Ricordando Kathleen Fraser II parte (MEMOIR/POESIA) ~ di Marina Morbiducci - TeclaXXI


 MEMOIR/POESIA

Ricordando Kathleen Fraser II parte*

di Marina Morbiducci

*la prima parte è stata pubblicata il 27 marzo 2026

Kathleen Fraser


In “Giotto: ARENA”, poesia tratta dalla raccolta when new time folds up (1993), Kathleen Fraser allude al perfetto “cerchio” del pittore, realizzato “‘Not by system, but by / wrist,’ / G. said, / substituting body parts” (trad. ital.: “‘Non per sistema, ma dal / polso,’ / disse G., / sostituendo parti del corpo”), dove l’impresa artistica è paragonata ad un atto corporeo corrispondente al gesto dinamico della creazione. È un movimento che in qualche modo replica la meccanica e l’articolazione del volo di un uccello: “Attached by some ‘natural’ substance / the arm (or leg) with elbow // (or joint) midway suggests the next / incision or protrusion: It stiffens as // a fin or rib projecting new function: // It emits signals periscopic (familiar) helical into the spinal: Wing // could loosen that line’s identity calling / to itself with charcoal error // ‘only in contradiction to that which is known / to us of nature’ ”. (Trad. ital.: “Attaccato da qualche sostanza ‘naturale’ / il braccio (o la gamba) con il gomito // (o l’articolazione) a metà suggerisce la successiva / incisione o sporgenza: si irrigidisce come // una pinna o una costola da cui si proietta una nuova funzione: // emette segnali periscopici (familiari) elicoidali nella spina dorsale: l’Ala // potrebbe sciogliere quell’identità della linea chi si richiama / a sé con un errore del carboncino // ‘solo in contraddizione con ciò che ci è noto / della natura’ ”). L’evocazione dell’ala — con tutti i riferimenti simbolici e fisici ad essa associati — è una metafora perfetta della funzione essenziale della traduzione e, a priori ma insieme ad essa, della scrittura. Mi ricordo il prezioso regalo che mi fece di “Wings” (1995) (https://www.jstor.org/stable/24515502), edizione artistica numerata, da lei stessa firmata.

Si considers di Kathleen Fraser anche il suo libro Discrete Categories Forced into Coupling (2004), tanto apprezzato da Robert Creeley, da cui estraggo il breve passaggio: “I’ve understood, too, that writing on a lined page, particularly within the covers of a notebook, has provided me with a landscape of continuous blue horizons, below which I can sink, above which I may again rise, so that each line extended and wrapped into the next enacts a kind of hope, a proof that life below the horizontal does exist and may arise of its own motion or impetus to continue, as in breath, over which we have little control, although we can learn procedures, directing it to foreign anatomical regions”. [Kathleen Fraser (2004) Discrete Categories Forced into Coupling, 19] (Trad. it.: “Ho compreso anche che scrivere su una pagina a righe, specie se all’interno della copertina di un quaderno, mi ha offerto un paesaggio di continui orizzonti blu, entro cui posso sprofondare, o al di sopra di cui nuovamente risalire, in modo che ogni riga estendendosi e avvolgendosi in quella successiva mette in atto una forma di speranza, una prova che la vita sotto la linea orizzontale pure esiste e può emergere per proprio moto o impulso a continuare, come il respiro, sul quale abbiamo poco controllo, anche se possiamo apprendere procedure per dirigerlo verso altre regioni del corpo”.

Nel mio saggio “Translation and the (re)location of the poetical surface: Kathleen Fraser’s exemplum” (Traduttologia, III:5/6, luglio 2007- gennaio 2008, 5-20), avevo avanzato l’ipotesi che le procedure compositive di Fraser somigliassero al processo esegetico e intrepretativo stesso della traduzione, e non mi smentisco oggi. Anzi, avvaloro l’idea che nel comporre Kathleen varcasse costantemente, e unisse, quei vari piani linguistici in suo possesso. Dotata di una sensibilità rara per la poeticità intrinseca delle altre lingue, potenziava la sua con un’inventività articolata su più codici, compresso quello visuale. Non a caso Etruscan Pages ripropone le iscrizioni rupestri del sito archeologico di Norchia, che Kathleen tanto amava e conosceva: “ ‘we know what each mark is equal to, but in retrospect...’ // red paint or black”. Kathleen era catturata dal fascino etrusco, una lingua misteriosa, da cui è magnetizzata: “Was A / Where / you made and / unmade your mind... // first hesitation // when you doubted / what you / thought you / were / looking for?” [Kathleen Fraser, “Norchia”, Etruscan Pages, Traduttologia 4 (2000), 87]. “La lettera A è un aratro / (somare che scavano il  mare) / cavallo   a   solcare le acque / Maremma. / Era un’A / nella tua mente / dove hai fatto e / disfatto... // prima esitazione // quando hai dubitato / cosa hai pensato / di stare cercando?” // alfa. asimmetrico. alieno. annuire. atterrire. anodico allume. A. // sinuoso. sforzo. spremuta di luce. scagliata. sostanza d’ardesia. serrato. scrutinio. S. // rugoso. R. vischioso V. oscillare. O. evinco. esitare. E. bestia. B. fiancheggio. flusso. F. erbaceo. E. // “sappiano a cosa ogni segno equivale. Ma in retrospetto…” // tintura rosso a nera”. (trad. Marina Morbiducci, ibid.)

Intendo dire che attraverso l’atto della traduzione possiamo giungere a una comprensione del processo di composizione della sua poesia — come è avvenuto nel caso di altri poeti sperimentali che mi è capitato di tradurre (mi riferisco in particolare a Gertrude Stein, Charles Olson e Robert Creeley). Non è forse un caso, allora, che la raccolta di saggi di Kathleen si intitoli Translating the Unspeakable. Poetry and the Innovative Necessity (2000). In “How did Emma Slide? A Matter of Gestation” (1979) Kathleen confessa: “La scrittura voleva riflettere quello che stava diventando un doloroso processo di disgregazione”, frase che si accorda magnificamente con il mestiere del traduttore, sempre in negoziazione tra ciò che è detto e ciò che resta non detto. In Etruscan Pages, ancora una volta, riferendosi alle iscrizioni incise sulla superficie rocciosa dell’antica necropoli, Kathleen è chiaramente affascinata e rapita dal mistero della lingua etrusca, parafrasando: sappiamo a cosa equivale ogni segno, ma col senno di poi… e più avanti: “quando dubitavi / cosa pensavi / di stare cercando?”

Ecco, cosa pensavi di stare cercando? La domanda è rivolta a tutti quelli che inseguono la poesia.

Grazie, Kathleen!


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MARINA MORBIDUCCI 

 

BIONOTA

PhD, Associate Professor in English Language and Translation at Sapienza University, Rome, lectures at MA and Specialized Translation Master Courses. Her research focuses on translation of contemporary American poetry. She published first Italian editions of works by Robert Creeley, Charles Olson, Kathleen Fraser and Gertrude Stein (Tender Buttons, Last Operas and Plays, Lifting Belly, etc.). She collaborated with the journal of postmodern literature boundary 2 and contributed to How2, a journal of women’s innovative writing. Her first academic publication in American experimental writing dates back to 1987, with an anthology on Black Mountain College - poetry and poetics, providing the first Italian translation of “Projective Verse.” Her latest monograph on G. Stein’s notion of time is titled: Gertrude Stein in T/tempo. Declinazioni temporali nell’opera steiniana.

 (http://www.editricesapienza.it/node/7897, 2019).

Marina Morbiducci, già professore associato, ha insegnato lingua e traduzione inglese presso l’Università Sapienza di Roma, Dip. di Studi Orientali, per vari anni. È traduttrice e curatrice di opere prime in Italia di Gertrude Stein. Si è sempre occupata di traduzione poetica, soprattutto di testi sperimentali. Attualmente si sta occupando di Charles Tomlinson, in particolare della sua opera Renga, composta a Parigi nel 1969. 

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