Memoria, tra natura, storia e algoritmo (LINGUA ITALIANA) ~ di Silverio Novelli - TeclaXXI

 LINGUA ITALIANA

 

Memoria, tra natura, storia e algoritmo

di Silverio Novelli


                     Fotogramma dal film 2001: Odissea nello spazio (1968, Stanley Kubrick)
 

 

«Di ciò che è stato, niente più rimane, niente sopravvive. Ogni cosa nasce e si perde nello stesso momento: le nostre azioni, le parole, i sentimenti – tutto come un rapido fiume, il tempo si porta via. La memoria, per noi, è l’udito di cose ormai sorde, la vista di cose ormai cieche». Così Plutarco nel brano Il tramonto degli oracoli, presente nel volume antologico Dialoghi delfici (Piccola biblioteca Adelphi, 1983), curato da Marina Cavalli e Giuseppe Lozza, con l'introduzione del filologo Dario Del Corno. Ora, senza toni oracolari, dirò che l’indicazione precisa dell’edizione è frutto non della mia memoria umana “pura”, ma della memoria umana coadiuvata dalla memoria artificiale della macchina, cioè di Gemini “AI mode”. Mi impressiona la parabola inarcatasi tra i millenni, la congiunzione astrale dell’evocazione della fievole memoria umana secondo Plutarco e la flebile memoria mia, la quale ultima s’è dovuta integrare (dissolvere?) nell’enorme memoria transumana e algoritmica per riportare in vita un dato che non avevo appuntato nella scheda cartacea contenente la citazione – ma se un giorno le memorie cartacee si rivelassero più durature delle memorie informatiche e digitali? Per ora, la memoria algoritmica sembra alludere, più che al passato, a un presente potenzialmente in dilatazione, basato su un universo ipercronico che include anche il passato, recuperato come dato sfruttabile nell’hic et nunc dell’oggi.

 Stefano Bartezzaghi riflette, con una punta di utile ottimismo umanista, sulla relazione tra «memoria naturale» (umana) e «memoria artificiale» (propria delle macchine): «Una persona completamente priva di memoria naturale non potrebbe giovarsi di alcuna mnemotecnica e neppure di alcuna mnemotecnologia. Nessuna mnemotecnologia può del resto cominciare a esistere e mettersi a funzionare senza la sollecitazione di un essere dotato di memoria naturale: a monte di qualsiasi catena di automatismi ci deve essere stato un progetto e un'attività umana» (Memoria, in doppiozero.com, 24 marzo 2025).

 

La mente e il cuore

 

La parola memoria viene dal latino memōria(m) e attinge dalla radice *men- (o *mnā-: si pensi al verbo greco mimnēskō, ‘(io) ricordo’, e al nome della dea della memoria, Mnemosyne), che rinvia all'attività della mente, del pensare, del riflettere. Il ricordo e il ricordare, invece, attraverso il verbo latino recordari, spostano il fuoco semantico dalla mente al cuore: recordari deriva dalla radice cor cordis (‘cuore’), con l’aggiunta del prefisso re-, che indica sia ripetizione, sia movimento all’indietro, che si sostanzia nel cammino a ritroso dal passato che viene fatto rivivere nel cuore dell’identità personale dall’operazione di recupero.

 

Quanto è grande

 

Sin dalle origini della nostra lingua e letteratura, la parola memoria significa ‘capacità che l’essere umano ha di ricordare, cioè di conservare e richiamare alla coscienza nozioni ed esperienze del passato’: «Memoria è fermo ricevimento nell’animo delle cose e delle parole e dell’ordinamento d’esse», secondo Brunetto Latini (1220-1294), La rettorica, 1260 circa; con un salto di secoli e di mentalità, la parola può distendersi tanto da abbracciare un orizzonte di destini collettivi, quando, come fa Alberto Moravia (1907-1990) nel suo saggio-reportage La rivoluzione culturale in Cina (1967), ne interpreta l’uso fatto dal maoismo come strumento di pedagogia politica «La memoria è un processo mentale che serve a conferire autorità, cioè imbalsamare qualche cosa che non si vuole che si corrompa». Tra i due estremi dello spiritualismo loico di Latini e del razionalismo illuminista di Moravia, memoria si qualifica, nella lingua ordinaria, in base alla sua capacità di ritenere dati, sia in modo generico (avere una grande, buona, cattiva, discreta memoria) che più circostanziato o espressivo: memoria pronta, tarda, debole, fenomenale, ferrea, formidabile, infallibile, labile, lacunosa, portentosa, prodigiosa, vacillante; avere memoria per i nomi, per le persone, per i luoghi, per le fisionomie.

 

Evocazioni, ricerche, tracce

 

In epoca recente, nell’àmbito della critica letteraria, si è coniata la locuzione letteratura della memoria, intendendo per lo più la narrativa di contenuto autobiografico affermatasi, in Francia e altrove, specialmente nel periodo fra le due grandi guerre novecentesche. Questo orientamento letterario, che parte dall’opera di Marcel Proust e recepisce gli influssi culturali della psicoanalisi freudiana, punta sull’evocazione o ricerca del “tempo perduto”, cioè dell’età della fanciullezza, trasfigurata dalla memoria nel tempo presente.

Per memoria si intende anche il complesso delle tracce che persone o fatti lasciano nella mente, come in questo esempio tratto dai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (1513-19) di Niccolò Machiavelli (1469-1527): «La qual cosa si conosce, considerando i modi che ha tenuti la religione cristiana contro alla [setta] Gentile [pagana, ndr], la quale ha cancellati tutti gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni memoria di quella antica teologia».

Dal periodo rinascimentale, la parola memoria si usa anche per indicare una ‘breve dissertazione monografica’ su un argomento. Questo uso del termine sopravvive nell’italiano attuale, in particolare nei titoli di alcuni periodici scientifici o nel linguaggio giuridico: la memoria difensiva presentata ai giudici.

 

La memoria civile

 

Un significato forte di memoria, legato alla volontà di non dimenticare certi orrori della storia, di cui si è resa responsabile l’umanità, sostiene il Giorno della Memoria, manifestazione internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, istituita nel 2000, che si celebra ogni 27 gennaio, poiché in quel giorno del 1945 le truppe sovietiche liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Esiste poi anche, celebrato a partire dal 2008 ogni 9 maggio (giorno in cui furono assassinati Aldo Moro e Peppino Impastato), la manifestazione nazionale denominata Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. Al ricordo si consegna il Giorno del ricordo, istituito nel 2004 e celebrato ogni 10 febbraio, con riferimento alle vittime delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata.

 

Le origini della “nuova” memoria

 

Nel Novecento avanzato – tornando circolarmente all’esordio di questo articolo – «il linguaggio dell’informatica ha […] rispolverato parecchie parole già in uso, adoperandole in contesti nuovi, con nuovo significato […] È il caso dell’italiano memoria (inglese storage, memory [dal 1946]; francese mémoire [1969]) che, in virtù di una metafora antropomorfica, ha visto estendere il suo significato fino a indicare, tra le varie parti d’un elaboratore, quei dispositivi sui quali si registrano i dati per conservarli, richiamarli, modificarli o distinguerli (memoria centrale; memorie periferiche; memoria a dischi, a nastri, ecc.)» (C. Ciampi, in «Lingua nostra», XXXIII, 1972).

 

Modi di dire

 

Nel corso del tempo, sono nate molte locuzioni e modi di dire imperniati sulla parola memoria e molto usati ancor oggi, tra le quali: cosa degna di memoria ‘degna di essere ricordata’ (fine Trecento); a memoria d’uomo ‘per quanto si ricordi’ (1731-50); sapere a memoria (1745); perdere la memoria (1765); imparare a memoria (1869); cancellare qualcosa o qualcuno dalla memoria ‘dimenticarsene completamente’ (1891); pro memoria ‘nota scritta fatta per ricordare o far ricordare’ (1891).

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SILVERIO NOVELLI

 

 BIONOTA

Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).


 

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