I figli della scimmia (QUICKLY - NOTE DI CINEMA) ~ di Anna De Salvia - TeclaXXI

  QUICKLY -

NOTE DI CINEMA

 I FIGLI DELLA SCIMMIA 

Anna De Salvia





Tommaso Landucci è il regista, Il ruolo di primo piano è affidato a Riccardo Scamarcio, che non si impone soltanto per la sua notorietà, ma convince pienamente grazie a una performance incisiva e di indubbio valore. Il film è uscito il 17 settembre 2026; di genere drammatico, dura 110 minuti. 

I figli della scimmia, opera prima del regista, ha conquistato il premio per la migliore sceneggiatura nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, assegnato e il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile a Riccardo Scamarcio.

Il titolo del film prende spunto dalla favola attribuita ad Esopo “La scimmia e i suoi due cuccioli”.

È un film che parla di genitori e dei sogni e delle paure che essere genitori comporta. La vita di due famiglie gira attorno al loro unico figlio, sano e “normale” è Giacomo, figlio 14enne del maggiore dei due fratelli, Roberto (attore Fausto Russo Alesi), gravemente disabile è il figlio di Dario, fratello minore. 

È un film toccante. Il recitato è secco e netto. Le parole dirette e chiare, non vi sono frasi da interpretare o messaggi oscuri. Sono gli sguardi a significare, quello di Dario (scena di apertura) quando guarda suo figlio Enrico in tutta la sua fragilità. È un disabile grave suo figlio, non parla, non cammina, ha gli arti contratti e si esprime tramite sguardi, contenti o tristi, e gridolini che esprimono gioia o disappunto. La vita di Enrico dà il passo a quella dei suoi genitori: la scuola, la piscina, la fisioterapia, le corse al pronto soccorso quando Enrico ingoia muco e cibo e rischia di soffocare. Non esiste molto altro nella vita di Riccardo e di sua moglie. Si chiamano "amore" l'un l'altro ma pochi sono i gesti amorosi tra loro, compartecipano di una situazione che richiede tutto il loro impegno e sembrano bene rodati attorno alla quotidiana routine che include anche la professione di ciascuno di loro.

Dario è un perito assicurativo, lavora con il fratello maggiore, Roberto, che lo tratta con un certo fare di superiorità. Le dinamiche tra i due fratelli restano molto controllate dal loro buon senso e dal desiderio di cercare di restare uniti; i vecchi rancori (di Roberto nei confronti di Dario) sembrano sopiti fino a quando gli equilibri traballano. Dario non resiste a posare uno sguardo famelico sul nipote; è il figlio che avrebbe voluto e con lui Dario è il padre che immagina avrebbe voluto/potuto essere: affettuoso, aperto e comprensivo. Avvia il nipote al trial su moto, ne coglie le confidenze sulla prima cotta amorosa. E quando vecchi amici di trial lo incontrano ad una gara, lui non resiste a fare passare suo nipote per suo figlio. Dario annega l’amore addolorato per questo figlio disabile in una illusione, a cui si abbandona ogni giorno di più fino a dimenticare quello suo di figlio, quell'unico suo vero figlio, in piscina.

Si giustifica Dario, cerca di spiegare che è stato un solo errore, perdonabile visto che "fa sempre tutto quello che deve fare". La dice a voce alta quella verità che incrina il rapporto con sua moglie; Dario vive con disperata gioia gli incontri con il nipote; fa di tutto per stare spesso con lui, pare dargli nuova energia.

Si insinua nel rapporto già difficile (come tra tutti gli adolescenti e i loro genitori) di Giacomo e Roberto e ne accentua la frattura con un evidente e inevitabile scontro tra i due fratelli. Gli eventi raggiungeranno rapidamente un apice che, pur nella severità della situazione, spronerà ciascuno di loro ad affrontare i contrasti e risanare le relazioni, ristabilendo le funzioni del ruolo di ciascuno.

 Il regista sceglie la stessa scena per aprire e chiudere il film: ne segna la circolarità come percorso evolutivo di Dario che si arrende all’accettazione e alla consapevolezza dell’incondizionato amore per suo figlio. 

Restano in sordina le madri in questo film tutto giocato al maschile; calate nelle modalità più prevedibili del ruolo materno, si dedicano incondizionatamente alla vita familiare; sono silenziose, serie, preoccupate. E se la madre di Giacomo (che appare poco nel film) si accolla il ruolo della madre ansiosa/protettiva, la madre di Enrico appare in uno stato di costante, ma amorevole, preoccupazione per questo figlio disabile che le ha sconvolto la vita ma che non mette mai in discussione.  È una presenza stabile ma non primaria nel film; sorride poco, sempre concentrata a mantenere il controllo di questa difficile situazione familiare di cui si è assunta pieno carico e a cui si dedica senza riserve.

Consiglio a chiunque questo film, a genitori e figli perché, sebbene la chiave di lettura sia quella adulta, i figli possono esperire lo sguardo dell’adulto sull’adolescente e trovare il coraggio di guardare dietro la facciata, dietro la durezza di un genitore, per coglierne la fragile umanità. 

 

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ANNA DE SALVIA 


BIONOTA Ho 62 anni e ho trascorso la mia vita a scuola. Ho fatto la primina a 5 anni, iniziato facendo la maestra a 20 e poi sono passata alle superiori a insegnare inglese. Sono felicemente giunta alla fine della carriera docente. Qualcuno mi chiama “l’ape operosa”: ho sempre molte cose che mi interessano e che mi piace conoscere. Negli ultimi anni ho preferito il FARE al SAPERE: ho coltivato un orto tirato su dal nulla, ballato la pizzica, corso gare in camminata veloce, trekking; ho ripitturato la mia casa e rinnovato alcuni dei miei mobili. Mi piacciono le storie, lette, narrate, guardate. E i film di storie ne raccontano tante…ma solo al cinema! Lo schermo gigante, il suono che avvolge, il buio della sala… emozione impagabile. 



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