Memoria, tra natura, storia e algoritmo (LINGUA ITALIANA) ~ di Silverio Novelli - TeclaXXI
LINGUA ITALIANA
Memoria, tra
natura, storia e algoritmo
di Silverio
Novelli
«Di ciò che è stato, niente più rimane,
niente sopravvive. Ogni cosa nasce e si perde nello stesso momento: le nostre
azioni, le parole, i sentimenti – tutto come un rapido fiume, il tempo si porta
via. La memoria, per noi, è l’udito
di cose ormai sorde, la vista di cose ormai cieche». Così Plutarco nel brano Il tramonto degli oracoli, presente nel
volume antologico Dialoghi delfici
(Piccola biblioteca Adelphi, 1983), curato da Marina Cavalli e Giuseppe Lozza,
con l'introduzione del filologo Dario Del Corno. Ora, senza toni oracolari,
dirò che l’indicazione precisa dell’edizione è frutto non della mia memoria umana “pura”, ma della memoria umana coadiuvata dalla memoria artificiale della macchina, cioè
di Gemini “AI mode”. Mi impressiona la parabola inarcatasi tra i millenni, la
congiunzione astrale dell’evocazione della fievole memoria umana secondo Plutarco e la flebile memoria mia, la quale ultima s’è dovuta integrare (dissolvere?) nell’enorme
memoria transumana e algoritmica per
riportare in vita un dato che non avevo appuntato nella scheda cartacea
contenente la citazione – ma se un giorno le memorie cartacee si rivelassero più durature delle memorie informatiche e digitali? Per
ora, la memoria algoritmica sembra
alludere, più che al passato, a un presente potenzialmente in dilatazione,
basato su un universo ipercronico che include anche il passato, recuperato come
dato sfruttabile nell’hic et nunc dell’oggi.
Stefano
Bartezzaghi riflette, con una punta di utile ottimismo umanista, sulla
relazione tra «memoria naturale»
(umana) e «memoria artificiale»
(propria delle macchine): «Una persona completamente priva di memoria naturale non potrebbe giovarsi
di alcuna mnemotecnica e neppure di alcuna mnemotecnologia. Nessuna
mnemotecnologia può del resto cominciare a esistere e mettersi a funzionare
senza la sollecitazione di un essere dotato di memoria naturale: a monte di qualsiasi catena di automatismi ci
deve essere stato un progetto e un'attività umana» (Memoria, in doppiozero.com, 24
marzo 2025).
La
mente e il cuore
La parola memoria
viene dal latino memōria(m) e attinge dalla radice *men- (o *mnā-: si
pensi al verbo greco mimnēskō, ‘(io) ricordo’, e al nome della dea della
memoria, Mnemosyne), che rinvia all'attività della mente, del pensare,
del riflettere. Il ricordo e il ricordare, invece, attraverso il verbo
latino recordari, spostano il fuoco semantico dalla mente al cuore: recordari
deriva dalla radice cor cordis (‘cuore’), con l’aggiunta del
prefisso re-, che indica sia ripetizione, sia movimento all’indietro,
che si sostanzia nel cammino a ritroso dal passato che viene fatto rivivere nel
cuore dell’identità personale dall’operazione di recupero.
Quanto
è grande
Sin
dalle origini della nostra lingua e letteratura, la parola memoria significa ‘capacità che l’essere umano ha di ricordare,
cioè di conservare e richiamare alla coscienza nozioni ed esperienze del
passato’: «Memoria è fermo ricevimento nell’animo
delle cose e delle parole e dell’ordinamento d’esse», secondo Brunetto Latini
(1220-1294), La rettorica, 1260
circa; con un salto di secoli e di
mentalità, la parola può distendersi tanto da abbracciare un orizzonte di
destini collettivi, quando, come fa Alberto
Moravia (1907-1990) nel suo saggio-reportage La rivoluzione culturale in Cina (1967), ne interpreta l’uso fatto
dal maoismo come
strumento di pedagogia politica «La memoria
è un processo mentale che serve a conferire autorità, cioè imbalsamare qualche
cosa che non si vuole che si corrompa». Tra
i due estremi dello spiritualismo loico di Latini e del razionalismo
illuminista di Moravia, memoria si
qualifica, nella lingua ordinaria, in base alla sua capacità di ritenere dati,
sia in modo generico (avere una grande, buona, cattiva, discreta memoria) che più circostanziato
o espressivo: memoria pronta, tarda, debole, fenomenale, ferrea, formidabile, infallibile,
labile, lacunosa, portentosa, prodigiosa, vacillante; avere memoria per
i nomi, per le persone, per i luoghi, per le fisionomie.
Evocazioni, ricerche, tracce
In
epoca recente, nell’àmbito della critica letteraria, si è coniata la locuzione letteratura
della memoria, intendendo per lo più la narrativa di contenuto
autobiografico affermatasi, in Francia e altrove, specialmente nel periodo fra
le due grandi guerre novecentesche. Questo orientamento letterario, che parte
dall’opera di Marcel Proust e recepisce gli influssi culturali della
psicoanalisi freudiana, punta sull’evocazione o ricerca del “tempo perduto”, cioè
dell’età della fanciullezza, trasfigurata dalla memoria nel tempo presente.
Per memoria si intende anche il complesso
delle tracce che persone o fatti lasciano nella mente, come in questo esempio
tratto dai Discorsi sopra la prima Deca
di Tito Livio (1513-19) di Niccolò Machiavelli (1469-1527): «La qual cosa
si conosce, considerando i modi che ha tenuti la religione cristiana contro
alla [setta] Gentile [pagana, ndr], la quale ha cancellati tutti gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni memoria
di quella antica teologia».
Dal
periodo rinascimentale, la parola memoria
si usa anche per indicare una ‘breve dissertazione monografica’ su un argomento.
Questo uso del termine sopravvive nell’italiano attuale, in particolare nei
titoli di alcuni periodici scientifici o nel linguaggio giuridico: la memoria difensiva
presentata ai giudici.
La memoria
civile
Un
significato forte di memoria, legato
alla volontà di non dimenticare certi orrori della storia, di cui si è resa
responsabile l’umanità, sostiene il Giorno
della Memoria, manifestazione internazionale di commemorazione
delle vittime dell’Olocausto, istituita nel 2000, che si celebra ogni 27
gennaio, poiché in quel giorno del 1945 le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Esiste poi anche, celebrato a partire dal 2008 ogni
9 maggio (giorno in cui furono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato), la manifestazione
nazionale denominata Giorno
della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e
delle stragi di tale matrice. Al ricordo si consegna il Giorno del ricordo,
istituito nel 2004 e celebrato ogni 10 febbraio, con riferimento alle vittime
delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata.
Le
origini della “nuova” memoria
Nel
Novecento avanzato – tornando circolarmente all’esordio di questo articolo – «il linguaggio
dell’informatica ha […] rispolverato parecchie parole già in uso, adoperandole
in contesti nuovi, con nuovo significato […] È il caso dell’italiano memoria (inglese storage, memory [dal
1946]; francese mémoire [1969]) che,
in virtù di una metafora antropomorfica, ha visto estendere il suo significato
fino a indicare, tra le varie parti d’un elaboratore, quei dispositivi sui
quali si registrano i dati per conservarli, richiamarli, modificarli o
distinguerli (memoria centrale; memorie periferiche; memoria a dischi, a nastri, ecc.)» (C. Ciampi, in «Lingua nostra», XXXIII, 1972).
Modi
di dire
Nel
corso del tempo, sono nate molte locuzioni e modi di dire imperniati sulla
parola memoria e molto usati ancor
oggi, tra le quali: cosa degna di memoria
‘degna di essere ricordata’ (fine Trecento); a memoria d’uomo ‘per quanto si ricordi’ (1731-50); sapere a memoria (1745); perdere la memoria (1765); imparare a memoria (1869); cancellare qualcosa o qualcuno dalla memoria ‘dimenticarsene
completamente’ (1891); pro memoria ‘nota
scritta fatta per ricordare o far ricordare’ (1891).
SILVERIO NOVELLI
Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).


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