Nella prima metà del XIX secolo, essendo
considerato dai Savoia il luogo sacro per eccellenza, la cappella fu decorata
con l’introduzione delle statue di grandi personalità della famiglia. Le opere
furono commissionate da Carlo Alberto in persona. Il luogo al momento
dell’incendio era già stato chiuso al pubblico, visto che il 4 maggio del 1990
un pezzo di marmo si era staccato dal cornicione della cupola. Poi, come
descritto, avvenne l’incendio nel 1997. Complessivamente il luogo rimase chiuso
per 28 anni e dopo un restauro costato 30 milioni di euro la cappella fu
riaperta nel 2018. In restauro è risultato molto complesso, vista
l’indisponibilità del materiale originario10. Il sacro lino però, non
è stato portato all’interno del fabbricato guariniano. Oggi è custodito in
Cattedrale nell’ultima cappella della navata di sinistra. La Cappella della
Sindone, pur non essendo oggi il luogo di devozione che fu nei secoli passati,
offre comunque emozioni ad un visitatore attento. Suggestioni che certamente
travalicano gli aspetti prettamente estetici dell’architettura.
“Rabbi Abba disse: Tutto nel mondo è diviso in due parti di
cui l’una è visibile e l’altra invisibile. Ciò che è visibile non è che il
riflesso di ciò che è invisibile”11.
__________________
1
Apocalisse 12, 1-4.
2
Alcune opere letterarie del Guarini
–
La Pietà trionfante/tragicommedia morale di Guarino Guarini, nella stampa di
Giacomo Mattei, Messina 1660
-Placita Philosophica, Apud Dionysium Thierry, Parigi
1665
- Euclides Adauctus/et Methodicus Mathematiq Universalis,
Typis, Bartholomaei.,Zapatae, Torino 1671
-Compendio
della Sfera Celeste, Appresso Giorgio Colonna, Torino 1675
3
Il Figlio di Carlo Emanuele II e di Maria Giovanna Battista Savo0ia di Nemours
divenne Duca e regnò con il nome di Vittorio Amedeo II di Savoia.
4
Bernardino Quadri, artista ed architetto svizzero-piemontese (1625-1695),
lavora a Roma (in San Giovanni in Laterano e San Pietro) a fianco del Bernini e
del Borromini prima del 1650. Si sposa a Torino, dove, nel 1657, è incaricato
di redigere il progetto per la cappella della Sindone, parzialmente messo in
opera fino a che sarà sostituito da Guarini.
5
Leggero risalto del muro con funzione prevalentemente decorativa si compone
come la colonna di tre parti, capitello, fusto e base.
6
Una pianta che cresce in zone non coltivate è considerata già nell’antichità e
nel linguaggio simbolico rappresentante la verginità.
7
In architettura chiamato anche riccio è un motivo ornamentale costituito da una
spirale formata da elementi per lo più geometrici.
8
Simbolicamente rappresenta la Passione di Cristo, il nome del genere gli fu
attribuito dai missionari Gesuiti agli inizi del XVII secolo.
9
Definitivamente riconosciuti come gli unici dogmi di fede dal Concilio di
Trento (1545-1563)
10
Gli architetti seicenteschi utilizzarono materiale proveniente dalle cave
presenti nel territorio del Ducato (Marmo nero e bigio proveniente dalle cave
di Frabosa) chiuse ormai da secoli. Si tentò dal 2009 al 2011 di riaprire le
vecchie cave, ma ciò non fu possibile; quindi, si optò per la sostituzione dei
pezzi più danneggiati con pietre provenienti da altre cave (Marmo nero dalle
Alpi Orobiche e Marmo grigio per le parti alte della cupola provenienti dalle
Alpi apuane)
11
Dal libro dello Zohar (pagine tradotte dal caldaico da Jean De Pauly) ed.
Atanòr, 1978, p. 99
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RICCARDINO MASSA
BIONOTA
Riccardino Massa (1956) è nato nel “Canavese” (Piemonte centrale). Dal 1986 al 2020 ha svolto la professione di Direttore di scena al Teatro Regio di Torino. Ha ripreso la regia di Roberto Andò de Il flauto magico di Mozart nei Teatri lirici di Cagliari, Palermo e Siviglia, nonché la regia di Lorenzo Mariani de Un Ballo in Maschera di Verdi e quella di Jean Luis Grinda della Tosca di Puccini, entrambi al teatro Bunka Kaikan di Ueno in Giappone. Ha poi realizzato la messa in scena de L’Orfeo per il festival Casella e recentemente la ripresa della regia di Gregoretti del Don Pasquale di Donizetti al Regio di Torino.
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