Il senso dei parlanti per la lingua/2: siamo tutti creatori di parole? ~ di Silverio Novelli - TeclaXXI
LINGUA ITALIANA
Il senso dei parlanti per la lingua/2: siamo tutti creatori di parole?
di Silverio Novelli
immagine Canva progetto JS©2026
Sì, potenzialmente siamo tutti creatori di parole. Fin da lattanti. Anche se poi le parole che abbiamo inventato (cioè, etimologicamente, “rinvenuto” nel gran ventre profondo della lingua) non finiscono nel lemmario di un dizionario; o se ci vengono contestate quando giochiamo a Scarabeo. Quelle parole sono esistite e quindi per la storia della nostra lingua esistono, non importa se apparse (ma nascoste) in una ignota, ai più, pergamena del tredicesimo secolo, oppure in un raccontino incluso nei Quaderni di San Gersolè, raccolta di diari, racconti e disegni realizzati dagli alunni della maestra Maria Maltoni in una scuola di campagna del Fiorentino tra il 1920 e il 1956 (e poi pubblicati da Einaudi nel 1959, con la prefazione di Italo Calvino).
Negli ultimi decenni, la
tendenziale vittoria della logica della disintermediazione e la demolizione
aprioristica dei contenuti promossi dalle élite
intellettuali (tutti ricordiamo le ironie sui giornaloni e i professoroni,
peraltro promosse dalle élite
concorrenti al potere o fresche di “comando”, esse stesse più populiste del
popolo al quale si rivolgono) ha portato, per li rami, anche a un atteggiamento
nuovo dei parlanti verso i grammatici, i lessicografi, i linguisti, ovverosia
le persone che si occupano come specialisti di lingua e di linguaggio.
L’atteggiamento – che trova nei social media rampe di lancio paragonabili per
potenza a quelle che a Cape Canaveral hanno proiettato nello spazio l’Artemis
II –, come riassume bene il linguista Edoardo Lombardi Vallauri (L’italiano in bilico. Quello che sì, quello
che no, Il Mulino, 2026), è poi il seguente, stringi stringi: guai a
toccare «la lingua che ci hanno insegnato mamma e papà (con l’aiuto della
maestra)» e, se pur ci deve essere qualche cambiamento, «la lingua giusta è
quella che sono abituato/a a parlare io» (pp. 10 e 11).
Come corollario, succede
che quando parlanti e scriventi inviano domande alla Crusca, alla Treccani,
alla Zanichelli (editrice del vocabolario Zingarelli) o ad altri siti
autorevoli (come Dico. Dubbi sull’Italiano
Consulenza online), per chiedere “si dice così o si dice cosà?”, il più
delle volte si scopre che «dietro la domanda al linguista c’è un salotto, dove
qualcuno vuole trionfare […] la linguistica come strumento per cogliere in
fallo: la linguistica per posizionarsi al di sopra degli altri» (p. 13).
Un form per dare forma
Non basta il “piccolo chimico” individuale
Non
bisogna però pensare che la creazione individuale, anche se sagace, possa, con
una deliberazione personale, semplicemente “aggiungersi” e magari stabilizzare
la propria posizione accanto a un patrimonio lessicale che – pur sempre mosso
in superficie da qualche novità – ha una storia e una stratificazione
millenaria. No, non può.
Può
succedere se l’onomaturgo (il creatore della parola nuova) è popolarissimo e
autorevole e quindi la sua invenzione circola e viene fatta propria da molti
parlanti/scriventi e per non poco tempo: allora si creano le condizioni perché
un dizionario possa accogliere, come neologismo, quella che non è più, tanto,
una “proposta d’autore”, quanto un vocabolo accolto, accettato, usato da tutti
(non basta che si diffonda in un gruppo ristretto: familiari, amici, compagni
di scuola, colleghi di lavoro). Grazie a D’Annunzio diciamo velivolo;
volando più basso e venendo ai nostri giorni, grazie soprattutto all’attore e
comico Antonio Albanese, diciamo la qualunque (‘una cosa qualunque che
viene detta a sproposito, per superficialità o incapacità di argomentare,
talvolta con lo scopo di abbindolare chi ascolta’) – e della locuzione vi è
traccia nei dizionari.
Come
vi è traccia di webete, altro
potenziale neologismo d’autore, coniato anni fa dal giornalista Enrico Mentana
mettendo insieme web ed ebete, con lo scopo di stigmatizzare certi
comportamenti di leoni
da tastiera.
Per il resto e per chiunque, divertirsi
con le parole costituirebbe una ginnastica mentale sana; ma senza pretendere
altro.
Quali caratteristiche dovrebbero avere i neologismi?
♦ Trasparenza:
si comprende subito come è formato il lessema (per es., webwtw che è formato da web+(e)bete)
♦ Conformità:
rispetta le regole fono-morfologiche dell’italiano
♦ Eufonia:
risulta di suono gradevole ed è semplice da pronunciare
♦Memorabilità: è facile da
ricordare
♦ Unicità:
non si confonde con parole già esistenti
♦ Spiritosità:
si apprezza per l’efficacia e l’arguzia
Questi requisiti, però, da soli non
bastano, legati come sono alla sola struttura del lessema (o della
polirematica) e ad alcune sue possibili risonanze percettive. Perché, tutto
sommato, anche una neoconiazione brillante potrebbe surfare sulle onde della
notorietà per un qualche tempo di entusiasmi intensi e superficiali e poi
affondare nel dimenticatoio, restando agli atti come occasionalismo.
Ecco allora che il successo di una
nuova parola va legato anche e soprattutto ad altri fattori:
♦ Frequenza:
si affermano le neoconiazioni usate spesso e continuativamente
♦ Varietà
d’uso: le parole devono poter essere usate in contesti e in
registri diversi
♦ Produttività:
hanno più successo le parole da cui possono derivarne altre
♦ Rappresentatività:
si affermano le parole che denominano nuovi concetti e colmano vuoti lessicali
o terminologici.
SILVERIO NOVELLI
Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).


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